Dopo la piena
 

Effetti di un maggio anomalo



Santorum: da Cā di Boso alla Casa Bianca?

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Santorum: da Cā di Boso alla Casa Bianca? In questi anni di leggende metropolitane ne sono uscite parecchie: si racconta infatti che Federico Fellini sia originario di Foppiano o Carla Bruni di Tasola, questa invece non la è e ci sono le prove.
Si tratta di Richard “Rick” Santorum, uno dei candidati repubblicani in lizza per sfidare il Presidente uscente Barack Obama.
Rick, 53 anni e sposato con sei figli, deputato repubblicano e governatore della Pennsylvania, è di origini italiane, tant’è che suo nonno materno, Adamo Dughi, era nato a Bedonia e viveva a Montarsiccio, più precisamente a Cà di Boso, piccolo paesino abbarbicato al Passo Segalino. 

Negli anni ottanta, Rick insieme ai genitori vennero a Bedonia per conoscere da vicino la terra dei loro avi, proprio quella del nonno Adamo, figlio di Domenico Dughi e Maria Luisa Lusardi, entrambi contadini di Montarsiccio, che ai primi del ‘900 emigrarono, come tanti altri nostri conterranei, negli Sati Uniti.
Domenica scorsa, in compagnia di Remo, abbiamo ritrovato la casa dei “Caccìn”, così era soprannominata al tempo la famiglia Dughi e nonostante sia abbandonata da molto tempo risaltano ancora le iniziali sul portale in arenaria “D.L.”, sono quelle del trisnonno di Rick, Lazzaro Dughi, e l’anno di costruzione: 1903.
Tra quei viottoli stretti e sconnessi di Cà di Boso, ancora oggi, si intuiscono i motivi che li spinsero ad emigrare oltre oceano, basta guardarsi intorno per percepire che da quelle terre sarebbe stato difficile reggere le sorti di una famiglia: miseri terreni sorretti da muretti a secco, boschi scoscesi, mucche e cavalli al pascolo, qualche gallina nell’aia…
L’ultima testimone vivente di quei tempi è una parente dei Lusardi, è la mamma di Flavia, Gisella, Nino e Ivo Botti, Paola Elda Lusardi, che, nonostante i suoi ottantasette anni, ha brillantemente raccontato la storia di quella famiglia di emigranti. Intervistata anche dal giornalista di Panorama, Giacomo Amadori, ha terminato il suo racconto con queste parole: “Spero che Rick possa vincere, perché darebbe lustro alla sua terra d’origine. Se perde, lo invito a pranzo. Potrà consolarsi con polenta e funghi, cinghiale e le trote del nostro torrente”.

OCCHINUDI

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Dopo che ho acquistato il CD l’ho infilato nel lettore della macchina, ho messo in moto e sono partito. Con gli “Occhinudi” ho fatto Parma andata e ritorno.
Ascoltandolo ho voluto dimenticarmi che è un gruppo della Valtaro e che bene o male conosco gli elementi della band, perché si sa “Nessuno è profeta in patria”.
Fatto è che mi hanno conquistato subito, complici le qualità vocali, musicali e audio che sono stati in grado di miscelare in quella manciata di brani. Cinque sono cover, molto bella la rivisitazione del brano “Il mondo”, quanto ben riuscita l’esecuzione lineare di “Let it Be”, una vera sorpresa invece la fusione del testo originale con quello della versione italiana in “Stand by me”. Sono però convinto che il loro punto di forza sia proprio il brano che hanno composto: “Scegliendo lei”, non ha proprio nulla da invidiare a quelli di successo e ascoltati ogni giorno in radio o visti in TV, infatti tra qualche giorno saranno proprio ospitati su SKY, nel programma musicale "Music on the road" (Canale 716), dove presenteranno il video del loro singolo "Scegliendo lei".
Insomma Gabriele... tutto questo mi sembra un ottimo esordio, anche se ti devo dire che questa vostra prima pubblicazione ha un solo difetto: “Lazzarè 21” è un CD di soli sei brani… un vero peccato!

Ho sposato una Befana

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Anche quest'anno, come ormai da tradizione, le 'Befane' di Borgotaro si sono riunite a congresso presso l' “Ustaria d’al M’rcà” di Boffetti, dove, per acclamazione, viene eletta la Befana dell’anno.
La ricorrenza potrebbe anche essere bella e goliardica ma finché le befane elette sono altre, quando invece la cosa ti tocca da vicino, allora la faccenda si complica.  

Il motivo è presto detto… Roberta, la Befana uscente di quest’anno, ha pensato bene di portare scompiglio in casa mia, tant’è che Elena è la nuova eletta per il 2012.

- Ci mancava pure l’anno bisestile!
La prima cosa che ho fatto, dopo aver ricevuto la comunicazione, è stata quella di corrompere Franco, il corrispondente della “Gazzetta”, per tentare di non fare uscire il consueto articolo sul giornale, ma la manovra è stata vana… la notizia è stata regolarmente pubblicata.
A questo punto non mi rimarrà che passare alle maniere forti, sì perché non le permetterò di certo di scorrazzare per un intero anno con gonnelloni sbrindellati, fazzoletto in testa, naso bitorzoluto e scopa di saggina… non gliela darò certo per vinta, la mia è una casa seria, integerrima e non voglio che si dica o solo si pensi che abbia sposato una Befana.
- Ehh no, mai e poi mai!
Ho sposato una Befana

SMS non per caso

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SMS non per caso Pensavo che fosse solo una mia impressione, poi in questi giorni ho indagato un po’ tra gli amici e anche loro hanno avuto la mia stessa percezione: in queste festività sono stati inviati molti meno SMS d’auguri.
Così mi piace pensare che quelli scambiati, finalmente, siano proprio quelli autentici!
Ma tutta questa contrazione d’auguri sarà solo colpa della crisi o solo un tardivo presentimento di averne in questi anni abusato un po’ troppo? 

Non credo di essere retorico a dire che gli auguri credibili, non quelli suggeriti dalla rubrica del cellulare, ma quelli diretti alla persona stimata o con un legame d’affetto, siano limitati a una decina… tutto il resto è un gesto sì di cordialità ma fine a se stesso.
Ricordo che fino a qualche anno fa, bè andiamo pure agli anni 90, quando si pensava ad inviare un augurio, il minimo che si poteva fare era concentrarsi a pensare ciò che avresti voluto esprimere al destinatario, con un pensiero più o meno intenso, dopodiché prendevi in mano la penna e glielo comunicavi. Oggi no, va tutto più veloce, i mezzi sono i comuni SMS, Email o Facebook con su scritte le solite frasi bene auguranti, spesso veri e propri rebus. 
Un augurio non dev'essere inteso come una frase fatta, che quasi ti sfugge o non ne capisci il significato, l'augurio dev'essere un gesto dove concentriamo tutta la nostra serenità o stima.
Ora non mi rimane che fare anche un “mea culpa”, perché nemmeno io ne sono indenne, ma parlarne aiuta perlomeno a rendersi un po’ più conto della condizione in cui noi tutti viviamo, anzi sopravviviamo, e dove sono sempre più gli altri a dettarci le nuove regole di vita.
Il segreto è reagire o soggiacere? Difficile, qualunque sia la scelta!

Giorno dopo giorno

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Giorno dopo giorno Ogni volta che arriva la fine dell’anno d’istinto mi giro, guardo ciò che ho lasciato alle spalle e poi penso a quello che mi aspetterà. Essendo parte integrante di questo spazio, che con voi quotidianamente condivido, penso anche a come migliorarlo, a trovare nuovi spunti per non renderlo inutile o quanto meno non uno dei tanti che borbottano nel grande pentolone del web. 

In ogni caso la speranza rimane sempre la stessa, non tanto quella del dover ancora scrivere, ma avere di che scrivere.
Esvaso.it è un blog nato quasi per caso, pensato cinque anni fa per legare a un caposaldo una parte della mia vita: con gli attimi fotografici che spesso rappresentano una visione personale della giornata o di un momento e che poco c’entrano con la fotografia vera e propria; per fermare le sensazioni di un viaggio e non rischiare di smarrirle come semplici valigie; con pensieri quotidiani che desidero mettere nero su bianco: “Per non farli andare perduti nel tempo come lacrime nella pioggia”.
Perciò questo rimarrà un luogo di calma ma anche di sfogo, dove, nella quiete della notte, prenderà forma un nuovo argomento, avvalorato il giorno successivo dai vostri interventi; un luogo per tentare di non dimenticare le nostre tradizioni e il nostro passato; un luogo dove esprimere il mio punto di vista con l’attesa che sia migliorabile o magari scoprirlo inesatto, ma pur sempre attraverso la condivisione.
Ormai è chiaro, io vivo soprattutto di ricordi e non annotare ciò che di bello mi ha offerto la vita sarebbe solo un’ingiustizia verso la vita stessa.
Ed ora, care amiche e cari amici, mi rendo conto che, giorno dopo giorno, è passato un altro anno.
Arrivederci! Il mio augurio di fine anno è uno solo, che la serenità ci sappia conquistare, tutti.

Uno strano felice Natale

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Uno strano felice Natale E così i nostri attori ce l’hanno fatta. Sono riusciti nell’intento di mettere in scena un loro spettacolo, partendo davvero dal nulla. La compagnia teatrale "La Pieve" si è formata solo lo scorso Ottobre, ma nonostante i tempi ristretti ha esordito e anche alla grande.
A sostenere questo successo non sono io, ma l’intera platea che nei giorni seguenti ne ha parlato in maniera lusinghiera, per non dire meravigliata del risultato cui ha assistito, in particolar modo dalla capacità del protagonista Emanuele Ghelfi che ha sostenuto la scena per oltre un’ora e mezzo.

Sono contento che sia andata così, i ragazzi li vedo volenterosi e determinati a sperimentare nuove emozioni… “Non ci avrei scommesso un Euro”, invece sono riusciti a dimostrarci che quando ci sono volontà e passione, i desideri possono diventare anche realtà. 

Ehh sì, hanno avuto un gran bel coraggio, prima di tutto a mettersi in gioco, nessuno di loro aveva affrontato prima d’ora un palcoscenico e poi a esordire con un testo meraviglioso qual è la storia narrata da Charles Dickens “Canto di Natale”.

A credere in questa sfida è stata la determinazione di Aldo Craparo, sua l’idea iniziale di formare una compagnia teatrale a Bedonia, sua anche la regia e l’adattamento teatrale dello spettacolo: “Uno strano felice Natale”. La trama racconta la storia di uno spilorcio senza scrupoli che riceve la visita, proprio nella notte di Natale, dello spirito del suo defunto socio, il quale lo porterà a riflettere sulla sua condizione di vita, a pentirsi del suo disdicevole comportamento e a riconsiderare la sua vita futura.
Ho sentito che la compagnia è già stata richiesta per un nuovo spettacolo a Bardi, speriamo che sia uno dei tanti che andranno ad allestire… ragazzi non mollate, siete bravissimi!

Gli anolini di Natale

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Gli anolini di Natale Il ricordo degli anolini fatti in casa risale a quando ero bambino. Mia nonna iniziava ad armeggiare con lo stracotto due settimane prima del Natale... eh sì, intere giornate passate con quell’odorino stuzzicante sotto il naso.
Sulla stufa della cucina prendeva posto la casseruola di terracotta, aveva precedenza su tutto e da lì non si smuoveva per giorni: il piatto con il vino rosso a mo’ di coperchio e dentro a “borbottare” carne, spezie e verdure. Poi, dopo qualche giorno, prendeva il posto della casseruola il pentolone per fare il brodo e per quanto tempo bollisse quel povero cappone me lo chiedo ancora adesso. Fatto è che era un piatto talmente agognato che quando arrivava Natale, come minimo, me ne mangiavo tre piatti.
Questi erano gli anolini della mia generazione, se invece andiamo indietro nel tempo, agli anni ‘40/50, come mi ha raccontato oggi Maria Pina, l’approntamento era ancor più lento e tradizionale, proprio a partire dal tipo di carne, allora si usava farli solo con il bue, in quanto animale castrato e quindi più appetitoso. 
Il primo passo era attendere la sfilata dei buoi pianificata dai tre macellai bedoniesi, i quali, a turno, passavano per via Garibaldi con il bue, ornato per l’occasione con fiocchi rossi e con ghirlande di rami d’alloro e rosmarino: Camisa Aldo “Stecàn” passava al mattino, Mariani Giuseppe “Gepaia” nel pomeriggio e Valla Gino “Vala” al tramonto. I buoi erano diretti al macello di Via Piave, ma questa sorta di sfilata aveva soprattutto la funzione di far vedere l’animale in “carne e ossa” ai loro clienti e agli osti, i quali chiedevano la provenienza e si assicuravano che la bestia avesse faticato poco nei campi o nel trasporto di legna, indizio sicuro per una carne più tenera e saporita.
Oggi invece, per la stragrande maggioranza, basta davvero poco: “Un chilo di anolini grazie”...

L'antipatico

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Per prima cosa vorrei evidenziare che le antipatie sono indiscutibilmente soggettive. Esistono delle persone che, nonostante tutta la mia buona volontà, proprio non riesco a sopportare.
Una di queste la incontro spesso, quasi ogni giorno. Mai una volta che si sia degnato di girare la faccia al mio “Salve”, ma nemmeno abbassa lo sguardo per evitarlo, va dritto e fiero… di cosa poi?
Sono anni che lo “sfido”, ma solo per una mera curiosità, voglio vedere chi cede prima.
Il mio saluto voleva solo essere un gesto di cortesia, ma a lui, probabilmente, non gliene può fregare di meno.
Mi conosce, nel senso che sa chi sono, ma non ci siamo mai parlati, quindi, dentro di sé penserà che sia legittimo non contraccambiare il mio saluto. Mi chiedo però a cosa serve una laurea, un passato illustre, se poi si vive nella convinzione di essere chissà chi?
Mio caro, siamo solo un granello di sabbia su una spiaggia, basta solo un’onda per essere ignorati ed entrare a far parte dell’indifferenza, ricordalo!
Questa mattina, però, dopo una decina d’anni, mi sono arreso. Adesso basta!
Vuoi vedere che tra qualche giorno, sentendosi ignorato, cercherà il mio sguardo per dirmi “Salve”?
L'antipatico

La notte di Santa Lucia

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La notte di Santa Lucia La notte più magica è quella di oggi, quella che vorresti capitasse una volta al mese anziché una volta all'anno, è proprio quella che passi insonne a carpire anche il più piccolo rumore per farlo diventare un evento straordinario: “Senti, senti è lei, è qui fuori, arriva…”.
I giorni che precedono il 13 dicembre trascorrono interamente a sbavare davanti ai negozi straripanti di giocattoli e vederli attraverso i vetri appannati delle vetrine sembra di entrare in un sogno.
Ma prima di poter ambire a questi meravigliosi giochi si dovranno fare un sacco di buone azioni, a cominciare dallo studio, se no sarà solamente carbone... “e non di zucchero”.
Quest'anno Santa Lucia ha tanti bambini da visitare. Sono tutti da accontentare, ma ha pochi soldi… allora intuiamo e cerchiamo di non esagerare con le richieste.
Sappiamo già che dei cinque sogni espressi ne sarà esaudito uno, forse due se faremo trovare al passaggio dell'asinello il pane inzuppato nel latte.
Tutte le mattine ci svegliano puntualmente, ma questa mattina che vorremmo la sveglia anticipata la luce tarda ad accendersi. Meglio saltare giù dal letto e in punta di piedi filare dritti in cucina per accertarsi che tutto sia andato secondo le attese. I piedi nudi incontrano sul pavimento le briciole lasciate dall'asinello nel frettoloso rifocillamento, intravediamo anche, come buon auspicio, la porta del frigorifero socchiusa e il pentolino del latte vuoto. Segno che Santa Lucia si è fermata e ha fatto anche lei colazione! 
Ancora un passo e sopra il divano spiccano ciò che le nostre pupille si aspettavano di vedere: due coloratissimi pacchi contornati da caramelle e cioccolatini. La frenesia è alle stelle. Iniziamo ad aprire il primo pacco, il più piccolo… e poi il secondo… “Sì, c’è proprio tutto quello che volevo!”.
Il tempo dell'incantesimo però è volato via, non c'è nemmeno voglia di fare colazione. Vorremmo portare con noi tutta quella meravigliosa mercanzia, non solo per fare morire d'invidia gli amici, ma per poterci subito giocare. Sì è fatto tardi, meglio correre verso la scuola ad accertarci se anche gli altri compagni sono stati accontentati e dove ci sarà il solito incredulo che ci vorrà far credere che Santa Lucia non esiste. 

- Come non esiste?!? A casa mia ci è venuta e ha bevuto anche il latte nel frigorifero. La tua è tutta invidia e solo perché non t'ha portato niente!

Da Napoleone ai giorni nostri

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Da Napoleone ai giorni nostri Non c’è circostanza migliore per sostenere che hanno svolto un lavoro da veri certosini. Mettere mano nell’archivio comunale, dopo oltre mezzo secolo di noncuranza, è stata certamente un’impresa ardua, però, con passione e bontà d’animo, Aronne Biasotti, archivista e dipendente comunale, e Giuliano Mortali, storico e studioso delle nostre tradizioni, ce l’hanno fatta.
Ne valeva la pena riordinarlo e aprirlo al pubblico perché la nostra storia va salvaguardata e diffusa, chiuderla in una stanza ad ammuffire non avrebbe proprio senso.
Magari non tutti sanno che, sin dai tempi dei Landi e successivamente al 1682 con il Ducato di Parma dei Farnese e dei Borbone, il Comune di Bedonia faceva parte della Giurisdizione di Compiano unitamente agli attuali Comuni di Compiano e di Tornolo. La divisione della Giurisdizione di Compiano in tre comuni fu fatta nel 1806 da parte dei dominatori francesi, che istituirono in tutta Italia questi Enti territoriali. Con l’occasione si è inoltre pensato a riordinare le antiche mappe catastali comunali, tutte redatte a mano nell’ottocento e alla ristampa di quelle mancanti.
I documenti disponibili sono ora catalogati per argomenti proprio dal 1806 ai giorni nostri. Detti passaggi hanno comportato un notevole lavoro di trasferimento dei fascicoli e ciò è potuto avvenire anche grazie all’aiuto dell’instancabile Marco Emanuelli.
E così, dopo l’apertura al pubblico avvenuta la settimana scorsa, l’archivio può essere considerato, a tutti gli effetti, il luogo della memoria storica del nostro Comune, una nuova opportunità per permettere a studiosi, studenti o semplici cittadini di conoscere la vita e la storia di chi ci ha preceduto.

100 milioni al SuperEnalotto

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100 milioni al SuperEnalotto È un libro che ho letto tutto d’un fiato. L’ho comprato davvero per caso, un mese fa, l’avevo scorto sul tavolo dell’ufficio turistico. Si tratta del nuovo libro di Raffaello Fava: “100 milioni al SuperEnalotto”.
Forse è stata la copertina a stuzzicarmi la fantasia o il titolo ad attrarmi, non sapevo fosse stato pubblicato, fatto è che l’ho acquistato e dopo averlo iniziato, l’ho finito la stessa notte.
È un racconto che mi ha colpito soprattutto per la sua dinamicità, è un continuo cambio di scena, di nuovi personaggi e in alcuni tratti si tinge persino di “giallo”, ma senza il fatidico morto.
Lo dico senza esitazioni, da Raffaello mi aspettavo un libro che rispecchiasse più il suo modo di porsi, quello che tutti conosciamo attraverso i sui servizi a VideoTaro, quindi composto, rilassato e placido, invece nulla di tutto questo. Motivo valido per non mancare all’incontro con l’autore e comprendere così questo cambio imprevisto d’indole.
L’idea del racconto gli nacque leggendo un articolo del Corriere della Sera proprio connesso a una vincita milionaria al SuperEnalotto, avvenuta a Catania nel 2008. E così, dopo averlo scritto, prese la palla al balzo e l’inviò a un concorso di nuovi autori promosso dal quotidiano “La Stampa”, non vinse, ma si guadagnò ugualmente la pubblicazione.
Anche la serata è stata inaspettata quanto piacevole. Uscendo dagli schemi ha presentato il libro attraverso lo stato d’animo del pubblico, invitandolo a esporre la propria tattica in caso di una simile vincita e quello che ne è uscito richiama realmente un tratto della trama del libro: villa con piscina? Rolls-Royce o Ferrari? Viaggi, grandi alberghi, Hawaii o crociera nei mari tropicali? Oppure nulla di tutto questo e conservare il silenzio nella più assoluta normalità?

La navigatrice dei due mondi

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La navigatrice dei due mondi Questa sera, riguardo alla riuscita impresa atlantica di Susanne Beyer, s’invertiranno i ruoli, Remo ci racconterà meritatamente le gesta della nostra navigatrice solitaria, ed io, molto volentieri, le commenterò.
 
Nel titolo ho parafrasato il celebre epiteto che fu appioppato a Garibaldi "eroe dei due mondi" ma, per uniformarmi allo stile di Susanne, ho provveduto a depennare il termine "eroe " sostituendolo con "navigatrice".
Avrete capito che questa ragazza, estremamente composta, non ama le espressioni e gli aggettivi roboanti. Lo dedussi dall'intervista che rilasciò ad una rete televisiva prima della partenza. Non le piacque neppure il termine " sfida " usato dalla giornalista e lo sostituì semplicemente con  "avventura".

Ci tenevo ad evidenziare questa prerogativa, questo lato caratteriale improntato ad una spontaneità genuina, alla limpidezza ed alla grazia del suo porgersi.

Ma procediamo con ordine.
 Che io ambissi a conoscere questa campionessa era ovvio anche alle rocce del Monte Penna. Lo avevo manifestato già dal primo post e lo si deduceva dall'entusiasmo e dal tifo tracimante che ho ripetutamente manifestato. Ho tempestato l'Esvasante patron di e-mail e quando, finalmente, si concordò la data della cena celebrativa io iniziai il conteggio alla rovescia come a Capo Canaveral.

La mia antica passione per la vela mi aveva spinto, alcuni anni fa, all'acquisto di una cravatta (avevo la fissa) della Leonard de Paris che avevo adocchiato in un negozio in Genova. Il prezzo esorbitante, pari ad un abito di buona fattura, non mi fece desistere e la portai a casa ad arricchire la mia collezione. 
Ovviamente mi sono presentato in Alpe con questo trofeo intorno al collo. Vi erano effigiate barche e barchetta di ogni fatta che fluttuavano nel mare.
 Appena salutata la bellissima Susy la sfilai e la mostrai con orgoglio. Va da se che quel lestofante di Gigi, a cui nulla sfugge, me la immortalò durante il pranzo per ribaltarne poi le foto su questo blog.
Avevo cento domande da fare a questa ragazza ed io, un po' furbescamente, feci una abile gincana fra i tavoli e mi andai a piazzare proprio di fronte a lei.
 Ma anche gli altri commensali (parenti ed amici) nutrivano gli stessi propositi. Approfittando delle piccole pause mi inserivo nella conversazione riuscendo a soddisfare in gran parte le curiosità che mi ero portato appresso.
Questa splendida ragazza, a cui è mancato il padre quando era sedicenne, dovette imparare alla svelta a cavarsela nei meandri e nelle tortuosità che la vita riserva.
 Avete presente i tanto vituperati " bamboccioni " italiani che non riescono a staccarsi dalla gonna della madre ??? 
La Susy è l'esatto contrario.
 Dopo essere praticamente nata sulla barca di famiglia, dove contrasse il virus (benefico) e la passione smodata per la vela, ebbe modo di peregrinare su imbarcazioni di gran pregio dove completò la sua preparazione nautica che gli sarebbe servita per compiere l'impresa transoceanica.

Ma questa ragazza merita una citazione molto speciale. Riuscì a laurearsi, con somma lode, in Scienze Politiche studiando di notte. Allora non poteva immaginare che un di si sarebbe trovata, sola soletta, in mezzo all'Oceano Atlantico, con pilota e radio rotti, che l'avrebbero costretta a non dormire per ben due settimane consecutive. Certo, si era allenata quando studiava.

Grazie Susy per le emozioni che ci hai regalato e per la serata di sabato sera.

So che stai coltivando progetti molti ambiziosi. In bocca alla balena. 

Remo Ponzini

Quelli che il basket

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Non c’è volta che a questa fotografia non gli dedichi uno sguardo compiaciuto e prolungato… è stupenda. La esamino, con altri che si ritrovano lì, ogni volta che vado a donare il sangue: “Guarda guarda la Daniela, quella invece è l’Alessandra e quello è Nicola che non è neanche cambiato…”.

È una foto in bianco e nero, appesa nel corridoio della Casa del Volontariato a Bedonia, mischiata ad altri ricordi di un tempo andato, fra adunate di sezione, premiazioni di volontari o di tornei con la casacca dell’AVIS o della Croce Rossa. E' stata scattata nel ‘89 o giù di lì, probabilmente dal fotografo Remo Belli, a ricordo di un periodo d’oro per lo sport bedoniese. 
Erano i primi anni della nuova palestra di Via Piave, quando la passione per il basket era molto sentita, molte le vittorie conquistate in campionato o ai Giochi della Gioventù.

Agli inizi degli anni ‘80 c’erano diverse formazioni attive. La prima squadra era quella dell’AVIS, formata da ragazzi bedoniesi e borgotaresi, tra questi il mitico Canali, quindi quelle dei bambini, preparati da Giuseppe Rossi, e quelle delle ragazze, allenate da Alberto Lagasi e Nicola Cattaneo.
In pratica ogni domenica pomeriggio si andava in palestra a seguire una partita, il tifo da sostenitori non mancava mai, dopodiché, tutto questo exploit si è perso per strada e solo ora si sta formando una nuova squadra dopo circa vent’anni di vuoto.
Per capire quanti erano i ragazzi/e che praticavano la pallacanestro, allora in pochi la chiamavano basket, basta guardare le fotografie che ho scovato…
Quelli che il basket

Ma č una macchina o una trottola?

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Ha compiuto quattro anni, qualche riga ce l’ha e 100.000 chilometri anche… così ho preso in considerazione di cambiare macchina. Dopo molti anni di auto “straniere” ho pensato fosse arrivato il momento di tornare alle origini, di acquistare nuovamente italiano. La nuova FIAT Freemont, primo frutto dopo l’alleanza con la Chrysler, mi ha fatto l’occhiolino, soprattutto per il prezzo abbordabile.
Così, informandomi un po’, ho scoperto l’incredibile giro per il mondo che si fa ancor prima di approdare alla concessionaria. Il suo viaggio è presto detto: il motore parte da Avellino e va a Genova, da lì s’imbarca su una nave con destinazione Veracruz in Messico, poi prosegue per lo stabilimento Chrysler di Toluca, lì viene montato sulla carrozzeria, dopodiché riportano il tutto a Veracruz e l’auto terminata è imbarcata per riprendere la via di Genova, giunta al porto viene nuovamente caricata sul camion e finalmente la destinazione è la nostra concessionaria. Praticamente si è ha fatta 20.000 km ancora prima di guidarla...
Questi saranno anche i miracoli della globalizzazione, ma li trovo quantomeno assurdi.
Tuttavia il paradosso è anche un altro. Proprio oggi è uscita dagli stabilimenti di Termini Imerese (Sicilia) l’ultima autovettura Lancia Ypsilon. La giustificazione di dismissione della fabbrica è il costo insostenibile legato al successivo trasporto/distribuzione dell’auto sul territorio nazionale... e questa sì che mi sembra una gran bella "Marchionnata"!
Ma č una macchina o una trottola?

Toulouse Lautrec e la Belle Epoque

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Chi meglio di lui saprebbe ben rappresentare la Parigi della Belle Époque? Mi riferisco al pittore e litografo Toulouse-Lautrec di cui oggi ho visitato la mostra presso la Fondazione Magnani Rocca di Traversetolo (aperta fino all’undici dicembre).

Oltre a tre suoi dipinti sono visibili una trentina di manifesti litografici che realizzò per promuovere un’epoca, proprio quella rappresentata da personaggi della vita notturna parigina, gli stessi che frequentavano i cafè chantant di Montmartre o i famosi teatri di cabaret del Moulin Rouge e Folies Bergère.
Questa nuova tecnica artistica si dimostrò subito un vero successo e il passo per promuovere altri emblemi di quel periodo di fine ottocento, tanto audace quanto malizioso, fu breve. E così, sempre attraverso i suoi eleganti affiches, continuò a raccontare il successo di marche di champagne o dei nascenti saloni di bellezza.
 
La sera come la nebbia stava calando, il parco circostante villa Magnani si stava trasformando, sembrava un luogo sospeso nel tempo. In quel silenzio assoluto, rotto solo dai miei passi sulla ghiaia, mi sono incamminato su quei vialetti ricoperti di foglie giallognole, tra piante secolari, panchine inanimate, fontanelle zampillanti e statue impassibili. 
Immaginare quel giardino frequentato proprio da quelle signore raffigurate da Toulouse-Lautrec è stato davvero facile, lo scenario era perfetto: passeggiavano di bianco vestite, con grande calma, in testa i cappelli con la piuma e al braccio l’ombrellino di pizzo, mentre gli uomini, a dovuta distanza, le seguivano chiacchierando a voce alta, monocolo stretto sull’occhio e con grandi sigari in mano.
Toulouse Lautrec e la Belle Epoque

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Il "vento" soffia su Compiano - VII Atto
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