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  • 14
    Gen

    Questa è SanPa, non quella di Netflix

    Non so come e da che parte iniziare. Non mi capita quasi mai, ma oggi questo foglio bianco ha un peso specifico non indifferente. Ho ascoltato per due ore Octavia e mi ha raccontato di Thomas, di suo figlio, da quindici mesi ospite a San Patrignano. Lui è proprio lì, a SanPa, nel luogo in cui è stata ambientata la serie che Netflix sta proponendo con successo in queste settimane: con "luci e ombre" proprio come avverte il sottotitolo.

    La conosco da anni, così ho voluto incontrarla, proprio con l'intento di chiederle un confronto diretto sull'esperienza che suo figlio sta vivendo sulla "collina riminese" e rapportarla con quanto sta esponendo il docu-film. Una serie che ho visto e posso affermare che la narrazione è stata ricostruita a favore del pubblico, creando più ombre che meriti intorno alla figura di Vincenzo Muccioli e all'incredibile lavoro che svolse per due decenni a favore di migliaia di giovani. E la regia ci riesce benissimo: la storia, il pensiero e il modello non sono quelli che hanno reso la comunità stimata, unica e inimitabile. Oggi come allora, l'ho sempre sostenuto: 10, 100, 1000 Muccioli, così come i meriti ineguagliabili della famiglia Moratti (le loro donazioni hanno raggiunto 386 milioni di Euro).

    - Gigi, una cosa te la dico subito, così capisci come la penso: la serie SanPa l'ho vista anch'io e ti posso dire che se l'avessero trasmessa due anni fa, mio figlio non avrebbe mai accettato di entrarci, mentre se l'avessi vista io avrei avuto seri dubbi ad accompagnarcelo.

    Per capire cosa li ha spinti a prendere invece questa decisone -uso il plurale perché il dramma è famigliare e non del singolo- dobbiamo fare un passo indietro, andare al 2005. Thomas quando ha provato la prima canna con i suoi amici aveva 13 anni: "È solo fumo, smetto quando voglio". Dopo tre anni è passato ad altro, provava di tutto, subito e sempre di più: cocaina, crack e infine l'eroina.

    Parla spedita Octavia, senza freni, timori o vergogne: "Voglio raccontare la mia e la sua esperienza, ammettere e non nascondere, affinché nessuno debba più ritrovarsi a vivere all'inferno". Così continua a ripercorre, senza mai abbassare lo sguardo, gli anni che hanno trasformato un figlio, un liceale, in tossicomane. Dopo circa un anno arriva la conferma, la consapevolezza che quei suoi strani comportamenti erano altro e lì il mondo crolla in un botto. I Carabinieri lo "fermano" con in tasca delle pillole di "Subutex" (farmaco usato nella dipendenza da oppioidi) e altre sostanze illecite. Ora è davanti ad un bivio: o ricorrere al SERT o l'arresto.

    Propendono per la prima ipotesi, solo che non da i frutti sperati. Le viene consigliato di portarlo via da Borgotaro, quindi dalle sue "compagnie", ma non lo prende in considerazione, restano, anche perché non è altrettanto facile cambiare vita. Rimangono con la consapevolezza che vivere in un piccolo paese vuole anche dire non trovare lavoro, sentirsi additato e con la tentazione a portata di mano: "Se non li cerchi tu, ti vengono a cercare loro". Arriva così il Metadone, gli psicofarmaci del SERT e la comunità per il recupero psicologico. Passano i mesi, ma nulla di nuovo all'orizzonte, anzi i nuvoloni che s'intravedono sono grigi e non annunciano nulla di buono.

    Nel 2015 iniziano a parlare di San Patrignano, visto che l'uso del Metadone era quasi a zero: "Lì adesso si entra solo per la riabilitazione e non più per disintossicarsi. Il recupero è basato sulla vita comune, il lavoro, l’obbedienza e il rispetto delle regole". Era ed è questa l'ambizione di Muccioli e della comunità, quella di recuperare i tossicodipendenti solo con volontà e amore, senza utilizzare sostanze e psicofarmaci. Thomas non si sente però in grado di affrontare il percorso: "Lì ti concedono solo una possibilità, se esci o scappi non ti prendono più".

    Provano così un'altra strada, quella di cambiare aria: raggiungere il fratello maggiore a Bristol. Lo iscrive subito a un corso per barman, lo conclude con successo e trova subito lavoro in un pub. Il 2016 sembra l'anno buono per il riscatto... dico "sembra" perché una sera un cliente gli offre del crack e lui accetta, ricascandoci: "Con la paga settimanale di 400 Sterline esce dal locale e sparisce… le spenderà tutte in quattro ore". Octavia prende l'aereo e insieme all'altro figlio lo vanno a cercare. Lo trovano e lei lo riporta in Italia: "Quando ci ricasca è peggio di prima, si sente un fallito e pensa che ha deluso ancora una volta tutti".

    Iniziano nuovamente un altro tentativo con il SERT e il Metadone, tra alti e bassi, ma i risultati non sono soddisfacenti. Valutano per una seconda volta San Patrignano e partono per la Romagna. Dopo la prima visita, prima di farlo entrare in comunità, lo mandano a Modena presso una struttura convenzionata, Villa Rosa, per disintossicarsi. Passano sei settimane e fugge.
    Torna di nuovo al SERT e si rassegna a questa "vita non vita" a base di cocktail di farmaci, solo che ad autogestirsi non ce la fa. Nel 2017 trascorrerà sette mesi presso una comunità in provincia di Parma, ma quella è una "vita da ospedale", non dinamica, quindi più dura da aggredire.

    Esce e, come se non bastasse, Thomas si ammala. Gli troveranno un'infezione batterica ad un polmone e viene ricoverato per tre mesi a Genova, in terapia intensiva, ma sempre con il sostegno del Metadone. Si ristabilisce, torna a casa, ma la situazione è sempre quella che conosciamo. Il SERT lo affida ad un'altra clinica di disintossicazione nel parmense per l'ennesimo tentativo: un mese e poi fugge a Parma, con tutto quello che la città comporta.

    Nel maggio del 2019 arriva così la prima overdose, sembra volontaria per mettere la parola "fine". La supera e torna in clinica, anche questa volta solo per un mese. La misura è ormai colma, sua madre decide di non accettarlo più in casa e se una mamma arriva al punto di "dimenticarlo"... bè credo sia impossibile da immaginare cosa significhi rassegnarsi a perderlo. Suo figlio si ritrova così a vivere per due mesi, da solo, a Parma. L'amore di una mamma è però smisurato. Lo trova e lo riporta a Modena per un colloquio, serve per accedere a San Patrignano. All'accettazione c'è la signora Paola, Octavia la prega in ginocchio di prenderlo. Per entrare però c'è bisogno di essere disintossicati dagli psicofarmaci prescritti dal SERT, cosi si ricovera presso una clinica convenzionata di Parma. Dopo due mesi è pronto per il grande passo.

    È il 9 settembre del 2019, il giorno del suo compleanno, quando si ripresentano davanti alla Comunità di San Patrignano. Un altro colloquio e non lo trovano ancora "pronto", così lo dirigono per sei settimane a Botticella, una loro struttura, ma più piccola, con una cinquantina di ragazzi: "Per farsi le ossa e capire che le regole vanno rispettate".
    Il 19 ottobre 2019, con una valigia in mano, i capelli corti e i piercing buttati nel fosso, oltrepassa la sbarra di SanPa: "Thomas, se decidi di entrare qui lascia fuori tutto quello che hai, qui dentro non avrai bisogno di niente e se hai voglia dell'ultima sigaretta… vai alla sbarra e fumala là". 

    Octavia, da quel giorno non l'ha più visto, anche perché le visite sono state sospese causa Covid-19. Dovrà restare lì per quattro anni. Per ora si scrivono, con lettere tradizionali, lì niente internet, niente social, niente cellulare: "Thomas sta bene, mi racconta che lavora alla sezione parco, alle vigne e all'uliveto. Dice che di giorno non ha mai un minuto libero, ma in quel "rigore" si trova bene… lì apparecchiano i tavoli con il righello e il letto non deve fare una piega".

    Arrivati a questo punto mi ripassa davanti tutto il film che mi fecero vedere a scuola "Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino", con la sola differenza che non ho ascoltato una fiction, ma vita vera, vissuta e tribolata. Octavia vuole aggiungere ancora qualcosa, a conferma che le chiacchiere e le dicerie su questo luogo non trovano fondamento: "Mio figlio è là da ormai un anno e mezzo. È la prima volta che non usa sostanze e non assume farmaci da così tanto tempo. Inoltre, non mi hanno chiesto soldi (tanto meno lo Stato paga per il suo affidamento), è guarito nel loro ospedale dall'Epatite C, gli hanno curato i denti, forniranno l'assistenza legale qualora venisse perseguito per atti compiuti in precedenza, ma non solo, lo stanno anche formando per quel lavoro che verrà. Per me è questo SanPa… quel San Patrignano che non salva solo i ragazzi, ma le famiglie".

  • 07
    Gen

    L'album dei Calciatori

    Questa mattina ho fatto una colazione diversa, direi "sensoriale". Non tanto per essere di nuovo al bar dopo due settimane, con il cappuccino in una mano e la focaccia nell'altra, ma per quell'album delle figurine Panini che era accanto al "Corriere", probabilmente un suo allegato. Era un "secolo" che non ne vedevo uno. L'ultimo che presi in mano era, molto probabilmente, per la raccolta 1975/76.

    Sfogliarlo è stato più forte di me, non tanto per una questione "sportiva", il calcio non l'ho mai seguito, ma per quel senso di bellissimi ricordi che questo volumetto "magico" è in grado di contenere e sprigionare. In quel momento mi ha fatto così risentire, ancora intatti, i profumi che quella raccolta comportava: quando si apriva il pacchetto si annusava il suo contenuto, un sentore vinilico misto inchiostro, a seguire quello di colla o meglio di "Coccoina" -quella con il pennellino al centro del vasetto- che veniva spalmata sulla "schiena" del calciatore, prima di appiccicarlo definitivamente al foglio. Profumi che non si dimenticano più, un po' come lo stracotto per gli anolini della nonna.

    "Celo, celo, manca, celo, manca": era questo il ritornello che si sentiva durante la ricreazione, all’uscita di scuola o al pomeriggio in canonica. Tutti lì, con il mazzetto di "figu" in mano, a trattare e scambiare la figurina mancante o quella rara. Poi c'erano i giochi: "Chi va più lontano, andarci sopra e l'interminabile Cip".  Insomma, tutti i mezzi erano buoni pur di evitare l'edicola, lì di soldi ne lasciavamo già fin troppi e le tasche piangevano sempre miseria.

    Per quel "pacchetto" in più si faceva veramente di tutto, lo si aspettava con lo stesso desiderio con cui si attendeva il regalo di Santa Lucia. Era anche un compromesso per comportarsi bene, una forma di premio dei genitori per andare a fare la spesa o studiare senza tante discussioni. Nei giorni di malattia possedeva addirittura gli effetti di una "medicina" miracolosa, alla sola vista la febbre calava e il sorriso tornava.

    Questa mattina mi sono così chiesto se i ragazzini di oggi potranno mantenere intatti i riti e i giochi di un tempo, illudendomi che la tecnologia non abbia cambiato tutto e non sia stata in grado di cambiare la passione che la raccolta dei "Calciatori" comportava.

    P.S.
    In allegato il link di un altro racconto, ambientato a Bedonia proprio negli anni '70