Gli alberi sono parzialmente ricoperti dallo strato nevoso, ma non sufficiente a piegarne i rami.
Il cielo plumbeo, bianco mischiato a nero fumo, sembra promettere ancora neve.
Quando c'è questa particolare situazione sembra che tutto attorno ci sia più silenzio, quest'ultimo è rotto solo da qualche cane che abbaia, dal cinguettio di parecchi uccellini e dal forte rintocco delle ore del vicino campanile. La parte di paesaggio che riesco a vedere non è famigliare a molti, se facessi una fotografia da questo punto nessuno riuscirebbe a capire che si tratta di un angolo di Bedonia. Si riesce a vedere la parte più vecchia, molte di quelle case sono abbandonate e i tetti sono ancora fatti in 'ciappe' di arenaria. Sono diroccate, sgombre e abbandonate da almeno cinquant'anni.
Dietro di loro s'intravedono quelle abitate che sono contraddistinte dalle antenne della TV e dal lento salire del fumo. Quei camini sbuffano come ciminiere spinte a 'tutta birra'. Ma la maggior parte è però fatta di finestre 'spente' e con i vetri rotti, sono praticamente prive di sensi, non si intravede 'anima viva', solo qualche merlo nero come la pece saltella dando vita ai davanzali grigio pietra.
Soffermandosi su questa visione a ritroso nel tempo è inevitabile rimandare il pensiero a quando erano tutte 'accese' e il loro interno abitato da chissà quali e quante famiglie, ognuna con una storia diversa ed ognuna composta da chissà quante persone: quattro, cinque, sei figli. Chissà dove saranno ora?
I giardini sottostanti invece sono ora frequentati da un cane marrone scuro che gironzola tra le aiuole e da un paio di gatti grigi che si aggirano furtivi sotto a un pergolato, mentre sopra di loro saltellano da un tralcio all'altro alcuni merli dal becco giallo.
Natale è una festa speciale,
in questo giorno non dovrebbe esistere il male.
Riceviamo doni e bigliettini da tutti i bambini lontani e vicini.
Quando finalmente vanno a dormire,
sapendo che i regali la mattina andranno ad aprire, grideranno con gioia e felicità:
che bello babbo natale è già stato qua
< Diletta 97 >
In fila, infastiditi, esaltati, stressati e smaniosi.
Tutta la gente che stamattina riempiva i negozi in cui dovevo acquistare i regali dove lo passerà il resto dell'anno?
Prendi questa mano zingara, dimmi pure che futuro avrò.
Ora che il vento porta in giro le foglie e la pioggia fa fumare i falò...
Le vie di Bedonia... deserte. Solo qualche refolo di vento sballottava qua e là foglie secche. Le finestre tutt'intorno erano spente. Nessuno sguardo indiscreto. C'era solamente il silenzio a farla da padrone. Tra quelle case tutte addormentate aleggiava nell'aria solo un sentore di pane appena sfornato.
Poteva essere una notte come tante altre, se non fosse quella tra il 12 e il 13 dicembre: la notte di Santa Lucia. I bambini erano ancora tutti avvolti tra le lenzuola, ma lei no, il suo compito di consegnare doni andava avanti già da un bel pezzo. Però il cielo iniziava a cambiare colore, a sbiadirsi.
Si voltò a guardare il carro e vide che i regali da consegnare erano ancora molti. E' lì che si accorse che non ce l'avrebbe fatta. Il tempo passava inesorabile e qualche finestra iniziava già ad accendersi. Era giunto il momento di ripartire.
Come poteva non esaudire tutti quei desideri? Non avrebbe potuto ignorare tutte quelle letterine con scritti, a chiare lettere, i sogni di un intero anno. Quest'anno non poteva donare solo una delusione, no, non era nel suo stile.
Un improvviso chiarore del cielo gli fece capire che non c'era più tempo da perdere, doveva prendere una decisione e anche in fretta. Fu proprio in quell'istante che decise di appendere ai rami dell'albero, quello posto al centro del paese, tutti i pacchi che aveva ancora con se, ognuno con su scritto il nome del piccolo destinatario.
C'è qualcuno disposto a darmi un paio di spiegazioni tangibili, ragionevoli o semplicemente un banale chiarimento?
Di cosa si tratta? Di alberi di Natale!
In questi giorni di 'ponte' ne ho approfittato per decorarne un paio, ma anche quest'anno si è verificata la solita storia, ossia quel fenomeno incomprensibile che avvolge gli addobbi natalizi.
1) perchè quando a gennaio ripongo le lucine dentro la scatola funzionano benissimo e undici mesi più tardi, senza che anima viva le abbia minimamente sfiorate, non si riaccendono più?
2) perchè ogni anno devo notare che l'albero risulta essere sempre un pò disadorno pur acquistando sei palline ad ogni dicembre? Ci tengo anche a sottolineare che l'alberello è sintetico e quindi non cresce!
Vi ringrazio anticipatamente per ogni vostra considerazione o soluzione (non aspiro a tanto).

Quando andammo a prenderlo era il 1993. Era ancora giovanissimo, aveva tre anni. Bussammo alla Canonica per mezzo di un battiporta in bronzo. Quel suono riecheggiò fuori e dentro a quel corridoio. Dal buio, laggiù in fondo, spuntò un viso esile. La Perpetua ci venne incontro con passo lento. 'Buon giorno signorina...'. Ci diede la risposta senza aspettare la domanda. 'Vi chiamo subito il Parroco'. Sparì lasciandoci lì, sulla porta e sotto al pergolato. Da in fondo alle scale lo chiamò.
Con il tempo dovuto, Don Giuseppe Cogno, Arciprete della parrocchia di San Pietro e Paolo, si affacciò aprendo le persiane della finestra sopra di noi: 'Oh buon giorno ragazzi, siete voi, siete venuti a prenderlo? Vi aspettavo'. Quell'incontro era stato già fissato nell'anno precedente visto che in quell'occasione ci mandò via a mani vuote. 'Girate dietro alla canonica, giù per il vialetto, troverete il Salariato, lui sa già tutto, ve lo consegnerà senza problemi'.
Quella volta ripartimmo felici e contenti. Eravamo stati fortunati, quel privilegio non era da tutti. Lo portammo a casa e lì cercammo di dargli tutte le attenzioni che meritava. Ci rimase per lungo tempo, fino ad oggi. Ormai aveva sedici anni ed era venuto il momento di congedarsi. Tenerlo oltre non avrebbe avuto senso, sarebbe stato troppo rischioso. Allora abbiamo deciso di organizzare una serata, tra amici, tra coloro che sapevano ed avevano atteso quel fatidico momento.
La cena è stata preparata ad un'ora di macchina da casa, occorreva quindi spostarlo. A ogni buon conto l'abbiamo tenuto in braccio per evitare scossoni, andando piano piano, rallentando nelle curve, evitando buche, abbiamo persino preso l'autostrada per rendergli più disteso il tragitto. Non è stato facile, ma alla fine ce l'abbiamo fatta. Eravamo a Parma e il nostro passeggero sembrava non aver avuto scompensi.
E così, dopo aver mangiato, chiacchierato e scherzato, era giunto il momento di sapere se quell'accurata dedizione avesse dato buoni frutti. Sì, quel Barbaresco, classe 1990, 'figlio naturale' del Parroco di Neive, che nel frattempo ci ha lasciati, non ci aveva per niente delusi. Crescerlo e curarlo ne era valsa davvero la pena.
E' a Bedonia, al Bar Lucia, che l'ho rivista. Da molto tempo non la vedevo così, tutta sola, triste e malinconica. Generalmente è circondata da tante altre amiche. Guardandola mi ha fatto anche un pò pena. Era sabato sera e nel bar c'era bella musica e parecchie persone. Malgrado non esprimesse la sua solita esuberanza, il primo pensiero è stato quello di afferrarla ugualmente, sì con due mani, accostarmela alla bocca, stringerla tra i denti, conoscerne il sapore, il profumo. Dedicargli il giusto riconoscimento insomma. Stavo per fare tutto ciò quando mi è sovvenuto un dubbio, un ricordo è stato un attimo rinunciare a tutte quelle mie vogliose intenzioni.
"Al Bar Sport c'è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d'artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una. Entrando dicono: 'la meringa è un po' sciupata, sarà il caldo'. Oppure: 'è ora di dar giù la polvere al krapfen'. Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pasta bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio. Subito nel bar si sparse la voce: 'Hanno mangiato la Luisona!'. La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo. Nessuno lo toccò, perchè il suo gesto malvagio conteneva già in sè la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un'ora dopo, nella toilette di un autogrill, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata."

Neive. Nelle Langhe. E' qui che mi soffermo. In una casa di campagna portata via da un quadro di Monet.
Non è stata la prima volta. In quella vecchia distilleria di grappa c'ero già stato in più occasioni. Oggi però si respirava un'altra aria. Aleggiava un senso di trapasso: credo la fine di un'epoca.
L'ho visto per pochi minuti, era lì, sorretto da un paio di suoi devoti collaboratori, in quel cortile un po' naif, tra quei muri anneriti dai vapori e dal tempo.
Sì, nonostante quegli ottant'anni gli pesassero come un macigno, era ancora lì, attorniato da vecchie fotografie che lo ritraggono con noti ammiratori, tra bozze di sue etichette, diplomi di benemerenza, articoli di giornali, quadri ad olio, tra infiniti sguardi di civette in terra cotta. Ciò che resta di quel passato rimane all'aria aperta, riparato solo da una tettoia di lamiera, ad affermare che quelle sue nostalgie appartengono anche un pò a tutti noi.
In quell'antico opificio di Neive, Romano Levi ci vive da sempre e prima di lui il papà che gli tramandò l'arte della distillazione. Da lì non si è mai mosso, ha tutto il necessario per vivere: l'antiquata distilleria delle vinacce, lo studiolo per disegnare a mano le sue prestigiose etichette, la cucina e la camera da letto. Unica modifica nei tempi è l'etichetta che non è più disegnata a mano, era un pezzo unico, da qualche mese è stata sostituita con quella originaria, stampata, che ideò il padre Serafino.
Ricordo quando al cancello c'erano file di persone, in gran parte tedesche, svizzere e americane, che premevano per ottenere una sua bottiglia e poi scattare una fotografia con l'artefice di quella grappa così esclusiva.
Anche oggi c'è un andirivieni di genti, anche se ad accoglierli c'è il 'fattore', il suo braccio destro, e non è più la stessa cosa, in quel quadro manca il soggetto, il volto, l'anima. Mi è dispiaciuto davvero vedere quel luogo talmente intriso di passione e di storia in un così triste decadimento, ma non avrebbe nessun senso una continuità, l'originalità era racchiusa in quell'uomo un po' artista e un po' poeta.
Mi dispiace anche immaginare che le ragnatele del suo studio, le 'tende del tempo' come le chiama lui, verranno rimosse prima o poi da quelle finestre, trasparenze che per un'intera vita gli hanno mostrato l'ispirazione per disegni e dediche da riportare su migliaia di bottiglie, a questo punto sparse in tutto il mondo e ormai trasformate in ricercati oggetti di culto.
Una festa di classe. Tra amici. Spesso capita di incontrarne alcuni che non vedi da anni. Quando accade è un vero piacere poter rivedere quei vecchi compagni. Parlare dei tempi indietro, di cosa si faceva o non si faceva quando eravamo più giovani. A raccontare certi episodi oggi si prova persino imbarazzo, sembra che appartengano ad altri, invece sono nostri e sono ancora ben saldi dentro di noi. Poi, piano piano, si arriva ai giorni nostri, alla quotidianità. La mia vicina di posto intravede la collana che porto al collo. Senza indugiare mi chiede quando sono andato ad Istanbul. Non ha dubbi. So che me lo domanda con interesse perchè la mamma è turca. Mi fa parlare, raccontare scrupolosamente, vuole sentire i particolari di quel soggiorno. Non potevo raccontarle storie, mentirle... immagino che la città del Sultano Solimano la conosca come le sue tasche. Allora sono ancor più minuzioso, tento di farle cogliere tutte quelle sensazioni che lo scorso anno misi da parte. Volevo non essere da meno. Desideravo condividere le impressioni su quell'avamposto orientale. E così, dopo molti cenni di assenso, sorrisi, quesiti, mi dice che anche lei è stata ad Istanbul, però una sola volta. Sì, quando aveva nove anni e solo per uno scalo, non era nemmeno scesa dall'aereo.
Non è possibile! Siamo quasi a dicembre e sono ancora in giro!! No, non è proprio possibile!!! Certe ti si attaccano addosso per scaldarsi, altre le vedi lì stordite dal freddo. Entrano in casa attratte dal calore, restano immobili, impassibili anche per ore sul vetro della finestra o sullo schermo acceso della TV. Si accontentano anche di una piccola striscia di sole. Sì, nonostante l'estate sia già volata lontana, queste stramaledettissime ronzano ancora. Poi si alzano in volo, ma è un volo lento. Però rompono i coglioni ugualmente, di giorno e di notte, sì, quando le senti fastidiose attorno all'orecchio finchè la pazienza si perde dentro al buio della stanza. Che bello sarebbe il mondo senza le mosche.
L'inverno ci ha raggiunto definitivamente. L'autunno sta ormai portando a termine la sua mansione: le foglie sono già cadute a terra, 'cotte' dalle prime gelate mattutine, e i monti tutti in giro sembrano immensi cuscini color cenere. Questo grigiore ci obbliga a forzare la fantasia e dar modo al celeste del cielo di espandersi per neutralizzare quest'immagine inclemente. Sarà forse stato per questo motivo che quando mi è comparso davanti un immenso campo verde, disseminato di strane e curiose "creature', è accaduto l'inevitabile: l'immaginazione l'ha fatta da padrona. Per qualche attimo mi sono identificato nel personaggio cavalleresco di 'Don Chisciotte'. Così, davanti a quella scena, quasi irreale, fondendo l'illusione nella realtà, ci è mancato poco che anch'io scambiassi i mulini a vento per enormi giganti, una mandria di mucche per un esercito, una stalla per un castello, una signora per una principessa prigioniera e degli spaventapasseri per temibili guerrieri. Ma di quel momento, la sola cosa reale, è stata vedere il contadino che mi veniva incontro, con passo deciso e sguardo autorevole, additandomi di essere sulla sua proprietà e colpevole di aver sfidato i suoi singolari e temerari marchingegni. A tal punto non mi rimaneva altro che risalire immediatamente sul mio 'ronzino' e ritornare immediatamente sui miei passi.
Cercavo un film. Ho suonato alla porta di Arturo a quale se no? Già sulle scale si avvertiva il classico odore di smalto e acquaragia. Istintivamente ho pensato che stesse dipingendo una nuova tela, ma questi quadri emanano un altro profumo, certamente più grasso ed ingentilito da quello di olio di lino. Dopo essere entrato in casa ho capito il motivo: Valentina stava verniciando. Era là, addosso ad un tavolino, con un grosso barattolo di smalto in mano, nell'altra stringeva il pennello all'altezza del viso. In quel momento stava scostando il busto per capire se ci fosse bisogno di un'altra passata. - Ciao non posso muovermi, devo finire, si sta facendo sera, e poi mi si secca il colore - Sua figlia, da quel che ho potuto notare, aveva deciso di cambiare colore a tutto, ma proprio a tutto. Arturo, un pò esasperato, mi spiega che da un paio di giorni sta pitturando tutto quello che gli passa per la mente, vale a dire che rendeva candidi tutti gli oggetti a tinte forti della casa. Poi mi ha mostrato quanto aveva già fatto, praticamente in quella stanza era già tutto bianco: la lampada alogena, la poltrona, il mobile della TV, la libreria, un tavolino, i termosifoni. Poi c'era lui, Red, un grosso gatto dal pelo rossastro. Era appisolato sul tappeto persiano come se nulla intorno a lui stesse accadendo. Istintivamente avrei voluto suggerirgli: mio caro Red, tanto che sei ancora in tempo, ti conviene cambiar aria.
La fabbrica di cioccolato. Pur non avendo visto il film (per ora) o letto il libro (per ora) domenica scorsa ho rivissuto un pezzetto di quella storia. In un paese, nel mio paese. A Bedonia, tutto, ma proprio tutto, come d'incanto, si era trasformato in cioccolato: le tegole dei tetti, le facciate delle case, le strade, il campanile. Ovunque guardassi il cacao aveva preso il sopravvento. Ma cos'è successo e quando? Tutto dev'essere accaduto in un battibaleno, nel passaggio tra la notte e il giorno. Quell'alba doveva far posto, tra le case, tra quelle strade, alla 'festa del cioccolato'. Per i più golosi un vero delirio, per i 'costantemente a dieta' un incubo, per gli amanti della favole un sogno ad occhi aperti. Per tutta la giornata ho visto centinaia di persone chine sulle bancarelle mentre facevano cadere la scelta su quella pralina, quel gianduiotto o quella tavoletta. Altrettanti bambini dai visi gioiosi avvicinarsi alle pasticcerie creando grossi aloni sulle vetrine. Il comune denominatore era valido per chiunque: erano felici e spensierati. La forza del cioccolato! Ma, a fine giornata, il risultato di quella splendida festa era sotto gli occhi di tutti: gran parte delle case erano senza tegole; i muri sfregati da lingue ingorde; le strade non erano più percorribili in quanto spizzicate e ridotte ad un colabrodo; il campanile mordicchiato oltre la metà, si erano mangiati persino la banderuola segnavento posta sulla cima e raffigurante Sant'Antonino il paese sembrava ridotto a pezzi, come reduce da un forte terremoto o di un bombardamento. Molti degli abitanti pensavano già a come porre rimedio a quella catastrofe causata dal passaggio di quell'esercito d'ingordi. Ma, in quella stessa nottata, nel passaggio tra la notte il giorno, come d'incanto, tutto ritornò come prima: le tegole erano ridiventate rosse, le facciate delle case gialle, le strade grigie e sulla cima del campanile il 'cavallino con Sant'Antonino' marcava nuovamente il soffio di un debole vento proveniente da est.
Anche se bassa, la luce è accesa, però mi piacerebbe essere al buio. Scrivere al buio. E' bello rimanere al buio. Non odio il buio. Anzi mi attrae. Il buio lo trovo denso, chiuso e totale. A volte ne ho persino la percezione e quando avviene è per me l'oscurità più nera che abbia mai visto. Cieca. Lì mi sembra di restare senza fiato. Nemmeno facendoti stringere forte gli occhi riusciresti ad immaginare il nero che vedo. Nessuna luce, nessuna traccia, neppure i contorni delle cose che dopo un pò si intravedono, sempre nel buio, come ombre in rilievo. E' un'oscurità piena, senza sfumature, compatta come la pece, così avvolgente e così assoluta. Il buio riesce persino ad inghiottire i rumori, fortunatamente anche i ronzii. Tutto è assorbito e inghiottito dal silenzio più cupo. Non la musica, no, quella no. Tanto meno questa di Enigma. Questi suoni traspaiono e si arricchiscono di infinite sfumature, altrimenti impalpabili nella luce: "Beyond the invisible". Così il buio quando c'è me lo sento anche addosso. Mi sento schiacciato come da una sensazione di smarrimento, ma capisco che è solamente una sensazione. In quell'occasione mi verrebbe da allungare le braccia, annaspare in quel vuoto denso come il petrolio, ma capisco che è la solita sensazione, e allora lo sento nel naso, nella gola, nelle orecchie, ma nel cuore, fortunatamente, non lo riconosco.
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Il video del brano Beyond the invisible... ...