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  • 31
    Lug

    La Colonia Antonio Devoto

    " … Giacomo Granelli, nato a Chiavari il 12 febbraio 1948"; dal terzo banco si alza un bambino di sette anni, lì per frequentare la prima delle cinque classi elementari: "Presente, Suor Paola, presente!".
    Questa storia inizia proprio da lui, da Giacomo, ex alunno della "Colonia Antonio Devoto", costruzione iniziata nell’Anno Domini 1932 – X E.F., quella che si erge maestosa nella fitta faggeta alle pendici del monte Zatta, nel Comune di Mezzanego (GE); quella che tutti coloro che transitano per il Passo del Bocco difficilmente non notano. Con lui sono salito fin lassù, a quota 1.145 metri, per farmi raccontare dalla sua viva voce, sul campo, senza il “condimento” delle tante leggende che purtroppo oggi tormentano questo luogo dalle tinte gotiche, quella che fu la sua esperienza all’interno di questo complesso, ormai in stato di abbandono da oltre trent’anni.

    Ci sediamo dentro ad una di quelle immense stanze (lì tutto è grande e smisurato), in una delle decine di camerate, disposte ai lati di sconfinati corridoi che si snodano attraverso ben cinque piani… sopra a una rete metallica, o meglio su quel che rimane di uno delle centinaia di letti in ferro… sì, lì non ci vuole molta fantasia per richiamare alla mente il famoso Overlook Hotel nel film Shining.
    C’è un silenzio autentico, e le sue parole, i suoi nitidi ricordi d’infanzia, riecheggiano tra quelle mura, graffiate da sedicenti "cacciatori del brivido" (voglio essere gentile), e col contorno di infinite finestre rosse: 365 per la precisione, una per ogni giorno dell’anno, e tutte con i vetri rotti…
     
    Inizia col raccontarmi che lui si trovava lì, a partire dal 1955, perché figlio di invalido di guerra, in quanto ché non tutti potevano frequentare il “collegio”, costruito secondo le volontà  filantropiche di Antonio Devoto (1833-1916), un Lavagnino emigrato in Argentina, dove fece notevole fortuna come imprenditore e banchiere, arrivando ai vertici della scala sociale. Fu poi qualche decennio dopo, la determinazione della moglie, Elina Piombo, ad attuare la generosità e la lungimiranza del caro marito, fino ad erigere questa imponente struttura, allora all’avanguardia, con la funzione di centro per bambini orfani, bisognosi e cagionevoli di salute, tant’è che ai tempi veniva chiamato “Sanatorio” (in allegato foto dell'epoca).

    Tra le mani il nostro Giacomo conserva ancora, e gelosamente, il “regolamento” che vigeva per l’ammissione e poi per il convitto (PDF in allegato). Basterebbe rimandare a quel foglio di carta ingiallito per non dover aggiungere altro a questo nostro racconto: lì sopra c’è indicato tutto, nulla era stato tralasciato. Vi si percepisce perfino quello che era lo stile di vita all’interno della struttura: disciplina ed educazione, il tutto in un contesto di "tempi da vacche magre”.

    Giacomo Granelli esce dalla Colonia Devoto nel 1960 con in mano la licenza di scuola elementare, dopodiché torna dai genitori a Pianlavagnolo, sobborgo a monte di Santa Maria del Taro e già in “odor di Liguria”. Quel che più mi colpisce, e un po' anche mi stupisce, è il bel ricordo che egli conserva ancora di questo luogo. Si sa che i collegi, in quel periodo, rappresentavano una formula educativa non facile, soprattutto per un bambino: per cui vederlo ancora oggi sereno, senza rimpianti e determinato a riconoscere quella che fu la sua condizione di “collegiale” mi rincuora, e fa mutare anche la mia percezione del luogo, che prima dell'incontro era caratterizzata da un fondo di angoscia, complici quelle mura oggi violate, silenti e desolate.

    I suoi cinque anni me li riassume così, in poche righe, visto che lassù i giorni erano tutti uguali, Natale e Ferragosto compresi: “In quell’ala destra c’erano i maschi, nell’altra le femmine, eravamo circa in 150; in ogni camerata dormivamo in ventiquattro per mezzo di dodici letti a castello; nella lavanderia e nella cucina al piano seminterrato ci lavoravano gli unici civili del collegio, sì perché tutto l’andamento del complesso era invece gestito dalle suore.
    Le nostre giornate erano in pratica sempre le stesse: alle sette passava la suora a svegliarci, giù dal letto per inginocchiarci a mani giunte per recitare l’Ave Maria; colazione al refettorio con caffelatte e “gallette”; in aula per la scuola; pranzo con breve pennichella; poi ancora in aula per i compiti; merenda con biscotti ripieni di cioccolato e poi a giocare nel parco, tra gli alberi del bosco, dietro la porcilaia o alla casa del custode, il signor Vaselli di Chiavari; stanchi rientravamo per la cena; poi pigiama e branda. Un giorno a settimana, prima di andare a dormire, proiettavano un film in bianco e nero, solitamente le comiche di Stanlio e Ollio. Alla domenica, naturalmente, la Messa nella cappella al piano terra. Invece, ogni due settimane, salivano il dottore e il dentista… ricordo che mi cavò un dente senza anestesia, però poi non avevo più male.

    Da notare che lavanderia e cucine erano rifornite per mezzo di una teleferica, che collegava il Collegio con il Rifugio Devoto al Passo del Bocco, anche questo opera dello stesso Devoto.
    La colonia rimase in funzione fino alla fine degli anni '60, poi venne chiusa. La proprietà passò poi di mano: ad acquisirla la Regione Liguria, la quale, negli anni ’70, la destinò a centro di recupero per tossicodipendenti. Poi l’abbandono, il degrado, la distruzione di porte, finestre e quanto ancora sussisteva al suo interno. Un vero peccato, perché l’edificio è ancora in perfette condizioni strutturali, senza la benché minima scalfittura del tempo.
    In questo momento è di proprietà dell’associazione milanese “La Madonna del Bosco”, c’erano un paio di progetti di recupero, tra cui una residenza per anziani e un hotel con centro benessere, ma per ora nulla è stato realizzato. La speranza è sempre l’ultima a morire.

    Giacomo, adesso con aria dispiaciuta, mi fa capire che è giunta l’ora di scendere, i suoi tre amici lo stanno aspettando al bar “del passo” per la briscola quotidiana. Una giornata pregna di belle parole, di una storia senza rimpianti e di sorrisi autentici. L'essenza della vita.

  • 20
    Lug

    Stregato dalla Luna

    Vederla lassù, in quel cielo buio, sembra un palloncino bianco con il filo scappato di mano a un bambino oppure, quando cambia la sua forma, un “baffo” lasciato dal pennello di una mano distratta. La Luna è così, non cessa mai di essere fonte d’ispirazione, soprattutto per chi ama perdersi nel silenzio e in quel bagliore che illumina tenuamente la notte. È magica, non lo si può negare.
     
    Per molti fa ormai parte del paesaggio come il profilo notturno di una montagna, di un albero o di una pala eolica contornata di stelle, quando invece capita di fissarla i pensieri fanno il loro corso, complice la sua aura delicata e intrigante.
    Credo che sia anche per questo motivo che debba inventarsi qualcosa di nuovo, d’inusuale, come quando diventa tutta rossa, gioca a nascondino tra le nuvole o si eclissa nell’ombra… il motivo è sempre lo stesso: attrarre a sé lo sguardo del suo affascinato, come la più sensuale delle creature terrene.
     
    È anche per tutti questi motivi che non la lascio sola, infatti sono ancora qui a scrivere di lei, a dedicarle attenzione e il motivo è semplice: nella notte tra domenica 20 e lunedì 21 luglio 1969, cinquant’anni fa, Neil Amstrong conquistò la Luna e camminò sul nostro satellite. Un sogno irrealizzabile fino a quel preciso momento. Ora tutto era possibile.  
    Quella prima impronta umana, lasciata sul terreno polveroso del Mare della Tranquillità, lasciò una traccia indelebile nel nostro immaginario e lì si pronunciò la frase più famosa della storia, in seguito attribuita a Oriana Fallaci: “Un piccolo passo per l’uomo, un balzo gigantesco per l’umanità”.
     
    Durante quell'allunaggio io c’ero, ma ero troppo piccolo, non posso quindi testimoniare l’emozione di quell’avvenimento, vissuto con il fiato sospeso, attraverso la diretta televisiva in bianco e nero, condotta in Italia dai mitici Tito Stagno e Ruggero Orlando, ma anche per quei genitori che, con lo sguardo rivolto all'infinito, ripetevano ai propri figli: “Vedi, adesso lassù qualcuno sta camminando”.
     
    Dal giorno dopo sono poi iniziati i dibattiti, i dubbi e le leggende su quanto accaduto in quell’occasione: “Tutta una farsa, una montatura, solo un bel cortometraggio commissionato dalla NASA a Stanley Kubrick”. Al di là di queste teorie da “lunapiattisti”, nell’illimitata fantasia umana, la Luna continua ancora a sorprendere e a suggerire -a dispetto delle statiche bandierine americane, luci artificiali e fondali teatrali- bellissime storie, leggende, film, poesie, canzoni, pensieri, sogni.
     
    Non è nemmeno casuale l’orologio che porto al polso, quando decisi di passare dallo Swatch a qualcosa di più serio, la scelta ricadde, senza dubbi, su di un cronografo Omega "Speedmaster Professional", a carica manuale, lo stesso modello prescelto per la sua idoneità a quella missione lunare, impresa che gli valse un appellativo altrettanto memorabile: "The Moon Watch".
    Un modo piacevole di considerare la magia suscitata dalla Luna e districarsi dal concetto di tempo, del tutto relativo, perché sempre dipende da quello che si fa mentre passa.
     
     
    Video allegato:
    Sembrava tutto immobile, ma è bastato fermarsi, abbassare il finestrino e alzare il volume della musica. Fuori tutto si muoveva. C'era anche un po' di vento. Sarei rimasto più tempo con quella Luna, con quel contesto di nuvole leggerissime, lunghe e sottili che le si paravano davanti come una tenda di organza... mentre dentro, in sottofondo, c'era Ludovico Einaudi.