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  • 10
    Feb

    Sindrome cinese

    Ma cosa mi è venuto in mente di guardare la serie “Chernobyl”, proprio in questo momento quando la psicosi del Coronavirus la fa da padrona?
    E cosa c’entra il disastro nucleare russo con l’epidemia di portata mondiale in corso?

    Non mi fidavo di cosa raccontavano i sovietici nel 1986 e non mi fido di quanto divulgano i cinesi oggi, in particolare sui numeri che diffondono e sulla vera origine del virus.
    Il parallelismo rispecchia la realtà più di quanto non lo abbia già fatto indirettamente il film di Sky: due tragedie, due regimi totalitari, entrambi comunisti, che devono, prima di tutto, salvaguardare la supremazia e l’orgoglio della nazione per non vederla umiliata davanti al mondo, la buona faccia del partito e le scelte dei suoi bravi compagni burocrati. In entrambi i casi, inizialmente, prima che il problema scappasse di mano, il mantra recitato era sempre lo stesso: “Perché preoccuparsi di una cosa mai accaduta e di cui non siamo direttamente responsabili?”.

    In Cina questa serie televisiva è stata censurata, si tratterà di un caso? Non credo... in Russia, nei primi giorni, volevano addirittura negare il disastro nucleare davanti al mondo, e per questo evitare anche di evacuare i 300.000 cittadini residenti a Pripyat, Chernobyl e dintorni. Se poi hanno cercato di “salvare il salvabile”, è solo grazie all’intuizione provvidenziale di un paio di fisici, agli Stati europei e agli USA, che avevano compreso la gravità del problema, dovuta all’esplosione del nocciolo del reattore numero 4 (la nuvola radioattiva non rispettava i confini politici).
    La ricostruzione dei tanti errori e delle infinite omissioni compiute a Chernobyl rivelano una comunicazione scarsa e pilotata, la minimizzazione del problema tra il governo e la popolazione ignara, oltre all'arresto di chi diffondeva notizie "non concordate", esattamente come sta accadendo in questi giorni in Cina.

    Se davvero si trattasse di una comune influenza, perché dichiarare l'emergenza sanitaria globale, con 1 miliardo di persone chiuse dentro ai suoi confini; costruire nuovi ospedali in pochi giorni; chiudere le fabbriche e tutte le famose catene dei grandi marchi internazionali; bloccare i voli aerei da e per la Cina, con un congedo non retribuito per 27mila dipendenti della compagnia Cathay Pacific? Perché mettere in forte difficoltà le fabbriche di tutto il mondo per la carenza di forniture? Installare scanner termici in tutti gli aeroporti del mondo? Causare danni incalcolabili a import, export e al turismo mondiale? I mercati finanziari soffrono quanto gli infettati; alta è la mortalità dei contagiati; e non per ultima, c'è una strana anomalia che richiama una probabile sperimentazione sfuggita dal laboratorio militare di Wuhan: nessun caso per ora fra i bambini con una età al di sotto dei 16 anni, l’età media dei pazienti è di 59 anni e nel 60% circa dei casi si tratta di maschi…

    Ora è tempo di scongiuri, di non pensare al peggio, magari in attesa di un altro film dove ci verrà raccontata una verità postuma su quanto sta accadendo ora, svelandoci così omissioni, crimini e misfatti compiuti, ancora una volta, dalla follia umana.

  • 29
    Gen

    Fra la via Emilia e il West

    Forse fanno finta di niente; o meglio, per convenienza usano il risultato più immediato, di facile intuizione e a loro confacente, quello di enfatizzare la coalizione vincente, tralasciando l’analisi territoriale, invece dare un’occhiata ai numeri può servire. Mi riferisco a chi fa informazione e ai vincitori, per loro è sufficiente un solo concetto: “Ha vinto la sinistra e la destra ha perso”. Verissimo, ma non è tutto oro quello che luccica. La Regione non è solamente Bologna, Modena e Reggio Emilia, oltre alla via Emilia c’è il West, ovvero la dorsale appenninica e la “bassa”, luoghi dove la “non centralità” si fa sentire quotidianamente sulla pelle di chi ci vive e con lei il disappunto espresso attraverso quest’ultimo voto, decisamente controcorrente (vedi immagini allegate).

    È sufficiente considerare i risultati ottenuti nei quarantaquattro Comuni della Provincia di Parma, per capire che in queste ultime elezioni qualcosa non va, nonostante ci sia un vincitore indiscusso: il piddino Stefano Bonaccini (da lunedì è tornato del PD, prima si vergognava). Solo in due di questi, Parma e Collecchio, la sinistra ha prevalso, in pratica nel Comune capoluogo e in parte della sua cintura urbana. I restanti quarantadue, dalla bassa alla collina alla montagna, dal Po al Monte Penna -e in generale nel territorio della provincia, da Rimini a Bobbio- il centrodestra ha vinto, quando non addirittura stravinto con percentuali bulgare: tant’è che nei cinque Comuni dell’Alta Valtaro la percentuale è arrivata al 73%.

    Risultati diversi si sono ottenuti nelle grandi citta emiliano-romagnole e lungo la Via Emilia, dove il “rosso” ha storicamente tenuto. Un chiaro segnale per identificare quei luoghi dove i servizi vengono erogati, dove si vive meglio e l’Amministrazione Regionale cerca di rispondere alle esigenze sostanziali dei cittadini.

    La musica cambia “quassù”, dove i servizi, anche quelli più basilari, si fanno più carenti se non eroici, come ad esempio prendere un treno per andare a lavorare o a studiare e scoprire direttamente sul binario l’indicazione “Soppresso”; come nascere lontani da dove si è, e quando accade con il rischio di farlo in ambulanza; quassù, dove inoltre si continua ad agevolare la grande distribuzione, in barba ai piccoli negozi che non vengono sostenuti con incentivi reali e cadono come mosche ai primi freddi… lamentandoci che poi si è costretti ad acquistare su Amazon, presso gli outlet o i centri commerciali della pianura.

    Noi, popolo appenninico, abbiamo anche altri “piccoli” problemi quotidiani, certamente su argomenti non vitali, ma che a valle sono scontati, mentre da noi sono considerati “fortuiti”. Tra questi: il segnale del cellulare ovunque; una connessione internet decente; anche fare il “pieno” di benzina non è dato per scontato, a volte per cercare un distributore rifornito bisogna fare anche 10 km; guardare tutti i canali della televisione senza essere costretti alla parabola; spostarsi per andare lavorare, magari facendo un’ora di strada in auto, sempre se la strada è percorribile anche con il gelo -sì, perché qui, se di notte non spargono il sale, si può anche morire.

    È questo l'Appennino dimenticato e vessato dalla politica che asseconda solo i grandi numeri, che prende voti dove la pancia è piena, ovvero nei grandi centri urbani, spesso “radical chic”: gli stessi che l'hanno sostenuta politicamente e che però non subiscono grandi disagi e dove la vita è meno grama.
    C’è poco da cantar vittoria, da organizzare piazze con le Sardine a sostegno del sistema, le nostre Alte Valli, così come la Bassa, hanno espresso il loro disappunto verso questa politica accentratrice di servizi: i problemi c’erano, ci sono e ci saranno. Perciò chi rimane si sente abbandonato e vota “contro”. Contro il governo regionale, contro chi si è dimenticato di noi, contro la città. Altro che razzisti, fascisti o fomentatori di odio, è questione di sopravvivenza.  

    Purtroppo noi “montanari” siamo considerati cittadini ininfluenti numericamente, relegati in una sorta di "Riserva Indiana", dove ogni tanto ci viene dato il "dolcetto" per non farci morire di fame e illuderci che esistiamo. È troppo facile parlare, giudicare e votare da Piazza Maggiore o da lungo la Via Emilia: “Mo andè ben a caghèr tot quant!”.