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  • 09
    Nov

    Le due facce di un muro

    Per i “Millennial”, ascoltare oggi la rievocazione del crollo del muro di Berlino, è come se a me, ragazzo, avessero parlato di fascismo e comunismo, guerra e partigiani, fame e sacrifici. Una vicenda lontana, staccata dalla realtà. Effettivamente pensare ad un muro che separava una capitale e due nazioni europee, ed ancora presente nel 1989, appare davvero incredibile.

    Trent’anni fa, il 9 novembre 1989, il “Muro” che aveva diviso nel dopoguerra la città di Berlino, dividendo ideologie, famiglie e comunità, fu definitavamente abbattuto. Una data che ricordo benissimo. I telegiornali non parlavano d’altro: l’impero dell’Europa dell’est si sgretolava di giorno in giorno, fino a che non diffusero la notizia dell’apertura del confine tra Germania Ovest e Germania Est. Il muro perdeva pezzi, cadeva sotto i colpi di piccone di cittadini liberi, con lui si disintegrava l’ideologia comunista e la contrapposizione storica tra Stati Uniti e Russia. Dal 1961 al 1989, in quasi trent’anni, sono state 140 le persone uccise a fucilate dai cecchini per aver tentato di oltrepassare quel confine di cemento.

    A Berlino, per motivi di lavoro, tra l’inverno del 1990 e la primavera del ’91, ci andai più volte e ricordo che mi rimase impresso l’aspetto delle due città. Bastava fare un centinaio di metri a piedi per vivere due realtà totalmente differenti. Nella parte ovest vetrine ammalianti, case signorili, palazzi ristrutturati, Mercedes, strade illuminate a giorno; nel lato est si potevano ancora osservare negozi scarni, bui e senza insegne luminose, oppure palazzoni enormi, grigi e sgangherati; mentre per le strade, rischiarate da lampioni malinconici, quasi esclusivamente Trabant dai colori pastello, la mitica “macchina del popolo”.

    Oggi tutto è cambiato, Berlino è tornata la capitale di un tempo, una città moderna e simbolo della rinascita post comunista. Una riunificazione che abbiamo pagato anche tutti noi. Di quel muro ne possiedo un pezzetto, lo staccai e lo portai a casa come testimonianza reale di un periodo storico. Lo conservo ancora sulla libreria come un souvenir. Oggi, trent’anni dopo, l’ho ripreso in mano e soppesandolo ho pensato a ciò che ha simboleggiato per milioni di persone.

  • 30
    Ott

    Per brevità lo chiameremo "Ar Burgu"

    Chi esce dall’autostrada A15 per raggiungere il capoluogo valtarese, lungo il tragitto, si trova davanti tre indicazioni differenti: Borgotaro all’uscita del casello, Borgo Val di Taro ed anche Borgotaro lungo la Statale 523 e da qualche tempo è possibile osservare anche la terza opzione, ovvero Borgo V.T.
    Solitamente la segnaletica è soprattutto utile ed indispensabile per chi non conosce la zona, ininfluente e scontata per chi invece la strada la percorre abitualmente. Molto spesso le persone “foreste” che giungono in valle si chiedono se si tratta dello stesso paese o di tre località differenti.

    Quest’ultima alternativa, partorita dalla Viabilità della Provincia di Parma, ovvero “Borgo V.T.”, la trovo insensata, senza capo né coda. Gli unici motivi, simpaticamente plausibili, sembrano essere tre: risparmiare la vernice; evitare la seccatura di dover scrivere un nome lungo e complesso; appalto affidato alla stessa società che ha realizzato i cartelli del Passo del Bocco: “Passo del brocco” e “Passo del bosco” (foto in allegato) ?

    La storia e il nome del capoluogo della Val Taro non è vicenda recente, così, per far chiarezza e saperne un poco di più, mi sono rivolto allo storico borgotarese Giacomo Bernardi e con lui percorriamo la via maestra per giungere alla meta, all’origine del nome.

    La prima traccia documentata del toponimo si trova nel 1195, in epoca bizantina, con l’esistenza di una circoscrizione politico-amministrativa estesa alle valli del Taro e del Ceno, di cui “Turris” era, di fatto, la capitale. La seconda “Burgus Vallis Tari” è rimasta in uso fino al 1700, mentre dall’inizio del XIX secolo s’inizia a usare “Borgo Taro”. A metà '800 si consolida la forma “Borgotaro”, e così quando, nel 1861, nasce il nuovo Regno d’Italia, il nome ufficiale diventa proprio “Borgotaro”: Borgotaro la stazione ferroviaria, Borgotaro la carta intestata del Comune, Borgotaro negli atti di nascita, morte e matrimonio.

    Nel 1928, avviene quel cambiamento responsabile dei nostri guai. Succede che una Legge obbliga i Comuni più piccoli ad aggregarsi ad altri per formare un unico Comune, un accorgimento imposto per ragioni di risparmio.
    In Val Taro accade che il piccolo Comune di Albareto debba aggregarsi a quello più grande di Borgotaro. Quelli di Albareto sono così costretti ad accettare che si formi un unico e nuovo Comune, ma nel contempo anche il Comune di Borgotaro non esiste più, quindi il nuovo dovrà rispecchiare un nuovo nome dal quale si dovrà capire che ne fanno parte entrambi. Detto, fatto: il Comune di Borgotaro diventa Borgo Val di Taro.

    D'altra parte si chiamava così anche nel passato, quando il territorio di Albareto ne faceva parte. Piccola coda: finita la guerra (1945), cade il vecchio regime. Dietro l'ondata di libertà, Albareto si ricorda della sua passata autonomia e avanza richiesta al Governo di staccarsi dal Comune di Borgo Val di Taro. Domanda accettata nel 1946. A Borgo Val di Taro ci si chiede: “Ora che Albareto si è staccata, dobbiamo ritornare alla dizione Borgotaro oppure no?”. Una faccenda, al tempo, assai dibattuta. Polemiche tra la gente e sui giornali, alla fine si decise per “Borgo Val di Taro”. E da lì cominciarono i problemi e le ben note abbreviazioni.