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  • 03
    Dic

    Dormire al tempo del pitale

    Maria Pina mi racconta che i turisti, siamo negli anni ‘50, arrivavano con le corriere di “Carpani”: una parte dei passeggeri proveniente dalla “pianura”, mentre gli altri dalla parte opposta, dal versante ligure. In piazza Micheli, dove c’era la sosta, le corriere in buona parte giungevano dalla stazione ferroviaria di Borgotaro, ma anche dalla tratta stradale Chiavari-Bedonia. Da questi pullman, alcuni con le valigie sul tetto, scendevano intere famiglie provenienti da Parma, Piacenza, La Spezia, Genova e dai dintorni di Milano. Di solito il soggiorno durava da uno a tre mesi.
     
    Ad attenderli alla “fermata” c’erano alcuni bedoniesi intraprendenti: tra questi Paulén de Laghèsi (nonno dell’Ivana Genesoni Tonelli), Tógnu de Pansamòra (Antonio Barbieri) e un certo Camisa, dipendente delle autolinee del Cav. Lino Carpani. Queste persone fungevano da ufficio turistico e da agenzia immobiliare, ossia in pratica avvicinavano i villeggianti e, dopo aver sentito le loro richieste, li accompagnavano nei vari appartamenti o alla camera d’albergo.
     
    Queste strutture ricettive erano generalmente osterie con alloggio ed erano assai modeste, spartane e con pochissimi comfort: nel corridoio c’era il water e il lavabo, mentre in camera, in inverno fredda come all’esterno, era presente un catino treppiede “u basén”, con sotto la brocca dell’acqua pulita, una saponetta, l’asciugamano e il secchio per quella sporca, mentre nel comodino trovava posto il “pitale” per la notte. Solo l’Albergo San Marco aveva una stanza da bagno un po’ più decorosa, ma pur sempre a uso comune.

    Questa era la ricezione alberghiera negli anni ’50, agli occhi di oggi nemmeno degna di “una stella”. Eppure i nostri vacanzieri ci si trovavano ugualmente bene, tant’è che c’erano diverse famiglie che trascorrevano le vacanze sempre negli stessi luoghi e per diversi anni, tanto da diventare quasi di famiglia; ma non solo: quando tornavano in città si trasformavano nel nostro biglietto da visita, e la buona pubblicità che facevano al nostro paese era poi riscontrabile l’anno successivo… Questa bella consuetudine cessò, ahimè, con la fine degli anni ’70.
     
    Nel prossimo appuntamento, grazie a Peppino Serpagli, ricostruiremo quali erano gli alberghi bedoniesi, e, successivamente, seguirà l’argomento “gastronomia” sempre con Maria Pina, sì, perché al piano terra di queste “pensioni”, oltre al bar, c’era ovviamente la cucina, certamente spartana, ma gestita da cuoche eccellenti, capaci di preparare piatti fedeli alla tradizione “pievasca”, ben curati e approntati con ingredienti genuini: materia prima che oggi si direbbe “a km zero”, mentre allora era semplicemente quella dell’orto, raccolta oltre il cortile.

  • 27
    Nov

    La pagnotta della carit

    Si tratta di un’antica usanza, ma ancora in uso nella piccola comunità di Cereseto, piccolo borgo posto al di là dal Passo Colla, nell'alta valle del Ceno, tra Compiano e Bardi.
    A raccontarmi di questa longeva tradizione è Gina, ceresetana d’origine o meglio di Farfanaro, trasferita ai Pilati di Scopolo poiché moglie dell’ormai noto “Asso dei bastoni”, Giulio Chiappa.
     
    Ore 19 in punto: caminetto accesso, una torta di patate sfilata dal forno a legna e poi le solite chiacchiere gioviali, elemento indispensabile per rendere l’invito a cena ancor più piacevole e dimenticare così di avere l’orologio al polso. Un’occasione anche per parlare di riti contadini, feste religiose e usanze popolari, tra queste un’antica abitudine in uso a Cereseto, quando viene a mancare una persona. Lì, la famiglia del defunto, dopo il funerale, distribuisce una pagnotta ai presenti, chiamata “Pane della carità”.
     
    Un gesto probabilmente arcaico, ma che la memoria più recente lo colloca originariamente nel ‘900, tra le due guerre mondiali. Oggi esprime solo un rito tramandato di famiglia in famiglia, ma nel secolo scorso rappresentava una riconoscenza e una sorta di viatico verso gli intervenuti alla cerimonia: partecipare a un funerale, significava rinunciare a una giornata di lavoro nei campi e percorrere tanta strada a piedi per raggiungere la chiesa.
     
    Gina mi racconta quando don Mario Sacchi (parroco dal 1947 al 1971) comunicò ai suoi fedeli che quest’usanza non aveva più la necessità di un tempo e sarebbe stata interrotta: “Siamo nel 1968 e i tempi sono cambiati”. L’indicazione fu inzialmente colta, ma solo per pochi funerali, i ceresetani decisero di “disubbidire” e proseguire secondo tradizione.

    Anche qualche settimana fa, durante il funerale di Sergio Bassi, i famigliari hanno distribuito ai presenti la “Pagnotta della Carità”, un gesto ancora molto apprezzato e condiviso dalla comunità di Cereseto.
    Allora il pane era impastato e cotto dalla famiglia colta dal lutto, mentre oggi è commissionato ai forni, ad esempio quello di “Ferruccio” a Bedonia prepara una pagnottella di apposito formato.