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  • Le Sagre delle Alte Valli del Taro e del Ceno

    Il paesaggio delle alte Valli del Taro e del Ceno è costellato di campanili corrispondenti a chiese un tempo sedi Parrocchie con notevole numero di abitanti e ciascuna con proprio parroco.
    Il bollettino della Curia di Piacenza, alla cui Diocesi appartengono le suddette Parrocchie, elenca ben 110 Sagre concentrate soprattutto nei mesi estivi quando si poteva scegliere di partecipare a funzioni religiose e feste popolari in sette o otto luoghi ogni settimana.
    Oggi gran parte delle suddette Parrocchie sono vacanti ed i pochi parroci devono gestirne 4 o 5 per ciascuno non riuscendo a garantire in molte la messa settimanale. Le Sagre si cerca ancora di celebrarne ma con scarsa affluenza di gente e sono limitate ad una funzione religiosa.

    La prima importante Sagra dell'anno è quella di San Giuseppe che si celebra il 19 Marzo a Compiano. Un tempo per la Sagra di San Giuseppe vi era un grande concorso di popolo sia per l'importanza che aveva allora Compiano, sia perché durante i mesi invernali le persone rimanevano nei propri paesi e San Giuseppe era la prima occasione dell'anno per spostarsi partecipare a una festa.
    La Sagra di San Giuseppe era detta anche "Festa di murusi" perché durante l'inverno i giovani difficilmente si spostavano da un paese all'altro alla ricerca dell'anima gemella e il 19 Marzo era la prima occasione dell'anno per incontrare altri giovani dei paesi vicini.

    Per rivitalizzare l'antica Sagra di San Giuseppe il Centro Culturale "Compiano Arte Storia", in accordo col Parroco don Amedeo Mantovani e la Sindaca Sabina Delnevo organizza dopo la funzione religiosa un Pranzo Conviviale sulla Piazza del paese: ognuno porta una torta dolce o salata o una bottiglia di vino; tutto viene disposto su un grande tavolo contornato da tavolini dove prenderanno posto i compianesi coi propri parenti ed ospiti provenienti da altri luoghi.
    Sul tavolo ricompariranno i "Bissulanéin de San Giüsèppe", dolcetti che chi veniva a Compiano portava a casa ai propri bambini, come recita la frase di una ninnananna: "U papà l'è nâ a Cunpian a cunprâ in bissulan". Dopo pranzo il Presidente del Centro Culturale, arch. Ettore Rulli intratterrà gli ospiti con una "Conferenza Strada" illustrando aspetti particolari del Borgo di Compiano.

2 Commenti

  • Dolores

    18/03/2017

    Me ne parlavano con entusiasmo i miei genitori che nella loro gioventù, specialmente il papà, le 'girava' tutte con gli amici. Nel nostro paese, la nostra sagra di Santa Giustina, cadrebbe la domenica prima di Sant'Agostino e 'allora' erano molto ligi a mantenere la tradizione, ma ora si preferisce 'farla cadere' prima della fine di agosto per poter coinvolgere anche 'la nostra gente' venuta da fuori, prima del rientro delle ferie.

    'A Madòna' era una festa sacra e si preparava il ben di Dio per festeggiare anche con i parenti ed amici venuti dalle altre frazioni e paesi. 'Allora' non cerano i refrigeratori e le nostre mamme dovevano preparare quasi tutto all'ultimo momento, si alzavano col buio per preparare 'turtèi e anuèn', brodo ed arrosti con gran teglie di torta di patate, di erbette, di riso e non mancava mai 'u pandùsi e u zambajon' con gli amaretti.
    Ai Pariotti, dove c'è la mia casa paterna a Scopolo, il nonno Jacu preparava sempre la 'fiocca' e benchè fosse uno spreco enorme di panna e quindi niente formaggio, era una tradizione a cui non si poteva transigere per quell'occasione, a Pasqua e a Natale.

    Ogni sagra, aspettavamo anche u Tògnu da Lèca che col suo berretto schiacciato sulla testa, lo sguardo sfuggente arrivava con l'immancabile ombrello di traverso, dietro la schiena legato ad una cordina, si faceva una bella piletta di fette di torte e continuava il giro delle case. Ma non mancava mai la Teresa de Marcu sempre vestita di scuro, col fazzoletto 'd'incò' e grossi scarponi, arrivava anche lei sempre col suo ombrello da Fontan-na Ciòsa dove faceva la serva. Quando le chiedevamo: 'Da donte te vè Teresa?' Ci rispondeva sempre, con quella sua voce profonda che premeva sulle vocali la solita frase imperfetta: 'Oooohime daaaai, son stà da culla Genuveeeefa ca firèiva a Lecreeesaaa, ohime daiii'.
    Poi anche lei si riempiva di fette di torta quelle mani sformate dai grandi bucati e scendeva 'u strigà' di Tùsi con passo cadenzato e pendente, fino a sparire, dopo l'ultimo di cenno di saluto, dietro le case dei Pajèn.... Sembrava una statua del presepio, che non possono mai mancare, ma di quelle più vere, di quelle più belle....

    Le nostre mamme erano affaccendate e subito dopo la celebrazione della messa in terza, coi canti gregoriani, scappavano a casa senza chiacchiere e risate nel sagrato, ad ultimare le preparazioni ben sapendo che quando avrebbero potuto 'curgà-se', della giornata avevano goduto bel poco.
    Si sarebbero accontentate di sentire i loro uomini all'osteria di Panbianchi, mentre giocavano a morra e si sentivano i duri colpi delle nocche sul tavoli di legno accompagnati da concitati: 'sèila, ciss, cissla, quater...' e alla fine improvvisavano i loro canti a più voci ed io , veramente, cori così belli, non li mai più sentiti.
    Noi più giovani, cerchiamo di mantenere vive le vecchie tradizioni che i 'nostri vecchi' ci hanno tramandato, ma non riusciremo mai ad eguagliarli, nella passione, nella volontà, nella caparbietà, ma nell'amore alla nostra terra, quello si...

  • Dolores

    20/03/2017

    CONTINUA...
    I più giovani invece, dopo aver gareggiato "in tu Ciosèlu" (prato)di Pambianchi "au tìru au piatèlu (tiro al piattello), dove non mancava mai u Ginu di Carbielèn, ballavano in qualche cascina. Nei primi decenni del '900, era in voga Labbròn e arrivando con la sua fisarmonica, si sedeva su una sedia posta su un tavolo e con sonagli ai piedi, li scuoteva a tempo.

    Verso la 2° Guerra Mondiale, arrivava Putacèlu, anche ai matrimoni, come quello dei miei nonni Lino e Ida: era sufficiente dirgli: 'DAI, TA'CA'. E lui 'partiva' (iniziava) col suo mantice.
    Ma alla mia gente bastava 'na pùgnata de baletti e un curdiòn' (una pentola di castagne bollite ed una fisarmonica) ed era festa comunque. Si accontentavano anche solo di quella di Francaia che suonando con i soli bassi PAPUMMA-PAPUMMA-PAPUMMA-PA-PA a tempo di valzer, ancora adesso, sgomitando, i nostri anziani, si chiedono come avessero potuto 'anà a tèmpu' (seguire il ritmo).

    Ma anche dai Firèn arrivava Martèn con la sua, ma conoscendo una sola canzone, quando lo incitavano a cambiare un po', lui, ironico, cambiava postazione. E 'rubando' una frase dagli preziosi scritti di Sara Lusardi.... le coppie giravano vertiginosamente su pavimenti di assi che scricchiolando, ondeggiavano al ritmo della musica e dal peso dei ballerini che si davano un gran daffare, sudando ed emettendo nella foga 'jaoh' di allegria!.....

    A questo proposito, so che una sera che ballavano in uno stanzone di Drèa di Taravèla ai Galli, suo fratello Sandro, sapendo che sotto c'era la stalla, gli disse: 'Con cullu surà cu se dupìga, anarà a fenì che un giurnu o l'àtru i feniràn tùtti insùmma àre vàche' (con quel pavimento che si piega, finirà che prima o poi finiranno tutti sopra le mucche).
    Ma c'era Gianèn che suonava il violino, Gino l'armonica a bocca 'Brava Alpina', Baròn la chitarra e l'organetto, Zàn Gròsu il mandolino e Villani con una vescica di maiale, si era costruito una specie di violino che suonava d'incanto. Erano intraprendenti ed inventivi gli scopolesi che sapevano anche 'battocciare' come mio nonno Jàcu e Rènzo della Piana e 'la Madòna' (sagra), la si celebrava in allegria in ogni modo: dal mattino alla sera inoltrata...

 

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