post commenti
  • Emilia, una donna al volante

    Donne e motori. C’è stato un tempo in cui il binomio donne-automobili era considerato con grande rispetto, oltre ad essere una raffigurazione concreta di emancipazione e indipendenza. È anche per questo che, sul tema, ci sono storie e vicende personali che vanno cercate per poi essere raccontate. Questa è una storia vera, anzi due. La prima riguarda Emilia, la seconda i suoi genitori.

    Partiamo da questi ultimi: Agostino Granelli detto Tarö e la moglie Margherita Agazzi, Taröra. In paese sono ricordati come la coppia che produceva gelati nella “Contrada”: la loro bottega era infatti a metà di via Trieste. Un’attività che avevano iniziato emigrando in Inghilterra alla fine dell’800. Rientrati poi in Italia, hanno continuato a produrli e a venderli con il loro carrettino a pedali per le vie di Bedonia.
    Erano gli anni ’30/’40, e a condurre quell’attività artigianale e quasi pittoresca non c’erano solo loro, ma anche Cilàn, Peppino Serpagli (vedi foto allegata). Gli anziani li ricordano bene entrambi; leccare quel cono gelato era il sogno più ambito di ogni bambino: “Io andavo più spesso dai Tarö, sì perché con due palanche te lo davano più grosso”.

    I coniugi Granelli avevano una figlia: Milia. Tutti però la chiamavano Emilia. Una ragazza nata il 23 agosto 1904 a Leek, nello Staffordshire, e che morirà poi a Bedonia nel 1986. Una donna “avanti”, se consideriamo che è stata la prima patente femminile a Bedonia e la prima licenza di taxi rilasciata ad una donna in provincia di Parma.
    A impugnare il volante c’era arrivata per via del marito, uomo geniale e intraprendente: Albino Federici, di professione “conducente di rimessa” e meccanico… e che meccanico! In molti ricordano ancora bene quando progettò, costruì e installò sulla sua macchina un “motore a legna”: eravamo nel periodo della seconda guerra mondiale e il carburante era praticamente introvabile. L’officina/garage era in via Roma (oggi di fronte all’hotel Sant’Anna).

    Emilia, donna dinamica e laboriosa, pensò bene di sfruttare al meglio l’autovettura del marito, una FIAT 509 del 1928 (targata PR 827), da lei ritenuta sottoutilizzata dato l’importante investimento. Fu così che decise di iscriversi a scuola guida e in seguito conseguire la licenza di taxista. Emilia è ricordata ancora oggi, non solo per le sue indiscusse capacità lavorative, ma anche per un incidente mortale che avvenne alla Serra, una disgrazia che coinvolse un uomo che si trovava a bordo strada. Ovviamente di autovetture per la strada, ai tempi, ne circolavano pochissime, e l’accaduto causò un vero e proprio scalpore in tutta la vallata. La singolarità dell’avvenimento, capitato nel giorno della Madonna del Rosario, si sommò ad altri eventi successi precedentemente in quella stessa occasione: “vari terremoti e morti di bedoniesi illustri”, tanto da ricordare quella ricorrenza come la “Madonna delle Disgrazie”.

    Questa storia è stata resa possibile grazie alle testimonianze di Guido Sghia, Mina Cavalli ed Enore Orsi.
    Le fotografie sono state gentilmente concesse da Bruno Cavalli e Federico Pizzi.

    Per le ricerche presso l'Archivio Comunale di Bedonia ringrazio Aronne Biasotti.
    Emilia era la nonna di Stefano e Francesca, figli di Vittorio Bertoli (a sua volta taxista) e Mariuccia Federici.

6 Commenti

  • Remo Ponzini

    08/03/2017

    Mi ha fatto molto piacere questo post perchè ha risvegliato i ricordi della mia infanzia. Correva l'anno 1946 o 47 e da due o tre anni facevo il chierichetto nella chiesa di Bedonia. Ricordo che iniziai a cinque anni quando ancora non sapevo leggere. Dovetti imparare a memoria tutte le risposte in latino della Santa Messa.
    E, soprattutto, dovevo alzarmi al mattino alle 5,30 per andare a servire il celebrante.
    Si vede che ero già un predestinato ad entrare in seminario per volere dei miei genitori. A quei tempi non si discuteva in casa. Si doveva solo ubbidire.

    Ma venne il giorno in cui i sacrifici da chierichetto furono premiati. Allora l'arciprete di Bedonia era Mons. Sanguinetti originario della Liguria. Ci offrì una gita sino a San Fruttuoso con viaggio in taxi sino a Rapallo. Alla partenza si presentò alla guida la signora Emilia. Stralunai, pur sapendo che anche Lei era abilitata, perchè mai avrei immaginato che ci avrebbe condotto una donna che aveva a lato il prete di Bedonia.

    Era elegantissima. Vestiva con una sorta di divisa e con un cappello molto appropriato. Avete presente gli autisti dei Lord inglesi che si vedono nei film ? Idem.
    Una macchina bellissima e lucidata a specchio che però si sarebbe impolverata nelle strade bianche di quei tempi. Mi accomodai nei sedile posteriore con un'altro chierichetto e con Lino Salini sacrestano. Una emozione infinita per quei tempi ed una giornata straordinaria che non dimenticherò mai.


  • Peppino Serpagli

    08/03/2017

    Anch'io ricordo vagamente la signora Federici, austera e precisa, con una specie di divisa scura. Come ricordo vagamente il mio omonimo U Cilan, che quand'ero piccolo vendeva gelati in una villetta dove ora c'é il fatiscente Las Vegas. E anch'io vidi il mare per la prima volta dopo un viaggio in taxi, probabilmente guidato da U Binu (Mallero).
    Subito dopo la guerra (ricordo il ponte ferroviario di Bogliasco ancora distrutto), eravamo andati a Genova ad aspettare il piroscafo che riportava in patria da New York la Celina, madre del Tony Serpagli di Via Trieste.
    Di macchine ce ne erano così poche in giro che io, i gemelllini (Giorgio e Giancarlo Mariani), Fabrizio Chiappari e altri giocavamo al Giro d'Italia sull'asfalto di Via Mons. Checchi. Disegnavamo col gesso una specie di stivale e poi, a colpi di dita, facevamo muovere i tappi (e ticelle) delle gassose di Felloni per arrivare al traguardo.
    Raramente uscivamo dal nostro "quartiere" di Oltrepelpirana, avevamo tutto lì vicino: per i bagni c'era il laghetto di Ronconovo, per i giochi ai cow-boys c'era la ora forestificata Terrarossa, per sciare con le slitte c'erano il prato scosceso dove ora c'é il palazzo Tognetto o quello Du Neigru (sotto la "casa bruciata") vicino ai vecchi giardini pubblici di Ri Grande.

    Peppino Serpagli - Milano

  • Franco Magetti

    08/03/2017

    Conoscevo benissimo i signori Federici, bravissime persone. Il loro famoso garage e la loro macchina. Bei ricordi. Grazie Gigi di tutte queste belle storie che ci racconti sempre. Un Grande Saluto da Roma

  • Pia Moro

    09/03/2017

    Ciao Gigi, veramente mi ricordo molto bene dei Federici e in special modo della Signora che ogni volta che la vedevo al volante il cuore mi faceva un sussulto... e un giorno mi sono fermata a lungo a guardarla e mi son detta "un giorno anch'io guiderò una macchina!?!" E quando per la prima volta sono entrata in Bedonia al volante mi sono ricordata della Signora che e' stata per me come un'ispirazione per una ragazzina un po' sognatrice. Come vedi Gigi questi per me sono ricordi di una fanciullezza spensierata, ho bei ricordi anche di Cilan il gelataio, delle suore e dei ragazzi cresciuti in Via Vittorio Veneto. Grazie per i bellissimi articoli, penso che hai sbagliato carriera.

  • Claudio M.

    09/03/2017

    Bellissimi il post, le foto e le ricerche.
    Bellissimi i commenti, ricordi di Remo, Peppino da Milano, Franco da Roma e di Pia.
    Tra i due autisti nominati, Bino Mallero era il piu' "Ecologico": arrivava sul Bocco con la millequattro e poi lasciava andare in folle la sua auto fino a Borgonovo e riprendeva a motore per raggiungere Chiavari. Forse avrà consumato un poco i freni-pasticche...
    Franco ricorderà che quando andavamo al "Breia" a giocare con la squadra del Curato, si passava vicino alla rimessa della Federici non tanto per vedere le auto da piazza, ma per ammirarne la bella nipote Francesca.

  • Dolores

    09/03/2017

    Io che non sono di 'Bedonia Bedonia', non vorrei intromettermi nei vostri ricordi, ma proprio non ci riesco: i ricordi mi attraggono!
    Questi non sono ricordi personali, ma quelli che mi hanno raccontato 'la mia gente'.

    - Un giorno era tornata 'da via' una ragazza scopolese e sua madre era corsa trafelata nell'emporio di Pambianchi e con le mani sul viso, aveva esclamato con ènfasi: "Tu sè Pinèn, l'è rivà a cà a mè fiòra con na carò-sa sènsa cavài!..."
    (lo sai Giuseppe, è arrivata a casa mia figlia con una carrozza senza cavalli)

    - Un'altra volta invece, mia madre, mia zia Paola e la Leli da Giuvàna de Taravèla, erano andate alla sagra de San Pèru a Cereseto e racimolato due soldi, si erano comperate un gelato in tre da Cilàn.
    E mentre raccontavano, rivivevano quel momento con la stessa ed immutata gioia: " E zò a leccàlu jùnna àra vòta...."
    (e via a leccarlo uno alla volta)

 

Commenta

Newsletter
Scrivi la somma dei due numeri e poi invia: 11 + 11 =
Invia