Dopo la piena
 

Effetti di un maggio anomalo



Meglio tardi che mai

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Sarà stato un mio personale chiodo fisso, ma quando ho visto che l’insegna “Locanda Mercato” è stata finalmente rimossa ho avuto un attimo di contentezza. Adesso lo posso dire: “L’era ura!”. Non per nulla, ma da quando l’albergo-bar ha chiuso i battenti sono passati oltre trent’anni.
Questa bruttura, posta nel centro storico, nella via principale, ha per anni guastato, fotograficamente parlando, lo skyline del paese, non c’era foto o cartolina che mostrasse in primo piano l’insegna pubblicitaria, facendo così rimanere in secondo piano il campanile, le belle facciate delle case, la strada in pietra.
So che la segnalazione al Comune di Bedonia era stata fatta più volte, ma sempre invano, le Amministrazioni si alternavano, ma lei rimaneva al suo posto, immobile, fedele alla sua "non funzione". Meglio tardi che mai.
Caro Granelli ti meriti un encomio!
Meglio tardi che mai

Un senso

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Oggi la NASA ha diffuso una fotografia della Terra ripresa da una distanza mai realizzata, oltre un miliardo di chilometri. Davanti a questa incredibile rappresentazione dell’Universo, o meglio di ciò che conosciamo di esso, cercavo il nostro Pianeta, ma non riuscivo a trovarlo, non potevo trovarlo, era troppo piccolo, troppo insignificante nonostante sia posto all’interno del nostro Sistema Solare.
E se la Terra è così ininfluente nell’Universo, io cosa sono? Meno di niente!
Nonostante questo penso che tra noi ci sono persone cattive, avare, disoneste, ipocrite, egoiste o che si comportano come se dovessero essere immortali.  
Sì, il mistero della vita si fa sempre più grande.
Un senso

Il carnevale bedoniese

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Il carnevale bedoniese Questa mattina nevicava. Il mio primo pensiero è andato alla sfilata del pomeriggio. Invece è andato tutto bene, nonostante la temperatura non sia mai andata oltre lo zero e qualche fiocco di neve si sia mescolato al diluvio di coriandoli.
Il martedì pomeriggio bedoniese prende sempre vigore, non c’è che dire. Per la qualità e il numero dei carri sempre in crescita; per l’ampio numero di persone che sfilano mascherate; per le scuole che danno un tipico contributo e per il pubblico sempre più entusiasta di assistere a un così bello spettacolo.
Tutti questi fattori positivi fanno pensare a come migliorare questo evento, troppo ristretto e troppo spesso in balia delle avverse condizioni meteorologiche. Il lavoro è molto, le ore di spettacolo poche e il rischio di vanificare tutto è alto. Un vero peccato per i risultati ottenuti. Dispiace per il gran numero di persone che ci lavorano per mesi, per i contributi pubblici e privati elargiti, per il tempo sottratto a famiglia e lavoro.
Credo che la formula vada ormai riconsiderata, ovvero ampliare le giornate bedoniesi dedicate al carnevale, almeno a due o tre. Ad esempio riempire la giornata del sabato, al mattino potrebbero sfilare i bambini dell’asilo (anziché al martedì mattino in una Bedonia praticamente deserta); fare due sfilate al sabato pomeriggio, una come anteprima e una il sabato successivo, utilizzando solo i carri di Bedonia e Compiano, mentre quelli di Bardi e Albareto rimarrebbero al martedì, ci sarebbe senza dubbio gente per il paese tutto il giorno, almeno fino a mezzanotte, prima di andare al Palasabione a Borgotaro.
È solo un’idea, uno dei tanti coriandoli che svolazzavano in Piazza Senatore Micheli.

Kenya: dall'Oceano alla Savana

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Kenya: dall\'Oceano alla Savana Dopo i villaggi rudimentali, i sorrisi delle persone, le spiagge dell’Oceano Indiano, i bambini degli orfanotrofi, rimangono gli animali, quelli emblematici del Kenya. L’esperienza del safari è senza dubbio un’emozione particolare, che va vissuta.
Purtroppo non sono Karen Blixen per raccontare le emozioni che ha trasmesso con “La mia Africa”, ma davanti a tutte quelle migliaia di animali che pascolano, corrono e poi riposano in una sterminata savana, le sensazioni provate vanno ben oltre le parole scritte.  
La riserva che ho visitato è la più grande del Paese (22.000 km²) ed è quella dello “Tsavo-Est”. Per coglierla nella sua vera essenza mi era stato consigliato di soggiornarci per qualche giorno in tenda e così ho fatto. Avevano ragione. La savana “esce” soprattutto al tramonto, di notte e all’alba, quando il sole e la calura cessano di irrompere nella quotidianità degli animali. È impressionante vedere come durante le ore calde, dalle 11 alle 16, proprio come se ogni animale avesse con sé un orologio, nulla si muova in quella prateria senza confini. Solo un torrido silenzio d’immobilità, dove è la natura a forgiare e plasmare le giornate. Eppure, all’ombra delle Acacie, dei cespugli o tra l’erba, vi è un esercito di animali in “pausa”, in attesa che cessi il caldo.
La mia sveglia era alle 4 e mezza. Era buio e gli unici suoni erano quelli dei babbuini, della rane lungo il fiume e il tintinnare dei bicchieri del tè per la “colazione”. Fin dalle prime luci dell’alba la savana è di una vitalità quasi impressionante, davanti a me sfilavano tranquilli tutti gli animali: zebre, elefanti, giraffe, bufali, impala, rinoceronti, gazzelle, facoceri, sciacalli, struzzi (oltre ad uno stramaledettissimo ragno che mi è costato dodici giorni di antibiotici)... purtroppo nessun avvistamento dei felini, da una decina di giorni erano scomparsi alla vista dei curiosi safaristi. Lungo il fiume invece gli ippopotami prendevano la via dell’acqua per restarci a mollo fino a sera, mentre i coccodrilli, apparentemente addormentati, erano in attesa delle loro prede, gli aironi invece, appollaiati sulla cima degli alberi, sembravano tante vispe sentinelle.
Però nella savana nulla è programmato, tutto è legato al caso, basta un soffio di vento contrario, un pasto abbondante, il grido di una scimmia, una pozza d’acqua ormai asciutta o le gazzelle chine tra l’erba e con le orecchie abbassate, a ribaltare un avvistamento atteso e trasformarlo in una delusione.     
Sì, aveva proprio ragione Hemingway: “In Africa una cosa è vera all’alba e falsa a mezzogiorno”.

Kenya: oltre il cancello

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Kenya: oltre il cancello Saranno le situazioni che vedi, le sensazioni che provi o il disagio che si tenta di motivare davanti ad uno stile di vita troppo lontano dal nostro, non so bene quale sia il motivo, ma una cosa è certa, il viaggio non finisce con il volo di ritorno. L’Africa ti rimane dentro, c’è poco da fare.
Tuttavia il Kenya non è fatto solamente di spiagge bianche, d’incantevoli safari, di villaggi spartani o dai pastori Masai, ma è fatto soprattutto di bambini. Sono ovunque, ad ogni angolo, dietro ad ogni albero, talmente tanti da non credere al loro numero.
Per molteplici motivi, tra cui il difficile sostentamento, le carenze sanitarie o la morte dei genitori, pressoché in ogni cittadina è presente un orfanotrofio.
Per la maggior parte degli spensierati turisti è però difficile prendere atto di cosa c’è oltre il “cancello”, toccare con mano tragedie e sofferenze di una popolazione costretta a fare i conti con questa cruda realtà.  Io e Gianmarco abbiamo visitato quello di Watamu, ad una trentina di chilometri da Malindi. Ospitano settantatre bambini, il più piccolo ha cinque anni, il più grande dodici. Apparentemente una goccia nell’oceano, ma non è così, sono comunque settantatre bambini nutriti, istruiti e scampati ad una fine predestinata.
È una struttura coordinata da un’organizzazione cattolica inglese, ma è anche sostenuta da un paio di Onlus italiane (una famiglia era lì presente), da una signora svizzera (segue i lavori personalmente per sei mesi l’anno) e dai turisti (veramente pochi a giudicare dal libro dei visitatori).
In questo momento stanno ampliando le aule, i dormitori, la cucina, mentre qualche mese fa è già stata inaugurata la nuova infermeria.Per la natura del luogo e il contesto in cui sorge è inutile aggiungere altro, credo sia ugualmente chiaro lo stato emozionale che ha contraddistinto la nostra visita.
Ci siamo prefissi che invieremo un altro aiuto nei prossimi mesi, chi fosse interessato ad inviare un aiuto personale lo potrà fare aggiungendolo al nostro, mi farò poi carico di resocontare tale iniziativa.
La struttura si chiama “God Father Centre for Needy Children” e sorge alla periferia di Watamu.
Credetemi, quel “cancello” non è poi così lontano.

Kenya: Katumbo

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Kenya: Katumbo Per conoscere e tentare di comprendere l’Africa bisogna allora allontanarsi dall’albergo, dalla spiaggia, bisogna affidarsi ad una persona locale che ti accompagna fuori dai luoghi battuti dai turisti, facendoti apprendere la vera e spesso cruda realtà. Per questo sono oggi infinitamente grato a Katumbo, un ragazzo intraprendente ed onesto, uno dei tanti “Beach Boys”, che mi ha accompagnato per l’intero periodo a conoscere con semplicità la sua terra. Con lui ho visitato le cittadine di Watamu, Geze, Malindi, oltre al suo ed altri villaggi (con nomi impossibili da ricordare) che sorgono ai margini della foresta, tra palmeti, mango e baobab, tutti formati da spartane capanne, realizzate con il fango e dal tetto in Makuti (foglie di palma), senz'acqua ed elettricità.
Parlando di questo ragazzo s’intuiscono al tempo stesso le condizioni di vita del 90% della popolazione keniota.
Katumbo (Pancione tradotto in italiano) si alza all’alba, fa colazione con polenta e fagioli, dopodiché s’incammina verso la sua unica sussistenza: la spiaggia antistante i vari resort/hotel. Dopo circa due ore e mezzo di sentieri e strade bianche (25 km), percorse a piedi e senza scarpe, raggiunge il mare e lì inizia la giornata alla ricerca del turista da assistere offrendosi come guida.
In un Paese dove lo stipendio medio è di circa 30/50 Euro mensili anche un solo Euro in più a fine giornata può fare la differenza, a partire subito dal suo pranzo che gli costerà 20 Centesimi e sarà ancora a base di polenta e fagioli. Al tramonto riprende la strada di casa, altri 25 km percorsi però al buio o al chiaro di Luna, le capanne dei villaggi sono infatti illuminate solo dai fievoli lampade ad olio e dal fuoco che cuoce la cena. Certo, ancora polenta e fagioli. Prima di giungere al suo villaggio deve però far ricaricare la batteria del cellulare, anche lui come gli altri lasceranno il telefono presso una capanna fornita di energia elettrica, lo ritirerà poi il mattino seguente dopo aver pagato 5 Centesimi di Euro. Nel frattempo nessuna doccia rilassante, l’acqua è preziosa e costa cara, i pozzi di acqua potabile sono distribuiti ogni 2/3 km. Questi sono raggiunti durante il giorno dalle donne e tutte quelle taniche gialle, portate abilmente in testa, contengono 20 litri d’acqua… ma solo dopo aver pagato all’addetto del pozzo 5 Centesimi di Euro.
Prima di partire io e Gianmarco abbiamo prospettato a Katumbo la nostra intenzione di regalargli una bicicletta (circa 50 Euro), per lo meno raggiungerebbe la spiaggia in poco più di un’ora, ma ha declinato la cortesia perché con quelle strade, sarebbe un debito, le gomme si bucherebbero di frequente, invece, dice lui “andare a piedi non costa niente”. Allora, di comune accordo, abbiamo stabilito che dei mattoni (pietre bianche squadrate a mano e dal costo di 20 Centesimi cadauna) sarebbero stati più utili all’occasione, infatti da alcuni anni li sta mettendo da parte per costruirsi una capanna in muratura e lasciare quella in fango al fratello minore.
Eh sì, questa è la realtà di chi vive vicino al mare, alle cittadine con i turisti, basta però dirigersi a qualche decina di chilometri verso l’intero che la situazione è nettamente diversa, non c’è acqua e quindi non ci sono colture, la situazione sanitaria è carente e spesso si muore ancora di fame. Questo accade in gran parte del Paese, tranne nella zona di Nairobi, sede del governo presidenziale e dei soliti politici faccendieri, proprio dove si decide la sorte di milioni di loro concittadini.

Kenya: 300 matite

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L’Africa andrebbe conosciuta per quello che realmente è, un continente caratterizzato da molte, anzi troppe contraddizioni che la differenziano nel bene e nel male, anche se, purtroppo, ad abbondare sono quest’ultime.
Durante la mia breve permanenza in Kenya ho potuto in qualche modo ugualmente scoprirla, ammirarla, commuovermi, emozionarmi.
Ci sarebbe tanto da raccontare perché le sue sfaccettature sono molteplici e spesso complesse. Tant’è che, per non sovrapporre più argomenti, in taluni casi troppo disgiunti tra loro, suddividerò in diverse parti questo mio ultimo resoconto di viaggio: il territorio; la popolazione; gli orfanotrofi; gli animali.

Ora inizierò a raccontare quel territorio, specialmente con le immagini, descrivendo le tradizioni e la cultura locale, quella dei villaggi (le capanne sono in fango e prive di acqua ed elettricità) e delle migliaia di bambini che ti vengono incontro solo per sorriderti e dirti “ciao”, rimanendo lì a sventolare la mano finché non ti allontani. È un saluto che non racchiude nulla, è solo caloroso e spontaneo. Alcuni di loro desiderano la caramella, ma ci è stato sconsigliato di donarle per non influire negativamente sulla dentatura, allora tutti quei sorrisi gli abbiamo ricompensati con delle matite. Sì trecento matite che sembravano tanti oggetti del desiderio, ed è lì che capisci che quando non hai nulla anche il niente può rappresentare qualcosa.
Kenya: 300 matite

Edward Hopper a Palazzo Reale

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Quando a Novembre ho saputo che a Milano ci sarebbe stata la mostra di Hopper sapevo con certezza che non avrei potuto mancarla. L'americano Edward Hopper (1882-1967) e l’olandese Jan Vermeer (1632-1657) sono i miei pittori preferiti, entrambi infatti adottavano uno stile tipicamente “fotografico”.
Ogni quadro di Hopper racconta una storia diversa, una situazione sentimentale differente. Basta soffermarsi su quelle strade deserte, tra la solitudine di immobili personaggi, in quelle stanze avvolte dal silenzio e illuminate dalla luce dorata del tramonto, dell’alba o della notte, per rappresentare mentalmente una delle tante vicende che hanno spinto il pittore a fermare l’attimo sulla tela.
In quelle scene spiccano solo cose che hanno a che fare con l’attesa e le persone sembrano non avere impieghi definiti, sono tutti personaggi abbandonati alla loro sorte, dove solamente lo spettatore riesce a dargli un senso logico, a farli rivivere, a farli uscire dalla loro immobilità. Sono sempre incontri casuali di un paio di persone, al bar, su una spiaggia, in un motel, per strade prive di auto, lungo i binari di una ferrovia, tra costruzioni in stile propriamente americano.
Essere davanti ad uno qualunque dei suoi quadri ti fa partecipe al contesto, riesci a scorgere le emozioni, ad ascoltare il silenzio, a percepire la luce.
Edward Hopper a Palazzo Reale

Venezia mi ricorda istintivamente...

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Venezia mi ricorda istintivamente... Questo racconto ha inizio a Venezia, in occasione della classica gita, sulla fine dell’anno scolastico del 1978. Frequentavo le scuole medie. Ricordo che in quel periodo era arrivata a Bedonia una nuova ragazza, proveniva da Torino. Non era ancora ben conosciuta in paese che già alcuni cuori battevano all’impazzata.
Certo, piaceva anche a me. Però non potevo averla sott’occhio come altri miei compagni, in quanto, a loro differenza, frequentavo la sezione maschile a San Marco… “Mannaggia, ma cosa mi è venuto in mente?”.
Le gite erano però organizzate insieme alle altre sezioni… “Almeno quelle!”. Ci andai anche quella volta. Tutto era pronto dalla sera prima: il succo di frutta (richiuso con il tappo di plastica), il panino con la marmellata (avvolto nella carta velina e dall’elastico) e la banana (in quel momento non ancora nera). Invece pantaloni, camicia e giubbetto li scelsi con cura, sapevo che sarebbe venuta anche “lei”.
Alle sette eravamo già tutti davanti a “Las Vegas” e l’autobus era già in moto, pronto per la partenza. Quell’anno, sotto a un diluvio universale, visitammo la laguna di Venezia.
Murano con le sue vetrerie, i mille scalini del Campanile, le gondole che sembravano finte, migliaia di persone e altrettanti colombi… finchè, stremati, ci sedemmo sfiniti in Piazza San Marco, tranne qualcuno che trovava ancora la forza per arrampicarsi su uno dei due leoni in marmo per la foto di circostanza. Io invece preferii fare un passo da gigante, comprargli un regalino, decisi che un paio di orecchini, quelli a forma di lampadina e con dentro la porporina, sarebbero stati perfetti: 500 Lire… “Va bene, li prendo”.
Poco dopo la chiamai e glieli donai (ancora oggi però deve sapere il motivo di quel mio gentil gesto).
Si fece sera e, bagnati come pulcini, ripartimmo per Bedonia. Appena giunto a casa mostrai il trofeo a ricordo di quella splendida giornata: il cavallino in vetro di Murano, peccato che dal corpo mancassero due gambe e la coda (sulla libreria ho ancora oggi un cavallino identico a quello di allora, integro ovviamente, e lo trovai qualche anno fa in un mercatino di cianfrusaglie: 1 Euro… “Va bene, lo prendo”).
Oggi Elisa, la figlia della “ragazza degli orecchini”, si è laureata con 110 e Lode. Qualche settimana fa ha organizzato una festa e mi ha invitato, stavo per raccontargli una storia, ma poi ho scelto di fargliela leggere.

USA by Italo

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USA by Italo L’amico Italo se ne và in giro, ormai da una decina di giorni, per gli Stati Uniti: New York, Washington, Miami. Grazie al suo Iphone vediamo un po’ cosa combina…

Ciao, io proseguo nel mio viaggio libero e felice della bella esperienza che ho desiderato fare.In questo viaggio solitario, libero da ogni vincolo, dedico sempre qualche momento all'ascolto delle persone che sono intorno a me. Non che io capisca così bene l'inglese, ma osservo i gesti, i modi di parlare, di muoversi...Mi piace questo modo di osservare le persone... Così scopri che almeno qui, quasi tutti si isolano con le loro cuffiette, lavorano o giocano con i loro telefoni e le uniche persone disposte a scambiare qualche parola sono gli anziani. Si prodigano a parlarti del tempo, della “metro”, a darti informazioni se ti vedono con una piantina in mano. Sono buffi, tutti imbacuccati in maglioni e  cappelli di lana, il loro carrello e la loro età sulle spalle... Ma dialogano, hanno ancora voglia di fare sentire la propria voce...
Dentro da Maci's a New York ho trovato per terra un guanto, l'ho raccolto perchè bello nuovo e lo stavo portando all'entrata ad una guardia. Forse un pò ingenuamente, visto le centinaia di migliaia di persone che circolano dentro a quel mostruoso negozio, però mi sembrava una buona azione, così di istinto l'ho fatto. Mi sono ritrovato a guardare poco più in là, un uomo anziano che disperatamente cercava il suo guanto. Mi avvicino gli batto sulle spalle e con un sorriso gli faccio vedere il guanto... Lui mi guarda, mi prende le spalle e mi dice "God bless you my guy... god bless you!", ci stringiamo le mani e dopo un happy holydays ognuno per la sua strada... Semplice ma mi è piaciuto!

Lo scopo di questo mio “taccuino” però era un altro. Io che sono un amante della tecnologia e dei gadget, sono rimasto spiazzato da due cose:
1) ho visto gente in metro, dentro all'Apple store, da Starbucks china sui libri e spendere alcuni minuti del loro tempo leggendo;
2) ho visto nella metro, in sala d'attesa di aeroporti e ferroviaria, da Starbucks a prendere un caffè... gente che leggeva.Non pensare che sia impazzito, ne tanto meno mi drogo... Mi ha spiazzato il modo diverso in cui leggevano!!
Nel primo punto ho visto ragazzi e adulti che leggevano appoggiati ai muri, seduti sulle panchine, mentre prendono il caffè, libri veri, autentici, fatti di carta e stampati con inchiostro.
Nel secondo punto invece, ho visto gente estrarre un pacchetto sottile dalla borsa-giacca, aprirlo a mò di libro, ma era solo una copertina rigida che proteggeva una piccola tavoletta con i bordi bianchi e uno schermo grigio. Pigiano un bottone, selezionano un file... Compare la copertina del libro e passano al capitolo dove erano rimasti, con delle freccette cambiano pagina o scendono di paragrafo. Il tutto con una semplicità impressionante. Lo schermo è ottimo così il contrasto anche in ambienti luminosi... e per chi non vede bene si possono ingrandire i caratteri.
Ne avevo sentito parlare degli Ebook-Reader, ma vederne così tanti in circolazione mi ha lasciato sbalordito. Il più famoso si chiama Kindle e viene venduto anche in Europa da Amazon, ma penso che da noi manchino i contenuti. Incuriosito mi reco da Barnes & Noble e chiedo di visionarne uno. Hanno un peso irrisorio e una qualità video (la tecnologia si chiama E-link) straordinaria. Questi ne vendono uno che ti da le copertine dei libri caricati a colori... Mi chiedono se ne desidero uno... apro il mio marsupio e mostro il mio libro portatile, vero... di carta e inchiostro, del topo "Firmino" che qua negli USA nemmeno hanno..."No thanks"!
Sono un amante della tecnologia ma per il momento preferisco ancora il buon vecchio libro...
Ma...
Il 26 gennaio Apple presenterà alla stampa un nuovo e straordinario prodotto. Si dovrebbe chiamare ISlate e dicono che, come Iphone ha reinventato il telefono, questo rivoluzionerà il mondo dei media: libri, riviste, film, videogames, computer... tutto in 1.
Qui mi fermo perchè si parla di Apple... ed è un'altra storia!!!

Auguro a tutti un 2010 sereno e pieno di soddisfazioni.
Alla prossima… Italo

Le 'pillole' di Little Grains

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Solitamente a fine anno racconto le impressioni rapportate ai 365 giorni appena trascorsi o quelle che hanno parzialmente caratterizzato il blog. Questa volta invece cambio rotta, punto dritto su Facebook. Non tanto perché è stato uno degli eventi dell’anno, ma per soffermarmi su una sua delle sue tante pagine, anzi su un profilo, quello di Martina “Little Grains”.
FB è lungimirante, mi suggerisce sempre l’aggiornamento del suo stato, quindi non faccio nemmeno lo sforzo di cercarlo, “Little Grains” compare e mi travasa sull’istante, attraverso i suoi concetti in pillole, un momento di buonumore.
Si esprime quasi sempre in terza persona come a sottolineare che la prima a non prendersi troppo sul serio è proprio lei, invece mette in risalto la sua vera personalità: autoironicamente intelligente.
Credo di non essere il solo a stupirsi del suo incredibile umorismo. Ogni giorno sforna battute davvero stupefacenti, in una sola riga riesce a fare un concentrato di intelligenza, sarcasmo e cultura. Quello che traspare è un mondo visto con gli occhi di una giovane universitaria, che ama Bedonia, gli amici e la famiglia, anzi a dire il vero le famiglie sono due, la sua e quella dei Simpson, ma non solo, gli piace il cinema, la musica e la Nutella, con quest’ultima ha un vero e proprio rapporto di odio e amore.
Mi sono preso il tempo di sfogliare il suo profilo e di raccogliere un intero anno delle sue meravigliose ed esilaranti “pillole di saggezza”.
Scaricate l’allegato, stampatelo e leggetelo con calma, vale quanto un buon libretto della Littizzetto o Geppy Cucciari…
Le 'pillole' di Little Grains

Le strade di ieri e le autostrade di oggi

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Le strade di ieri e le autostrade di oggi Non c’è nessun dubbio, una delle soluzioni per sviluppare un territorio montano è senz’altro Internet. La rete però non arriva ovunque, anzi più le zone sono remote e più aumentano le difficoltà ad avere un collegamento veloce, il motivo è semplice: gli operatori nazionali non intendono investire per via degli alti costi e di un ritorno dell’investimento a lungo termine, in poche parole non conviene investire in queste zone. Per ovviare a questo inconveniente si è pensato di istituire un progetto di proprietà pubblica, ma con la gestione affidata ad una società privata, ovvero creare la Banda Larga Wi-FI, per i meno tecnologici si tratta di un collegamento veloce ad internet senza fili. Nel caso che ci riguarda da vicino il Consorzio gestore del servizio è COM-UNICA ed ha sede a Borgotaro.

Questo è stato il tema discusso a Bedonia sabato scorso, poiché questo servizio sarà ora disponibile anche nell’area del capoluogo bedoniese. Ci tengo a precisare che in questo momento la zona interessata all’intervento è già coperta dalla tradizionale linea ADSL, sarà però un’altra possibilità per le zone più periferiche, non raggiunte dalla linea via cavo, o per quegli utenti a cui risulta un collegamento congestionato.

Dico la verità, mi sarebbe piaciuto ascoltare con più determinazione, attraverso i responsabili intervenuti, i tempi di copertura delle zone più decentrate, ad esempio l’alta Valtaro e l’alta Valceno, questa sì, sarebbe stata la vera notizia di rilievo. Voglio ritenerlo solo un primo passo verso la copertura di gran parte dei centri abitati montani, anche perché la necessità più ricorrente oggi non sono più le strade comunali bene asfaltate, bensì le infrastrutture informatiche, le vere autostrade dello sviluppo. Non c’è quindi dubbio alcuno che quest’opportunità messa a regime risulterebbe davvero oro colato per rilanciare un’economia locale già difficoltosa e per differenziare l’attività lavorativa futura.

Una puntura di saggezza e perspicacia è stata poi rilasciata dall’intervento del bardigiano Andrea Pontremoli, invitato dall’Amministrazione Comunale come autorevole figura internazionale in campo informatico. Ascoltare l’attuale Amministratore Delegato di Dallara Automobili, nonché ex A.D. di IBM Italia, è sempre un vero piacere. Le idee sviscerate riguardano sempre l’economia locale e il suo rilancio attraverso i mezzi che possediamo, quindi mettendo mano all’ingegno, alla buona volontà e alla lungimiranza, ovviamente relazionandoli all’impiego del web.
Sì, oltre ad ascoltarlo e compiacersi, bisognerebbe collaborare più attivamente con lui, anche perché persona disponibile e affezionata alle nostre valli, ma soprattutto senza i tanti sperimentati campanilismi.

Bardi e la rupe mutevole

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Sono ormai dieci anni che una volta a settimana vado a Bardi e in ogni occasione ho una visione differente, mutevole secondo il lato in cui si guarda, della sua fortezza medievale. Se provieni dal Santa Donna fai la strada insieme a lei, sembra sempre ad un tiro di schioppo; da Bedonia hai invece la tentazione di spiare attraverso le bifore per scrutare cosa accade al suo interno; da Varsi è piccola all’orizzonte, diventa grande a mano a mano che ti avvicini; scendendo invece da Grezzo l’ammiri in tutta la sua bellezza, la vedi laggiù, con a fianco lo smilzo campanile di San Francesco, adagiata  sulla rupe di diaspro rosso, propensa ad essere avvolta da un raggio di sole, schiaffeggiata dalla pioggia, ridipinta da una nevicata imprevista o sospesa nella nebbia. Tante visioni rubate allo stesso sogno.
Bardi e la rupe mutevole

Viaggio sentimentale nell'Italia dei vini

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Viaggio sentimentale nell\'Italia dei vini Dire che ogni volta che ritorno in Piemonte, anzi nelle Langhe, mi si apre il cuore. È una terra che mi riporta al passato, alla prima passione, a quella per il vino. Sì nel 1976, all’età di undici anni, provai a mettere in pratica la tecnica della fermentazione dell’uva e trasformarla così in alcool. In quella precoce impresa, a dir la verità, non ero solo, avevo un assistente, l’amico Paolo. Lo chiamammo “Frambos 1976”, di quel “rosso” ne conservo ancora una bottiglia.
Erano i tempi che seguivo con passione i consigli, anzi gli ammonimenti, che decantava con estrema passione il più grande enologo, o storico del vino, del novecento: Luigi Veronelli. Ricordo che attraverso il programma RAI “Viaggio sentimentale nell’Italia dei vini” e nella rivista mensile “Civiltà del bere”, persisteva a far capire all’Italia quali erano le potenzialità di questo settore e che non si trattava quindi di una semplice bevanda da pasto.
Era il 1979 e lì parlava direttamente ai piccoli vignaiuoli, andandoli a scovare nelle campagne nebbiose più remote, cercando di farli emergere puntando sulla qualità e non sulla quantità, di diradare quindi le uve, di battersi per ottenere la denominazione d’origine della loro zona, di abbandonare la damigiana o il fiasco e puntare alla bottiglia, si liberassero una volta per tutte da insensati complessi d’inferiorità nei confronti della Francia e facessero risaltare appieno tutte le loro enormi potenzialità. Sì, era un grande personaggio e soprattutto non era “addestrato” da nessuna “guida” di settore, era tutelato invece dalla sola passione, in quello che faceva e diceva ci metteva cuore e cervello.
Se oggi ci sono produttori noti in tutto il mondo credo sia anche merito suo, ma non solo, se oggi beviamo eccellenti vini italiani credo sia anche per merito suo. Un esempio su tutti, i Barbaresco di Piero Busso, piccolo produttore di Neive, motivato dalla sola passione per il buon vino e non dalle mode. Una persona schietta e saggia, con le scarpe sporche di fango, i pantaloni a coste di velluto e le mani callose. Da quindici anni a questa parte l’ho sempre visto incondizionato da riconoscimenti, premi e “bicchieri” che nel frattempo aveva messo da parte. Piero continua per la sua strada, quella che lui ritiene giusta, sì, è proprio come l’avrebbe voluto il buon “Gino”.
 
> Immagini tra le nebbie delle Langhe...

>> Il racconto del Frambos 76...

Ilda Orsi - La mia valle

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Ilda Orsi - La mia valle Ilda mi è venuta incontro con il sorriso e il suo libro in una mano: “Finalmente ci sono riuscita”. Era da qualche tempo che mi annunciava questa sua intenzione di raccogliere in un volume i suoi pensieri di bedoniese e le sue testimonianze storiche relative alla Resistenza (Ilda è nata a Monti nel 1924).
Domenica c’era un tempo da lupi, il caminetto era accesso, così ne ho approfittato per iniziare subito a leggerlo. Il libro è formato da circa sessanta pagine, ma già dalla prima mi ha dato da pensare. Quel capitolo s’intitola “Bedonia”. Mi ha fatto riflettere perché Ilda parla di Bedonia, del suo paese, in maniera semplice ed entusiastica, non è critica, vede e accetta il suo paese per quello che è, per ciò che gli offre e gli ha offerto.
La lezione che mi ha dato, pur trattandosi di sole venti righe, è stata esemplare e non la dimenticherò. Noi tutti dovremmo imparare a criticare meno e ragionare così, a compiacersi di quello che abbiamo, vivendolo per quello che è, senza sbandierare a destra, a sinistra e a tutti le difficoltà che possono contraddistinguere un paesino di tremila anime. A chi non piacerebbe abitare in un paese funzionante e senza problemi? Però, siamo sicuri che esiste?
Sì, cara Ilda, credo sia proprio questo il miglior punto di partenza per rendere migliore la nostra Bedonia. Bisogna apprezzare quello che si ha fin tanto che si ha.

Bedonia


All'ingresso del paese la grande stele in pietra arenaria; un grande biglietto da visita per il centro storico e per la nostra pietra arenaria famosa nel mondo.
Di pietra arenaria è lastricato il centro storico, come della stessa pietra sono le numerose statue che ornano le piazze di Bedonia. Scolpite da scultori venuti da tutto il mondo grazie al concorso indetto dal nostro Comune.
Bedonia, merito delle Amministrazioni che si sono succedute, è diventata perla della montagna; abbiamo una bella chiesa di recente restaurata, una Casa di Cura all'avanguardia, edifici scolastici in sicurezza e dotati di tutti i servizi, la Casa del Volontariato con tanti soci sempre pronti ad ogni evenienza, il Centro Sociale dove gli anziani possono conversare, giocare, organizzare cene, serate e gite sociali, il Centro Sportivo con piscina, campo da tennis e di calcio, di fianco il camping, l'Asilo che grazie alla Fondazione Cariparma sta per essere rimesso a nuovo. L' "Asilo" che per i bedoniesi è un pezzo di cuore non solo perla cura ai piccoli, ma anche per aver preparato tante giovani alla società.
E poi il fiore all'occhiello la nostra Banda Musicale che grazie all'estro e alla tenacia del maestro Cacchioli, all'impegno dei nostri ragazzi e dei Presidenti, ha raggiunto altissimi livelli di esecuzione ed è chiamata ad esibirsi non solo in Italia, ma anche in alcuni Paesi Europei.
Sul Colle di San Marco la Grande Basilica, meta di tanti Pellegrinaggi e di gran culto per la sua Madonna, eretta anche con i contributi dei nostri emigranti. Promotore della raccolta dei fondi Monsignor Renato Costa che, novello Scalabrini, ha visitato tutti gli Stati dove risiedono i nostri emigranti portando notizie della loro gente e dei loro paesi di origine parlando con loro nella lingua che i nostri emigrati solo conoscevano: il dialetto. Ancor oggi quando un emigrante ritorna per qualsiasi problema cerca Don Costa.
Bedonia, la bellezza dei monti che circondano la valle, i paesi incastonati alla falde con i loro Oratori, piccoli gioielli ancor poco valorizzati.
Un grazie di cuore ad Arturo Curà che ha fermato nell'immagine la loro bellezza, la poca gente rimasta, arroccata lassù fra i piccoli campi ricavati con tanti muri a secco che ancora, come loro, resistono all'incuria del tempo.
Cara nostra gente parca, umile e cordiale più di stirpe Ligure che Emiliana.
La vallata è stata culla della resistenza e per questo Bedonia è stata decorata con Medaglia d'Argento.
Bedonia, detta la piccola Svizzera italiana.

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Il "vento" soffia su Compiano - VII Atto
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