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  • San Martino nella nostra civiltà contadina

    In questa giornata il cielo è quasi sempre plumbeo, quasi fosse imbronciato. Chissà, forse perché la data dell’11 novembre ha rappresentato per troppo tempo, per tanti contadini, un vero e proprio spartiacque della vita, spesso brutale.
    Maria Pina ricorda proprio tutto, nella sua memoria non c’è nessuna riga vuota, ha “catalogato” anche il più piccolo episodio, che apparentemente è privo di significato, ma se inserito nel contesto narrativo acquista il suo valore storico. È il caso di oggi, di San Martino o meglio del fê San Martén.
     
    La ricorrenza di San Martino, tradizione secolare legata alla vita dei campi e alla sua naturale ciclicità, segnava infatti la fine di un’annata agraria e l’inizio della successiva. Un’usanza rispettata anche a Bedonia, ma in tutta la Valtaro e la Valceno, fino alla fine degli anni ’50, in pratica terminata solo con la fine dello stesso nostro mondo contadino.
    In autunno i lavori agricoli erano terminati, i raccolti divisi tra “padrone” e “mezzadro”, i campi erano arati e seminati e a föja (foglie di cerro per gli animali, per supplire alla mancanza di fieno) all'asciutto: il proprietario, insomma, aveva ricevuto dal colono e con lui spartito tutto quanto il contratto sanciva.
     
    Era proprio in questa giornata che le famiglie contadine si spostavano in un altro podere, con la speranza di una vita migliore. Si spostavano fino dall’alta Val Ceno, anche se i poderi grossi, cioè quelli “da dieci vacche” erano da un'altra parte, a Roncole, Strela o Porcigatone.
    Prima che la neve cadesse copiosa e impedisse gli spostamenti, le mulattiere e le poche strade carrozzabili, in questo giorno, erano animate dal cigolio di traballanti carretti di legno, dal vocio di uomini, donne, bambini, belati, muggiti, ragli, miagolii e da un canto nostalgico, spesso mischiato a qualche imprecazione.
     
    Il carico era stipato alla bell'e meglio: letti in ferro o legno, materassi di scartossi (foglie secce del mais) o di crine (peli della coda e del manto del cavallo), una panca, qualche sedia impagliata dal mugnaio delle Moline, Cesarino de Gajoffa, un tavolo, comodini con dentro i pitê (vasi da notte). Armadi non ce n’erano: alle famiglie povere il legno serviva per scaldarsi, e i vestiti erano solo quelli necessari alla giornata, oltre all’abito della festa. Poi, sopra a tutto il resto, c’erano sacchi di frumento, patate, mais, ceste di frutta e un paio di valli (cesti di vimini) pieni di castagne, frammisti insieme ai pochi attrezzi agricoli di proprietà e ad una stia di legno, contenente qualche gallina e coniglio. A bordo del carro, infine, era legato il maiale, già grassoccio e pronto per essere trasformato in saporiti insaccati, da mangiarsi nel periodo natalizio o per carnevale.
     
    A quei tempi, tutte queste strade sassose e sconnesse erano, di norma, poco battute e silenziose; ma, in quei giorni, c'era invece un gran via vai di persone, animali e cose, e si capiva che il motivo di tanto trambusto, velato di malinconia, era la speranza di una vita meno dura per tutti. Questi episodi rievocati da Maria Pina (che non a caso mi riportano alla fedele ricostruzione fatta da Ermanno Olmi nel film “L’albero degli zoccoli”) sono come dei diari visivi dedicati alla civiltà contadina: un mondo che, oggi, può “rivivere” solo grazie a questi racconti...

12 Commenti

  • Francesca

    11/11/2017

    Non sapevo di questa usanza. Il detto "fare san Martino" inteso come fare trasloco allora prende origini appunto da questo...

  • Sabrina

    11/11/2017

    Gigi devi scrivere un libro ...questi ricordi preziosi devono essere tramandati ai più giovani. ...che fatica che era la vita nei nostri monti. ....ma noi montanari siamo tosti e come allora facciamo le nostre transumanze (non so se si può dire ma rende il concetto) per tornare tutte le sere ...anche a dispetto delle manovre di tagli etc che stanno facendo. Mollare però maiiii

  • Caroline

    11/11/2017

    Bellissima storia, mi sono sempre chiesta perché chi fa trasloco, per i più anziani fa "San Martin". Grazie.

  • Pia Moro

    11/11/2017

    Grazie per il bellissimo racconto che spiega molte delle nostre tradizioni. Concordo con Sabrina, caro Gigi devi scrivere un libro... sarò la prima in fila ad acquistarlo!!

  • E. Mazzadi

    11/11/2017

    Descrizione stupenda! Applauso!

  • Carla

    11/11/2017

    My Father immigrated to Ottawa, Ontario, Canada in 1953. As all immigrants of that era, he took a mental snapshot of his beloved Italia the day he left and patterned his new life according the values and traditions of the land he left behind. One of my dad's favorite past time was gardening. On November 11th of every year, you could see him planting his "garlic" that he proudly harvested in August of the following summer. My "Popsi" as I called him, passed nine years ago. Although I do not claim to be the gardener my dad was, in his memory, every year on November 11th, I too plant garlic....my crop has never failed. Thank you Mr Cavalli for allowing me to share this heartfelt memory.

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    Mio padre emigrò in Ottawa, Ontario, Canada nel 1953. Come tutti gli emigrati di quell'epoca, quando partì trattenne nella sua mente uno spaccato della sua amata Italia e impostò la sua nuova vita secondo i valori e le tradizioni della terra che si era lasciato alle spalle. Uno dei passatempi preferiti di mio padre era il giardinaggio. Infatti l'11 novembre di ogni anno lo si poteva vedere piantare "il suo aglio" che orgogliosamente raccoglieva l'estate dopo, ad Agosto. Il mio "Popsi" -come io lo chiamavo- ci ha lasciati nove anni fà. Sebbene io non pretenda essere il giardiniere che mio padre era, in sua memoria, l'11 Novembre di ogni anno pianto anch'io l'aglio... il mio raccolto non è mai fallito.
    Grazie, Mr. Cavalli, per permettermi di condividere questo sentito ricordo.

  • Marcella

    11/11/2017

    Bella anche la foto di Anzola. Concordo con gli altri: scrivi un libro. Ho una zia che mi ha raccontato aneddoti per tutta l'infanzia e odio averne dimenticati tanti.

  • Joan Mazzocchi

    12/11/2017

    Awesome ........I love the stories of my Nonna and Nonno from Leggio, Farini D'Olmo, Roccatagliata and Favale di Malvoro

  • Isabella Musa

    12/11/2017

    Si me lo ricordo anch’io è vivo nella mia memoria e come lo descrive la Maria Pina sempre un ricordo triste perché circondato da abbandoni e misere speranze pero coincideva con uno sprazzo di giornate assolate prima del lungo inverno e ne dava così il tempo per il così chiamato trasloco Fe u SAN marten. Io ricordo ancora i volti di tutti i mezzadri di Borio e i bambini della mia stessa età con cui giocavo. La famiglia a cui volevo tanto bene con cui divisi gioie e dolori: se ne andarono poi tutti per diversi destini.

  • Andy

    13/11/2017

    Commovente, Carla, il tuo racconto,tanto quanto il ricordo di un mondo ormai passato per sempre fatto da Gigi nel suo blog. Bellissima la tua iniziativa di ricordare tuo padre ed il suo legame con queste terre, utilizzando una (antica) buona pratica locale. Mostra una sensibilita' ed un rispetto verso tuo padre e la sua terra di origine che ti fa' onore. Buone cose in quel di Ottawa.

    Truly moving,dear Carla, your comment, as much as Gigi's account about a world now gone forever. Very touching your initiative to recall you father and his linkage with these valleys by using a local (very old) agricultural good practice. It shows a sensitivity and respect of your father and the land he comes from, that both honour you. All the best in Ottawa.

  • Ettore

    14/11/2017

    Complimenti per la bella descrizione di come era impostata la vita dei nostri vecchi contadini, per lo più mezzadri, che spesso a fine anno agricolo, cioè l'11 Novembre giorno di San Martino, volenti o nolenti, dovevano cambiare padrone, podere, paese.

  • Dolores

    22/11/2017

    E' passato un pò di tempo "dall'articolo" e oso intromettermi dal momento che sarò parzialmente 'fuori tema', ma mi piaceva condividere con voi, le usanze che ho trovato nel Veneto, sposandomi.
    Da piccola avevo sentito che 'Fa san Martèn' significava far trasloco, ma certo non sapevo tutto il resto, perchè a Scopolo non esisteva questo tipo di lavoro 'transitorio' in specifico.
    Nel Veneto però il giorno di San Martino i bambini dell'asilo e della 1° elementare vanno a 'batter san Martin' nelle vie del paese, soffermandosi nei negozi ed aspettando dalle finestre aperte, un dolcetto. Girano allegri, in fila indiana coi loro mantelli rossi, rumoreggiando con coperchi, mescoli o semplicemente con bottigliette di plastica contenenti sassetti o fagioli secchi, urlando a squarciagola: SAN MARTIN ZE ANDA' IN SOFITA A TROVAR A SO NOVISSA --- SO NOVISSA NO A GHE GERA --- SAN MARTIN COL CUO PAR TERA --- E COL NOSTRO SACCHETTIN --- VE SONEMO SAN MARTIN....
    Nelle pasticcerie poi, confezionano un biscotto piatto di pasta frolla con la forma del santo a cavallo, la spada e il mantello svolazzante: nelle misure varianti, come i suoi decori di glassa, cioccolato e dolcetti applicati.

 

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