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  • 10
    Lug

    Ennio Morricone: lestasi del genio

    So bene che da qualche giorno si stanno spendendo milioni di parole sull’argomento, ma non m’importa. Dedicare un’ora a chi stimavo per me è necessario, è un modo per dimostrare a me stesso chi e cosa rappresentava il Maestro Morricone. Poco male che le mie parole finiscano assieme alle altre nel mare magnum dei ricordi. Sì, mi ha emozionato: prima la sua musica e adesso la sua uscita di scena.

    Riassumere la carriera di Morricone è un compito arduo, o meglio inutile. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro a quello che già sappiamo e abbiamo compreso di lui. Gli oltre 500 film sono lì da vedere, anzi da ascoltare.  
    L’ho detto anche in altre occasioni: l’immortalità spetta a pochi, solo a quelli che creano qualcosa che vada “oltre”, che possa sopravvivere a loro e al tempo. Una dote che può appartenere solo ai grandi artisti. Il Maestro Ennio Morricone era uno di questi, senza dubbio da annoverarsi tra i più grandi musicisti del Novecento.

    Non sarò il solo a pensare che le sue opere saranno rievocate dai nostri posteri, esattamente come ora si ascoltano i capolavori appartenenti alla storia della musica classica, di Bach, Mozart, Beethoven…
    Il Maestro ci lascia note indimenticabili, melodie che evocano immediatamente ricordi ed immagini indelebili nella memoria di molti, in parte colonna sonora della nostra vita o almeno di quelli che amano il cinema: “Mi piacerebbe tantissimo poter fare ancora due chiacchiere con Arturo sull’argomento”.

    Per capire la sua grandezza basterebbe chiedersi: cosa sarebbe un film senza la musica di Morricone? Sarebbe veramente curioso vedere i film della “Trilogia del dollaro” di Sergio Leone, compreso C’era una volta in America, e tutti quelli di Tornatore con un’altra colonna sonora! Sono convinto che sarebbero “altri” film, più spogli, meno coinvolgenti, molto diversi. Cosa sarebbe il duello finale di Per qualche dollaro in più senza il carillon oppure Mission senza l’oboe e il flauto di Pan?
    Lui stesso lo dichiarò: “La musica deve rappresentare tutto ciò che non si vede e non si dice in un film”.   

    La sua grandezza era anche rappresentata, a differenza di altri capaci compositori, dal creare ed inserire nello spartito, oltre al suono originato dagli strumenti, rumori come il fischio, il carillon, le campane, le fruste, gli spari, gli zoccoli… una sorta di bravo artigiano della musica.
     
    Se Ennio Morricone fosse nato a Los Angeles e non a Roma, avrebbe accumulato tante di quelle statuette d’oro da non saper più dove appoggiarle; e invece ne ha solo due, anzi una, quella “alla Carriera” ottenuta nel 2007, mentre la seconda, nove anni dopo, nel film di Tarantino. Quest’ultimo premio, personalmente, non lo considero nemmeno, lo ritengo una pezza, un rimedio alla vergogna, un obbligo morale dell’Academy Awards per essersi “dimenticata” di premiarlo. Poi nel 2016 gli è stata attribuita anche la “stella” nella celebre Walk of Fame. A Hollywood ci hanno messo cinquant’anni per capire e ad ammettere chi era il nostro “genio”, e forse, se pur in ritardo, lo hanno capito.

    Ho avuto la fortuna di assistere a due suoi concerti. I biglietti sono ancora lì, infilati tra il vetro e la cornice di un quadro, a ricordarmi che il primo fu a Milano nel 2003 e l’ultimo a Bologna nel dicembre del 2017, sempre con coro e orchestra al gran completo. Ho sempre ritenuto l'aver avuto simili occasioni un privilegio di cui andar fiero, oltre a sentirmi onorato. Oggi ancora di più.

  • 07
    Lug

    La Madonna di San Marco: ieri e oggi

    Questa emergenza sanitaria andrà a incidere anche su ciò che sembrava intoccabile, ovvero la Madonna di San Marco, la festività che i Bedoniesi conservano nel cuore. La ricorrenza di quest’anno, celebrata in forma ridotta, sarà impostata sulle sole funzioni religiose, perciò senza il folcloristico luna park e le colorate bancarelle. In pratica rispecchierà la forma originaria, quella osservata fino agli anni ’40: tanta devozione e poco divertimento. Inevitabile quindi fare un passo indietro, ricorrendo alla memoria di Maria Pina.

    Ricorda bene questo periodo vissuto da bambina, e il racconto parte proprio dal colle San Marco, quando l'attuale Basilica non c’era ancora, ma solo dei cumuli di sassi posti vicino al Seminario: ce n’erano di ogni dimensione, portati a spalla, trascinati con le lese oppure per mezzo di carri trainati da buoi o cavalli. Tutte pietre trasportate fin lassù dai tanti bedoniesi e valligiani per contribuire alla costruzione del nuovo Santuario dedicato alla Madre di Consolazione.

    I festeggiamenti duravano tre giorni e anche allora, salendo al colle, si era inondati dal profumo del tiglio. Le funzioni religiose, durante queste giornate, erano molto frequenti e si potevano ascoltare i seminaristi, che allora erano ben oltre i cento, pregare in gruppo e cantare in gregoriano: “Che bellezza!”. Al triduo finale presenziava il Vescovo di Piacenza (all'epoca, mons. Menzani e poi mons. Malchiodi).

    Nella giornata del sabato giungevano a Bedonia gli Zeraschi, ossia gli abitanti di Zeri molto devoti alla “nostra” Madonna di San Marco: "in quanto è da lì -mi riferisce l'amico storico Piero Rizzi Bianchi- che l'attuale statua mariana provenne nel 1731, come si ricava da un'antica lettera correttamente citata in un opuscolo devozionale di fine '800"; mentre Don Duilio Schiavetta precisa che la statua lignea fa scolpita nel 1531, come rilevato nel restauro del 1936.
    In via Trento e via Trieste c’era appunto un andirivieni di questi uomini forestieri, tutti con cappello e bastone, mentre le donne indossavano lunghe gonne nere, fazzoletto in testa e portavano un canovaccio a quadri blu, grigi e bianchi (detto u mandìllu) annodato al braccio, con all'interno viveri, pane e companatico, sia per il viaggio che per il soggiorno. Alcune di loro ne approfittavano per vendere le proprie verdure, anche queste trasportate a spalla e poi stese per terra, in bella mostra sopra al mandìllu.
    Tutte queste persone arrivavano a piedi dal Pontremolese, e l’ultimo tratto, per penitenza, lo percorrevano scalze; dopodiché trascorrevano l’intera notte in chiesa, pregando e cantando lodi.

    Le bancarelle, a dire il vero poche, erano disposte tra le vie del paese (non lungo via don Stefano Raffi come oggi) e vendevano un po’ di tutto: stoviglie, attrezzi agricoli, sementi, stoffa di cotone rigata (rigadéin-na) e matasse di lana (non c’erano ancora gli abiti e le maglie confezionate).
    Davanti al vecchio Santuario, nel bel bosco di castagni, delimitato da un lungo muretto in pietra, c’era la “lotteria” e un paio di baracche di legno con il tetto di frasche, capanni che fungevano da osteria per la mescita di vino, birra e gassose. Dalle stesse, verso sera, si levavano i canti più disparati e a volte molto naïf.

    Le poche giostre presenti, tra cui il calcinculo, non erano disposte a San Marco, ma bensì in paese, in piazza Falampo o nel “piazzale delle corriere”. Salendo verso il Santuario, c’erano solamente un paio di gabbiotti per il tiro a segno e qualche banco, riparato da una tenda in tela bianca, dei venditori di giocattoli: tra questi i Bettoni di Tomba e Davide Granelli di Sopra San Marco, che vendevano bambole di pezza o di celluloide, yo-yo, fucili di legno, soldatini di stagno, pentolini di latta, collane di nocciole e i tanto ambiti “palloncini”, quelli che frequentemente scappavano e scappano di mano per perdersi disperatamente nel cielo.

    Per una forma di rispetto alla Santa Vergine e alla relativa devozione, a Bedonia non si è mai usato festeggiare con balli pubblici questa pur importante e frequentatissima festività: una specie di "divieto non scritto" che, a dispetto dei cambiamenti, persiste a tutt'oggi.
    Per inciso, sarà solo nei primi anni '50 che il rettore del Seminario, mons. Giulio Biggi, permetterà la presenza in loco del luna-park, dietro il persistente invito dei due economi succedutisi, vale a dire don Silvio Ferrari e don Renato Costa. Don Duilio, allora giovane seminarista, ricorda invece il suo primo e memorabile volteggio sul “calcinculo”: “Al martedì c’era un giro in giostra gratuito per tutti i seminaristi”.  
     
    Ovviamente non potevano mancare le figure caratteristiche, presenti solo alle fiere, una delle quali era il carretto dei gelati: “Si poteva scegliere il cono da 20 o 30 centesimi”, ed era gestito da “Zacchetta”, un ex orsante di Cavignaga. Ma c'erano pure i venditori di bruchétte (chiodi da scarpe), i cantastorie che allungavano, in cambio di un’offerta, i cartoncini con scritti sopra i testi delle canzoni in voga alla radio in quel momento, infine gli immancabili “venditori di pianeti”, una sorta di parenti poveri dei cartomanti o investigatori del futuro, riconoscibili per la loro tipica cassetta di legno legata al collo e il pappagallo sulla spalla, ben ammaestrato ad estrarre le carte “fortunate” per conto dei fedeli avventori.
     
    Già allora, nella notte della domenica, oltre al tradizionale concerto del Corpo Bandistico Bedoniese, c’erano i fuochi artificiali, che alla piccola Maria Pina parevano “una meraviglia mai vista, quasi da non crederci”. Al lunedì, invece, c’era la fiera del bestiame, mercato che si teneva nella Ciósa: e quel prato, oggi non più tale, si riempiva allora di mucche, cavalli, pecore, capre e qualche maiale. Così, fra muggiti, belati e grugniti, si sentivano le voci grosse dei venditori con la mano sul dorso dell’animale: “Picca chì, e a bésc-ia l’è a tò!