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  • 20
    Mag

    Il coprifuoco dei nostri giorni

    Questa volta mi limiterò alla premessa, alla presentazione di un’altra storia di Maria Pina: che, a differenza delle altre volte, sarà in forma diretta e non “raccontata” dal sottoscritto a seguito delle nostre chiacchierate. L'occasione è quella di far rispecchiare la difficile situazione che stiamo vivendo in questi mesi in quella da lei analogamente vissuta negli anni ’40, cogliendone le possibili analogie e le differenze. Una testimonianza che vuole essere anche un omaggio dedicato a sua nipote Teresa.

       G. C.        

    È praticamente finito il periodo di forzato isolamento e di grande dolore per la scomparsa di tanti amici e persone molto care, giorni in cui mi capita di ripensare alla mia infanzia e paragonarla a quella che sta vivendo ora la mia nipotina: io nata nel 1938, lei nel 2011.

    Ricordo ancora bene il coprifuoco, i rastrellamenti, le sparatorie, le bastonate, le mitragliatrici, il pane nero, la scarsità di zucchero, la tessera “della fame” e il duro lavoro nei campi fatto dalle donne, mentre gli uomini erano in guerra o alla macchia. Questo virus ha creato una situazione strana, e in un certo senso anche peggiore; la mia nipotina la ricorderà come una guerra non fra di noi ma di tutti noi, contro un unico nemico invisibile, subdolo, implacabile e senza alcun sentimento, né positivo e né negativo, su cui poter fare leva. Anche durante la guerra c’erano vittime, disagi, pericoli e limitazioni, ma noi bambini conducevamo la stessa vita di sempre: scuola, chiesa, asilo dalle suore e a giocare con gli amici int'a Ciósa.

    Oggi, invece, i bambini sono come prigionieri. Niente scuole, chiese, palestre, bande, giochi e neanche con i cugini o i vicini di casa. Nel periodo bellico, di sera, tutte le finestre venivano oscurate con carta blu (la stoffa non si trovava o costava troppo) per evitare che il famoso e temuto aereo “Pippo” potesse, vedendo le luci, sganciare le bombe. Era il terrore di noi bambini e sento ancora nelle orecchie quel rombo lontano, cupo, insistente. Per le nostre mamme, a volte, era quasi un alleato perché riuscivano a mandarci a letto presto.

    Ora che ho sentito troppe volte le sirene delle ambulanze (grazie a tutti i volontari, medici, infermieri, farmacisti e a quanti lavorano negli ospedali!), ricordo addirittura con una certa nostalgia il rombo di “Pippo”, che su Bedonia non ha mai sganciato bombe. Gli uomini rimasti in paese la sera non uscivano, perché c’era il coprifuoco e se la ronda trovava qualcuno senza lasciapassare erano guai. Ma il controllo era composto da uomini e non da un virus che non guarda in faccia nessuno: per cui, sovente, questi addetti alla sorveglianza chiudevano un occhio e permettevano a queste persone di andare all’osteria per trascorrere qualche momento in compagnia.

    Ricordo delle sere nell’osteria di mio padre “Perito” con simpatizzanti comunisti, fascisti democristiani o socialisti: trascorrevano qualche ora, parlavano della guerra, di politica, discutevano, alzavano la voce e concludevano la serata, dopo qualche bicchiere, cantando romanze e canti popolari, tra cui Bandiera rossa e Lili Marleen.

    Le analogie che trovo tra la guerra vista con i miei occhi di bambina e la pandemia di Coronavirus vista con gli occhi della mia nipotina non sono dunque, psicologicamente parlando, molto diverse. Posto che allora i soldati tedeschi e i partigiani suscitavano in una bimba un certo magico stupore: i tedeschi per la divisa, il portamento austero e, sì, le armi; i partigiani per un certo fascino selvaggio.
    Ho ancora negli occhi la figura di Gianni Moglia “Scarpa”, che scendeva da cavallo in via Trento con i capelli “alla Nazareno” e il fazzoletto al collo, come un vero e proprio “liberatore”.

    Teresa invece ricorderà questo periodo con ansia e preoccupazione, perché la televisione, le sirene, i divieti e l’isolamento hanno portato troppo sconvolgimento nei rapporti umani e nelle abitudini di vita quotidiana. I “liberatori” o meglio i salvatori di oggi indossano strane maschere, tute e guanti, e solo per mezzo dei loro occhi possono trasmettere ai bambini calore, umanità e fiducia.

  • 12
    Mag

    Vengo a vivere in campagna

    Mi piacerebbe trovare una casetta indipendente, con un po’ di terreno da coltivare e in posizione possibilmente tranquilla o anche isolata”: da sempre, era questa la richiesta tipica di alcune persone che sceglievano il nostro Appennino per l’acquisto della seconda casa. Da un mese a questa parte, invece, è diventata la norma, e le richieste con queste caratteristiche sono diventate la totalità. Tanto per capirci: se fino a gennaio le richieste erano mediamente quindici al mese, durante questa quarantena sono diventate cinquanta. In pratica, sono triplicate nel giro di poche settimane.

    Anche l’affitto “a lungo termine” è tornato di moda, e ogni giorno sono quattro o cinque le telefonate per chiedere disponibilità di case con giardino. Sembra di essere tornati agli anni Settanta/Ottanta, quando la consuetudine era di trascorrere le vacanze in Valtaro da giugno a settembre. Oggi, a differenza di allora, i soggiorni durano mediamente una settimana o il tempo di un weekend.

    Sono di questo tipo le email e le telefonate che in questi giorni pervengono a Immobiliare Valtaro. La provenienza delle richieste è in larga percentuale da Parma e provincia, in netta controtendenza rispetto al passato (quando il mercato provinciale si era sempre attestato intorno al 10%) e di fatto ribaltando quel 90% che appartiene al popolo delle seconde case proveniente da Milano e dalla Lombardia (Olanda e Belgio appartengono invece ad un’altra realtà ben consolidata).

    La possibilità di avere un’alternativa all’appartamento e alla città, valutando così la condizione di poter disporre di più ampi spazi, con un grado di vivibilità maggiore e in un ambiente meno inquinato, magari per far fronte ad un’altra ipotetica pandemia, si sta facendo sempre più strada tra i Parmensi. Ma non solo: c’è la valutazione di una distanza del tutto relativa rispetto dal territorio di pianura, visto che in meno di un’ora d’auto si è, indiscutibilmente, in un “altro mondo”; e c'è anche l’esigenza di investire i propri risparmi in qualcosa di più stabile, complice la non sottovalutazione della crisi finanziaria a cui si potrebbe andare incontro.

    È poi di questi giorni il contributo messo a disposizione dalla Regione Emilia-Romagna e destinato a chi compra o ristruttura immobili nelle aree montane: un‘opportunità per coppie o nuclei familiari che sceglieranno di spostarsi a vivere nei paesi dell’Appennino. Per i dettagli vedi il link in allegato.

    Sono queste le prerogative che, in questo periodo di pandemia, spingono molte persone a cercare una valvola di sfogo in Appennino, in un luogo ritenuto "più sicuro". Ora più che mai, c’è la consapevolezza di prediligere un ambiente rurale, con i sui tempi, le sue tradizioni ed il suo stile di vita. Sembra sia diventato improvvisamente inutile andare dall’altra parte del mondo a cercare l’Araba Fenice: la vita di campagna è molto più immediata, semplice, genuina e può rappresentare la panacea di tutti i nostri mali, specialmente di quelli che purtroppo ormai tutti conosciamo.