(…ma qui scorre lento)

Ott12

I viali

Guardare cadere le foglie è distensivo.
Specialmente le foglie dei viali;
se sono quelle grandi dei platani;
con il vento che se la trascina via.
Quando ci passano sotto le persone.
Se ti chini a raccoglierne una;
se te la porti a casa;
se poi finisce tra un libro.
Specialmente se il cielo di sopra è blu.
Le foglie dei viali, dei viali di platani.
Ott10

È autunno. Tempo d'attesa.

Ci siamo. E’ arrivato, forse un po’ in anticipo. L’autunno qui da noi non si identifica unicamente tramite le sue infinite sfumature di colori, ma anche con una soffice distesa mattutina. Basta salire di qualche centinaio di metri al di sopra del paese che lo spettacolo è davvero incantevole, quasi magico.
I tre colori base dell’autunno giallo, verde e rosso vengono accostati all’azzurro del cielo terso, al profilo grigioverde dei monti all’orizzonte, al bianco candido della foschia. Lo spettacolo non dura a lungo, fino a quando il sole si fa caldo e dissolve quella bianchissima nebbiolina lasciando posto ai tenui colori autunnali.
Improvvisamente la foschia diventa presuntuosa, si addensa di bianco e si interpone.
Il verde avverte il gelido allontanarsi del sole, si tramuta in rosso, arancio e giallo, vuole attirare il tepore vitale, grida: "Hei, sole, non andartene, sono una tua creatura, ho bisogno di te!"
Ora il verde é un meraviglioso semaforo naturale, urla di colori accesi. Ma il sole ha giá preso la via per l'altro emisfero. Il verde, ora rosso, arancio e giallo, s'inaridisce, secca, cade a terra e lei lo assorbe, lo amalgama del suo stesso colore marrone: la pianta rattristata manda la sua linfa nelle radici a tenergli compagnia. Sono spariti i colori dell'estate.
La foschia invade la vallata, é densa, ovattata, ancor piú bianca. Presto prenderá consistenza e brillerá di tutti i colori rubati.
È autunno. Nostalgia. Tempo d'attesa.
Ott01

Oltremisura

Se un giorno decidessi di cambiare lavoro, mi piacerebbe farne uno un po’ speciale, magari questo:

Mi piacerebbe far ritornare le foglie sugli alberi dopo che sono cadute, trasformandole nel contempo da gialle a verdi.
Mi piacerebbe fare uscire il sole quando uno meno se lo aspetta, magari facendolo balzare all'indietro, a mò di capolino, dopo che è tramontato.
Mi piacerebbe far scendere fiocchi di neve tutti colorati, uno diverso dall’altro e l’altro ancora diverso, e far ricoprire tetti, alberi, prati, spalle con un’immensa colata a tinte forti.
Mi piacerebbe poter fare uno scherzo: ripulire tutti i colori dell’arcobaleno e almeno per una volta lasciarlo andare in bianco.
Mi piacerebbe soffiare nella nebbia per spostarla dentro a una grotta buia e lì fargli comprendere cos’è il mondo senza i raggi del sole.
Mi piacerebbe far mutare una possente grandinata in una morbida e leggera caduta di batuffoli di cotone.
Mi piacerebbe rubare le sfumature di un tramonto per poi colorare le giornate grigie, proprio quelle dove vedi nero persino a mezzogiorno.
Mi piacerebbe accendere la notte e spegnere la Luna… per pochi attimi, solo per capire quanto sia meraviglioso quel buio.
Mi piacerebbe raccogliere le stelle dal cielo per poterle finalmente contare e se il conto non dovesse tornare regalarne una a chi mi pare.

Sono consapevole che tutto questo mi farebbe cadere in miseria, ma lo spirito e l’anima sarebbero oltremisura compiaciuti.
Set21

Un giorno di quasi autunno

L'estate è una delle quattro stagioni dell'anno, insieme a primavera, autunno e inverno.
Oggi era sul finire. L’ho vista compiersi. Sì, fino ad inghiottirsi quell’enorme disco giallognolo. Il giorno dell’equinozio d'autunno è ormai dietro l'angolo.
Ero lassù. Il silenzio assoluto era rotto solo dal gracchiare di alcune cornacchie e dal verso di altri uccelli. Le foglie del bosco attorno stavano mutando di colore, alcune già cadevano; sembravano proprio non aver fretta di arrivare a terra. Il terreno, ancora umido dalla rugiada mattutina, tralasciava un forte odorato di erba tagliata.
Mi sono seduto sul prato. Dietro di me una chiesetta staccata da una favola. Di fronte la vallata aperta, quasi infinita, estasiava. Tutt’intorno infinite gradazioni di verde e un maestoso Pino Marittimo. Lì vicino alcuni grilli frinivano tra quegli ultimi raggi prima dell’arrivo del Generale Inverno.
Potrebbe apparire come una semplice, se non banale realtà, ma è uno spaccato che ascolti e vedi solo se ti fermi. Non ci vuole molto, basta farlo. Potrebbe apparire come una semplice, se non banale realtà, ma è uno spaccato che ascolti e vedi solo se ti fermi. Non ci vuole molto, basta farlo. Purtroppo la vita di oggi ti permette di sorprendere questa normalità assoluta solo se sei disposto a scendere a compromessi con lei e per coglierla devi fermarti! Ogni tanto acconsento.
Erano le 18.50 del 21 di settembre, un giorno di quasi autunno.
Set18

I colori della sera

L’azzurro possente del giorno si stava amalgamando dentro al debole ceruleo della sera. Era come avere davanti alla faccia la tenda infiammata, vellutata e scarlatta, di un teatro naturale, quando cala il sipario e la notte assorbe i colori per dar spazio alla fantasia senza confine...
Mi fermo qui! Non posso andare oltre. Per raccontare questo scenario dai mille colori dovrei essere un narratore e per riprodurlo un pittore, ma non possiedo nessuna penna e tanto meno pennelli...
Set16

Un piccolo mondo incantato

La tradizionale ricorrenza di “Maria Bambina”, vale a dire la benedizione dei bambini, ha un fascino a dir poco incomparabile. Il luogo dove si svolge la solennità è a due passi dal centro storico di Bedonia, ma “lontanissimo” per molti. E’ un posto “magico”: silenzio e tranquillità sono i veri padroni di quell’incantevole angolo di terra preservato dal cemento. E’ il bosco del Serpaglio, anche se per molti bedoniesi era e rimane il “CIF”. Il “Centro Italiano Femminile” era una casa di villeggiatura riservata alle sole donne cattoliche, ciò è avvenuto fino alla metà degli anni sessanta, e da allora, tranne una breve parentesi riservata al campo estivo dei finanzieri, è praticamente inutilizzata, in concreto è in decadimento. La proprietà del podere è la “Fondazione Bellentani”, la stessa dell’asilo infantile bedoniese. Torniamo però alla festività celebrata nel tardo pomeriggio dell’otto settembre. Tutto avviene in modo essenziale, quasi in punta di piedi, sembra di rivivere dei momenti sottratti ad una fiaba, tutto è così piccolo, minuscolo: bambini che giocherellano con le pigne; una chiesetta ottagonale con la torretta; la statua della Madonna è di proporzioni inusuali, “neonata”; persino la processione avviene in maniera infantile, è un breve girotondo, ed ovviamente sono piccini anche i portantini della Madonna. Ciò si svolge all’interno di una fitta boscaglia di castagni e pini, quasi a voler preservare quel “piccolo mondo incantato” che, per un solo giorno all’anno, rinnova la lunga tradizione.

>> Alcuni momenti della processione...

Set15

ORIANA

Avevo quattordici anni la prima volta che lessi un libro di Oriana Fallaci. Da allora ho letto tutti i suoi libri, i suoi scritti. Molte volte li ho letti più di una volta. Non sempre ho condiviso le sue idee. Adoro il suo modo di scrivere e stimo il suo coraggio. Forse (per quel poco che so di lei) non aveva un carattere facile, ma tutte le persone un po’ sopra le righe non sono facili.
Vorrei ringraziarla per i suoi libri perché leggendoli mi ha insegnato che comunque è sempre importante pensare con la propria testa e difendere le proprie idee. Grazie Oriana. Riposa in pace.

Morire, una semplice battuta d’arresto: una pausa di riposo, un breve sonno per prepararsi a rinascere, rivivere, per rimorire sì ma per rinascere ancora, rivivere ancora, vivere vivere all’infinito. In tal caso? No: non era un’ipotesi, quella! Era una certezza. > Da "Insciallah" <
Set10

Nel blu dipinto di blu

Un blu blu. Sono ormai due settimane che il cielo è dipinto di blu.
Il diritto a spezzare provvisoriamente questo blu spetta solo agli aerei con le loro bianche pennellate.
E’ un cielo così intenso, così blu, che le nuvole non ci stanno su neanche pitturate!
Set08

Il nome della Torta

La parola “dolce” può assumere un’infinità di significati. Può essere un sapore tipico di frutta tropicale; una pizza senza sale; l’acqua di fiume e non di mare; un legno tenero da lavorare; un suono strumentale. Può anche rappresentare dei teneri riguardi verso una persona cara, anche se propriamente la parola “dolce” viene impiegata per definire un qualcosa di zuccherino, squisito, delicato.
E’ di quest’ultima possibilità che si tratta. Questi aggettivi sono per me attribuibili ad un solo dolce, ad una sola torta. La più buona del mondo. Unica e non comune. Creata solamente in una piccola pasticceria piemontese condotta da più generazioni. La famiglia “Balla” ne è la depositaria.
La ricetta neanche a dirlo è segretissima. I dipendenti addetti alla sua confezione firmano un patto per non rivelare il contenuto della celebrata ricetta, ma coloro che ci lavorano non hanno bisogno di suggelli, lavorano lì per passione, ottenere la fiducia di mescolare quel prezioso impasto fatto di cioccolato è già per loro un privilegio, un qualcosa da andarne fieri.
Questa sorta di opificio della pasticceria sorge ad Ivrea. Il paese della Dora Baltea. 40 chilometri a nord di Torino, ai confini con la Valle d’Aosta. Assaggiai questa torta nel 1984. Ricordo quando ogni mattina, per nove mesi, facevo colazione alla pasticceria con quella fetta di torta in mano…
Ancora oggi, ogni tanto, percorro quei 700 chilometri, tra l’andata e il ritorno, solo per degustarla.
Sì solamente per assaggiarne una fetta e portarmene una intera a casa. Sì ne vale la pena!
A questo punto è d’obbligo svelarne il nome fin qui taciuto: “Novecento”… è dolce persino quello.

Stat “Novecentum” pristina nomine, nomina nuda tenemus.
Set05

Sono balzati fuori improvvisamente…

Cercavo vecchie riviste che conservo in solaio in scatole di cartone. In una, sotto ad un mucchio di Photo e Zoom, ho trovato un piacevole, quanto lontano, ricordo.
Dentro ad una scatoletta di latta, di quelle che non servono a nulla se non a contenere ricordi, sono balzati fuori, improvvisamente, come da loro tradizione... una decina di vecchi “soldatini” di piombo, indiani per la precisione, appartenenti alla tribù dei Cheyenne… è così che devo averli naturalizzati una trentina d’anni fa.
Tra loro c’era il capo indiano, riconoscibile dal lungo copricapo, gli altri erano guerrieri con una sola penna e l’arco teso. Dopo averli fatti passare uno ad uno, di mano in mano, ho “srotolato” il tempo.
Sono cresciuto con l’idea che l’indiano fosse il cattivo e il soldato solo una vittima di questi “selvaggi”.
- Hollywood è stato davvero geniale!
Ricordo quando li disponevo a cerchio per trarre in imboscata i Cavalleggeri americani. E’ così che li facevo “vivere”: sempre sulla difensiva, alzando barriere, armandoli di archi e frecce.
L’angoscia di finire tra le grinfie dei soldati era ben visibile sugli sguardi e negli atteggiamenti. Le speranze si erano affievolite, i desideri bruciati insieme alle loro tende e le aspirazioni finite nella polvere della prateria.
Le buone intenzioni dei vari Generali Custer, nonostante si fossero seduti più volte attorno al falò e con il calumet della pace tra le mani, non avevano mai dato risultati affidabili, i “visi pallidi” finivano sempre per non mantenere quei solenni giuramenti.

Credo sia questo il motivo che li spinge ancora oggi ad essere diffidenti del futuro.
Se dovessi riprendere in mano quei “soldatini” sono certo che ora giocherei in modo diverso.
Set02

Quando la Luna perde la lana

Solo un pensiero, solo per dire che questa notte il cielo era incantevole, stregato, aveva delle gradazioni inverosimili. Davvero impossibili da descrivere. Se avessi potuto restare davanti a quel disco giallognolo, lucente e quasi completo l'avrei fatto fino all'alba. Sì l’avrei davvero desiderato. Sarei rimasto con quella Luna, con quel contesto di nuvole leggerissime, lunghe e sottili che le si paravano davanti come una tendina di organza.
Sembrava una macchia chiara lasciata da un pennello su un muro scuro.
Nel viaggio di ritorno è stata la mia amica. L’ho tenuta d’occhio per tutto il tragitto: alta, attraente e ben visibile. Il suo bagliore rischiarava il lato ovest del cielo. Questa notte dormirà là, a ridosso del Monte Pelpi.
Questo dev’essere stato un momento scorto anche da De Andrè: “Quando la Luna perde la lana… e il passero la strada…”.
Ago26

D'ebano e d'avorio

Tutto iniziò nel secolo scorso, nell’antica regione della Slesia, a quel tempo un’estremità di terra tedesca. Una foresta di abeti con ai bordi alcuni grandi alberi è l’origine di questa storia.
Dalla radura antistante avanzava lesto il mastro-legnaiolo; già da lontano aveva adocchiato la sua meta, una vecchia pianta di olmo, che, secondo la sua esperienza, risultava la più idonea all’impiego. Dopo un attento esame capì che la sua intuizione era giusta. La segnò con una grossa X di colore bianco.
Il giorno dopo una squadra di tagliatori la fece stramazzare a terra. Successivamente la tagliarono a pezzi, ma sul carretto caricarono solo la parte bassa, la più preziosa, lo “zoccolo” dell’albero, la radica. Giunti al laboratorio la posarono con orgoglio sul banco di lavoro.
Solamente dopo qualche giorno iniziarono a sezionarla. Non ci volle molto a capire che quel pezzo di legno racchiudeva delle striature alquanto originali.
Fu in quel momento che decisero di chiamare i più noti fabbricanti di pianoforti del paese di Liegnitz, il signor Peter Selinke e il signor Fryderyk Sponnagel:
- Sì, siamo interessati, verrà un bel mobile… - disse uno. - Indiscutibilmente… - disse l’altro. – Sarà un gran bel pianoforte verticale… - dissero all’unisono.
Più tardi, dopo aver assemblato la cassa armonica quel disegno, quelle striature presero forma, e ne “uscì” un viso dalle sembianze simpaticamente animalesche.
Soddisfatti della loro percezione finirono di montarlo: presero posto i martelletti, le corde, la tastiera "d'ebano e d'avorio", i pedali e dopo qualche settimana era pronto per essere armonizzato.
La sua prima tappa fu l’Italia, presso una famiglia in vista di Abano Terme. Lì venne impiegato da una giovane ragazzina che frequentava il Conservatorio a Venezia. Terminati gli studi con successo quello strumento non era più in grado di sostenerla, ne serviva un altro, magari a coda.
Così quel pianoforte finì nel magazzino di un commerciante per molti anni. Lì rimase finchè il componente di un complessino di paese alzò il coperchio infilandoci dentro la mano destra… gli bastarono quelle poche note, suonate in piedi, per farlo suo. Lo “accarezzò” armoniosamente per alcuni anni, fino al giorno di passare nuovamente di mano.
Divenne il regalo dei genitori, reclamato da una giovane ragazza, anche lei innamorata del pentagramma. Dopo averlo affidato alle cure alchemiche dell’accordatore diventò la sua vera passione, di giorno e di notte. Si addentrò nei Notturni di Chopin, svolazzò con gli Adagio di Beethoven, fantasticò con la genialità di Mozart e rifletté tra le suite di Schumann.
Oggi, dopo molti anni, quel pianoforte ha una nuova padroncina: trecce bionde, gonnellina a balze e calzini bianchi. A malincuore ha dovuto cederlo, per “forza maggiore” sottolinea l’ormai cresciuta giovane ragazza, per pochi soldi, pur di farlo nuovamente sopravvivere. La vera passione non ha un prezzo. Qualche giorno fa l’ho visto anch’io, prima della partenza, verso la sua nuova casa, si mostrava ancora di bell’aspetto, tutto lustrato e integro come lo “zoccolo” di radica da cui un tempo fu ricavato; ancora oggi spiccavano sul frontalino i caratteri in oro dei due fabbricanti e il nome del suo paese di origine, ormai divenuto polacco: SELINKE & SPONNAGEL - LIEGNITZ
 

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