post commenti
  • Un sogno chiamato Bugatti

    I mesi sul calendario sono fermi a settembre, mentre l’anno è quello del 1995. È lì che si è fermato il tempo. Un sogno italiano durato poco, solamente cinque anni. L’idea era quella di costruire una macchina dal niente e che potesse entrare nella storia automobilistica mondiale, il sogno aveva un nome e si chiamava Bugatti.
    La terra poteva anche essere quella giusta, nella Motor Valley emiliana sono presenti i più grandi costruttori di automobili sportive, dalla Ferrari alla Lamborghini, passando per la Maserati.
    Era il 1988 quando a Campogalliano, Romano Artioli, con altri imprenditori coraggiosi, investì oltre 100 miliardi di Lire per rilanciare il leggendario marchio e riportarlo ai fasti dei primi anni del '900. In quel periodo e fino agli anni ’60, la casa francese, creata dall’italiano Ettore Bugatti, produceva automobili sportive e di lusso tecnicamente avanzate per quei tempi. Dopodiché l’oblio.
     
    Dopo l’acquisizione del marchio viene così costruito il nuovo stabilimento tecnologicamente all’avanguardia: “La Fabbrica Blu”. Una serie di fabbricati che ancora oggi catturano l’attenzione, percorrendo l’autostrada del Brennero, per le loro “Forme morbide e perfette che ricordano quelle di una donna leggiadra” o come dicevano allora “Roba da extraterrestri”. I capannoni e gli uffici erano quanto di più lontano dal grigiore delle fabbriche, delle catene di montaggio, nulla fu lasciato al caso: illuminazione naturale, riscaldamento a ricircolo, musica in filo-diffusione, alta vivibilità a beneficio del benessere degli ambienti. Incredibilmente belli e degni di nota sono i due saloni rotondi della palazzina uffici: il soffitto richiama il cerchione a raggi della Type 59 e il pavimento la strada. Il progetto era dell’architetto Giampaolo Benedini.
     
    In quei cinque avventurosi anni venne alla luce un solo modello di automobile, la mitica “EB 110”, un esemplare super accessoriato che poteva costare fino a un miliardo di Lire. È ancora vivo il ricordo di quando Schumacher andò lì a ritirare la fuoriserie che aveva acquistato e tutti i dipendenti andarono a stringergli la mano. Ne furono prodotti 150 esemplari e fu l'auto più costosa di quel periodo, ma nonostante l’esclusività non incontrò il successo sperato. Le malelingue dicono che dietro al fallimento ci fu un vero e proprio complotto delle case costruttrici concorrenti.
     
    Sulla parete della palazzina “Blu Bugatti”, immersa nel verde del parco, si distingue ancora oggi il segno del marchio, strappato via dopo il fallimento del settembre ’95. Da allora lo stabilimento è chiuso, in balia del tempo, anche se a mettere un freno a tutto ciò ci pensa la caparbia smisurata di Ezio Pavesi, ex dipendente che da oltre vent’anni è il custode morale di questo celebre spazio, anzi di quei settantamila metri quadrati zeppi di ricordi. Tiene in ordine il posto, accoglie visitatori da tutto il mondo, un modo per tener vivo un sogno: “È il mio debito di riconoscenza per quello che ho vissuto, lo faccio gratuitamente, mi viene del tutto naturale. Lo faccio perché qui dentro, insieme a tutti i miei colleghi, ci siamo sempre sentiti trattati da persone; se eri bravo venivi premiato, se c’era un nuovo progetto venivi coinvolto, anche uno come me che non è certo un ingegnere. Io resto qui, lo devo a chi ha messo in piedi questo sogno”.

    Ezio lo fa proprio per riconoscenza, basta ascoltarlo per capire che non mente, che è una persona autentica, ed è in nome di questa sua passione che falcia l’erba, scopa i pavimenti o svuota i bidoni pieni d’acqua piovana per le infiltrazioni del tetto. Almeno una volta al giorno, insieme al figlio, fa il giro della “sua” ex fabbrica per assicurarsi che non vi siano malintenzionati. In pratica si prende cura di quel che resta di un pezzo di storia moderna, un capolavoro d’ingegno e spirito d’avventura, della meccanica e del design, tutte qualità che hanno sempre contraddistinto l’Italia dal resto del mondo.
    Enzo è anche disponibile per una visita guidata, basta chiamarlo al cellulare (338.931.3173 ) e mettersi d’accordo: “Vi porterò a visitare questo tempio orfano dei suoi operai, degli impiegati, del suono dei macchinari e delle EB110 che da qui uscivano a ritmo costante. Fino a quando gli ordini non iniziarono a rallentare, i soldi finirono e le porte si chiusero”.

5 Commenti

  • Mura

    07/05/2018

    Un'automobile posseduta fin da bambino ( modellino 😡 )

  • Paolo

    07/05/2018

    Un'auto da sogno anche oggi tanto da finire nel parco macchine della polizia di Dubai insieme alle Aston Martin, FF Ferrari, Lamborghini Aventador, con un costo che non è una favola, 350.000 Euro. Sogni da sceicchi

  • Marco Fabretto

    07/05/2018

    Aggiungo che Bugatti dal 1998 è diventato un marchio del gruppo Volkswagen. La casa tedesca ne ha rilanciato l'immagine e costruisce automobili a Molsheim, proprio dove fu fondata nel 1909 da Ettore Bugatti. L’ultima nata, la Chiron, è un modello ad alte prestazioni: 1500 cavalli, raggiunge una punta massima di 420 km/h e accelera da 0 a 100 km/h in 2,5 secondi. La produzione è limitata a circa 500 unità. Però il sogno non è più italiano o meglio modenese.

  • Pierluigi

    08/05/2018

    Tecnicamente all’avanguardia, telaio in carbonio, carrozzeria in alluminio, motore quadriturbo, trazione integrale ( allora Ferrari ci provo’ ma poi dovette rinunciare) ma a volte, come la storia spesso insegna, essere i migliori non è sufficiente, 150 esemplari prodotti che il paradosso vuole oggi valgono una follia...

  • Ezio

    09/05/2018

    Bellissimo articolo. Grazie infinite a te Gigi x le energie spese a favore della Bugatti Automobili Campogalliano

 

Commenta

Newsletter
Scrivi la somma dei due numeri e poi invia: 2 + 5 =
Invia