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  • L'amore ai tempi dei Baustelle

    Credo che la verità vada ricercata in quel quadro di famiglia. Ero piccolo e quella tela rattristava mia nonna, così passò dal corridoio alla cantina. Anche a me suscitava inquietudine, ogni volta che incrociavo lo sguardo con l’uomo ritratto. L’ambientazione raffigurata era piena di ombre, ma la luce di una candela colpiva tutto ciò che c’era di bianco: il collo della camicia, le pagine del quaderno e il teschio umano appoggiato sul tavolo, simbolo evocativo della vanità del mondo, della morte e della temporaneità della vita.

    L’uomo del quadro era serio, capelli lunghi e neri come il vestito, guardava dritto negli occhi il suo interlocutore. Compostamente seduto, con la mano sinistra intenta a sfiorare il teschio, mentre la destra gli sosteneva il mento ricoperto da una barba canuta. Forse in meditazione sull’ora della morte. Alle sue spalle un crocefisso con appesa una frase latina e uno scaffale ricolmo di libri dal dorso dorato.
    Non so che fine abbia poi fatto quel quadro. So che mi piacerebbe riaverlo, nonostante comunicasse un senso di desolata solitudine e disperata immobilità.

    Se dovessi rappresentare quel quadro in musica, oggi, più di quarant’anni dopo, lo farei accostandola a quella dei Baustelle: testi e armonia, per quell’atmosfera noir di Francesco Bianconi, all’intonazione angelica di Rachele Bastreghi o alle ombre, che non sono meno importanti della luce, di Claudio Brasini.
    È indubbiamente un gruppo formato da “gente strana”, di poche parole, ma quello che hanno da dire a suon di musica mi piace un sacco.

    La loro musica è una bellezza nascosta, quella che non ti incanta subito, ma che va scoperta piano piano, parola per parola, giorno dopo giorno, per poi assaporarla al momento giusto. Un po’ come succede con i film di Leone. I loro testi un po' retrò, impregnati di citazioni e riferimenti letterari, che entrano in testa senza afferrarne bene il senso se non dopo diversi ascolti: il bene e il male, attualità e ricordi, amore e abbandono. Parole che parlano di morte, ma per celebrare la vita.

    Anche giovedì sera li ho ascoltati “Live” a Bologna. Hanno interpretato principalmente i due volumi de L’amore e la violenza, il loro ultimo lavoro. Così dopo nove anni è tornato il momento di un album pop, piacevolmente pop, ma è altra cosa rispetto ad Amen, al passato. Non potevano fare altrimenti: la Warner cerca il “cassetto”, un po' meno le emozioni.
    I mistici dell’occidente e Fantasma, dischi orchestrali e di non immediata assimilazione, con evidenti omaggi musicali a maestri come Morricone e Battiato, rimangono per me la loro massima espressione, proprio perché nati fuori dagli schemi, perché semplicemente straordinari.
    Tornate. Vi aspetto.

2 Commenti

  • Tacito

    18/04/2018

    Mi spiace per gli interessati, ma a quanto pare è un amore poco condiviso. A loro consolazione diciamo che magari anche in questo caso vale il detto "pochi ma buoni". Senza dimenticare "nella botte piccola ci sta il vino buono"...

  • Micol

    18/04/2018

    Sarò una voce fuori dal coro ma la musica dei Baustelle ti porta a viaggiare con la mente. E’ arte, è un bacio, è il vestito della festa, è una bella poesia che ti sazia il cuore. Il tempo per stare in loro compagnia non è mai abbastanza.

 

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