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  • 22
    Apr

    Olga Squeri "Berluti": la signora delle scarpe

    Come quasi tutte le persone che nella loro vita sono diventate "grandi", anche Olga è partita dal "nulla". Olga Squeri nasce a Bedonia nel 1939 e più precisamente alle Moline, nella casa dei Tugnassi. Suo papà Angelo, classe 1905, di mestiere faceva il calzolaio (e da lì il soprannome: Scarparéttu): oltre a riparare e rinchiodare le suole "cun e bruchétte", confezionava degli scarponcini da uomo, "ma de cui fén", quelli da mettersi alla domenica o nelle feste comandate, tanto per intenderci.

    Il papà Angelo, nella seconda metà degli anni '20, probabilmente durante una fiera, incontrò una giovanissima ragazza e da lì il colpo di fulmine. C'era solo un problema e per l'epoca nemmeno tanto piccolo: lei era originaria di Ferriere, in provincia di Piacenza. Alfonso, uno dei suoi figli che oggi abita a Pontremoli, mi racconta che non si diede per vinto, tanto da raggiungerla saltuariamente nel fine settimana: "Per arrivare a Ferriere ci volevano otto ore di cammino... dev'essere stato un grand'amore". I sacrifici funzionarono, Albina Mainardi, classe 1909, diciottenne, ma per quel tempo ancora minorenne, diventò poi sua moglie. Si sposarono nel 1927 a Ferriere, e da quell'unione nacquero sette figli: Gabriella, Tina, Olga, Tonino, Amilcare, Rodolfo e Alfonso.

    Una famiglia grande e un lavoro che "era quello che era", tant'è che nel 1952 la famiglia decise di lasciare Bedonia per trasferirsi a Berceto. Lì i coniugi aprirono due attività: il papà Angelo un negozio di calzature abbinato al laboratorio da calzolaio, mentre la mamma Albina si dedicò alla cucina, gestendo la trattoria "Il Battaglione".

    Olga, appena diciottenne, emigrò con destinazione la Francia. Nel 1959, dopo alcune esperienze lavorative, giunge alla boutique Berluti, attigua agli Champs-Elysées. Per la Francia era già allora ritenuto uno dei marchi del lusso e simbolo di una ben definita "Art de vivre". Il jet-set di tutto il mondo è passato da questo negozio, al numero 26 di rue Marbeuf, tutt'ora sede principale dell'azienda. Nel frattempo sono stati aperti altri 50 negozi monomarca distribuiti in tutto il mondo. Per l’Italia sono tre i punti vendita, in via Sant'Andrea a Milano, oltre a Bergamo e Brescia; poi quelli sparsi per il mondo: Londra, Parigi, Cannes, New York, Miami, ma anche in Cina, Hong Kong e Giappone, oltre a Qatar, Taiwan e ovviamente Emirati Arabi.
     
    Il marchio Berluti, famoso per le calzature "su misura" maschili, viene fondato a Parigi nel 1895 dal mastro calzolaio Alessandro Berluti, nato a Senigallia nel 1865. Verso la fine dell’Ottocento, con il crescere della sua notorietà, egli realizza calzature su commissione per molti personaggi celebri dell’epoca, tanto da rendere le sue "creature" un modello iconico e intramontabile nel tempo.
    La possibilità di configurare la propria scarpa, tanto da renderla come nessun'altra - priva di cuciture, in un unico pezzo di pelle e con una patina innata d'eleganza - è stata la vera affermazione e la forza di questo brand.
     
    Olga, dopo un paio d'anni trascorsi ad affondare la lesina nel cuoio, a tirare lo spago e cucire tomaie, agli inizi degli anni ’60, diventerà modellista e creativa, un cambio di mansione che porterà al marchio una ventata di innovazione in un perfetto "Italian style". Nel 1970 succederà a Talbinio Berluti come Direttore Artistico della maison.

    Olga tuttavia non si limitò a ideare calzature esclusive, ma intraprenderà anche l'arte di creare costumi per il cinema: e anche qui la riuscita non si è fatta attendere. Inizia nel 1984 realizzando i costumi per La femme publique. Questo suo nuovo ruolo da costumista proseguirà fino al 1997, "vestendo" così altri tredici film. Conseguirà anche due prestigiosi premi per i "Miglior costumi": il César du cinéma con il film Harem; e il David di Donatello con la pellicola Farinelli-Voce regina.

    Le scarpe Berluti erano però le sue "creature favorite", tant'è che le commissioni aumentano e così l'esclusività di chi le indossa, la cosiddetta élite: da Aristotele Onassis ai Rothschild, dall’imperatore giapponese Hirohito al duca di Windsor, da Pablo Picasso a Yves Saint Laurent, continuando con Frank Sinatra, Marlon Brando e Robert De Niro, mentre con Andy Warhol realizzerà anche il modello di scarpe "Andy". Alcuni clienti italiani sono stati Federico Fellini, Marcello Mastroianni, Luchino Visconti e Totò. Una curiosità, triste ma significativa: John Fitzgerald Kennedy, quando fu assassinato a Dallas, portava ai piedi un paio di Berluti.

    Agli inizi degli anni '90 rileveranno le maestranze e l’esperienza dell’antica fabbrica di scarpe Zenith, in provincia di Ferrara, dopodiché, nel 1993, la Berluti sarà acquistata a sua volta dal gruppo LVMH -sigla che sta per Louis Vuitton, Moët, Hennessy- ovvero il colosso che detiene i 70 marchi più esclusivi del vestire, del bere, del profumarsi e dell’ingioiellarsi nel mondo. Berluti diventerà così un prodotto di nicchia e un marchio sempre più esclusivo. Olga continuerà a tenere la direzione artistica di Berluti fino al 2011. E nell'anno successivo, dopo 54 anni di rispettabile servizio, riceverà la Legion d'onore, la più alta onorificenza che la Repubblica Francese assegna a cittadini meritevoli.

    Oggi la "Signora delle scarpe" ha 82 anni e vive stabilmente a Parigi. In Francia e nel mondo è però conosciuta solo con il nome d'arte "Olga Berluti", tanto è stato il suo apporto riformatore per l'azienda. Una fama che è stata fondata per la sua intraprendenza mista alla passione, ma soprattutto per la sua capacità di svolgere uno dei lavori più antichi del mondo, abbinandolo sapientemente al rinnovamento imprenditoriale.

    P.s.
    Ringrazio Alfonso Squeri, Lino Squeri, Maria Pina Agazzi e l'Ufficio Anagrafe del Comune di Bedonia per la gentilezza mostrata alla ricostruzione di questa storia. Non avendo avuto un riscontro diretto con la signora Olga Squeri, mi rendo disponibile, nell'eventualità, ad aggiornare la presente biografia.

  • 12
    Apr

    Nino de Ninón

    Praticamente lo conoscevo da quando sono venuto al mondo: le nostre case erano separate solo da un paio di portoni. Anche per questo motivo lo incrociavo quasi quotidianamente, e non c’è stata volta che non ci fossimo fermati almeno 30 secondi, certamente neanche una volta per uno striminzito “ciao” e via, ognuno per la sua strada. Mai. Ogni volta c’era qualcosa da dire: un aneddoto legato alla nostra Contrada, una testimonianza del suo passato o un ragionamento legato alla politica, sia locale che nazionale, oppure una battuta su questo o quella, che identificava sempre con il soprannome e mai per il nome. Insomma un uomo che non ho mai notato con la "luna di traverso". Mai. Ecco, Ninón era tutto questo: un Bedoniese fino al midollo, una persona tradizionalista e al tempo stesso gioviale e, a mio giudizio, anche saggia.

    Nino Serpagli, classe 1937, era nato a Bedonia. Nella sua vita ha sempre avuto per mano il ferro, prima come maniscalco, poi come fabbro. Di Serpagli in paese ce ne sono molti, ma il loro ramo famigliare è sempre stato, fin dall’Ottocento, caratterizzato dal mestiere du ferèe.
    Il nonno Francesco era stato fabbro, così come il papà Luigi "Gigetto" e suo fratello Costantino erano fabbri, ma anche altri Serpagli lo erano, come u Pierinu du Lööu Giginu du Verègu e Giuseppe de Pinaja o Bacalóo, mentre in tempi più recenti seguirono Crispiniano du Verègu e Bruno de Palén.

    L’estate scorsa era venuto a trovarmi in giardino assieme ad una bottiglia fresca di Malvasia piacentina. In quella occasione mi aveva consegnato dei fogli, scritti a penna, con annotate le famiglie che abitavano la "contrada" negli anni del dopoguerra, in particolar modo il nome e il numero dei loro figli: "Allora c’era più gioventù in questa via che adesso in tutta Bedonia!". Oltre a questo interessante documento, di cui seguirà articolo, mi parlò del suo lavoro: ci teneva infatti particolarmente ad essere sempre identificato come u Ferèe.

    A ragione, poiché aveva sempre fatto il fabbro. Aveva cominciato quando aveva solo sei anni nel laboratorio di famiglia in via Vittorio Veneto, inizialmente accanto alla fucina a soffiare l'aria col mantice, poi a fare i buchi ai "ferri", dopodichè, con la pratica acquisita, passò direttamente alla forgia seguita da tenaglia, martello e incudine.
    Negli anni del suo apprendistato prevaleva però il lavoro di maniscalco: "Per ferrare un animale bisognava essere prima di tutto un buon fabbro. I ferri di cavallo si facevano, non come adesso che li comprano già fatti … si teneva una barra sulla forgia finché il ferro diventava rosso, poi con le lunghe tenaglie lo si metteva sull'incudine e giù a batterlo e curvarlo fino a che non prendeva la sua forma".

    In quel periodo il lavoro non mancava nonostante la concorrenza, poiché queste officine erano anche il punto di riferimento per gli agricoltori della zona: oltre a ferrare cavalli e muli, riparavano le attrezzature, forgiavano utensili, affilavano lame e quant’altro necessario per il lavoro nei campi. Spesso si recavano anche in trasferta in Alta Valceno per ferrare i muli: lì c’erano numerose imprese che adoperavano questi animali da soma per trasportare legname e carbone.

    Poi, con il passare degli anni, il lavoro cambia: non c’era più da ferrar muli, ma da costruire elementi per le aziende industriali e la fiorente edilizia, tanto che decide di trasferirsi in via Ronconovo nel suo nuovo capannone, iniziando così la costruzione di ringhiere, cancelli, inferriate e serramenti.
    A lavorare e ad imparare un mestiere da Ninón ci sono passati in tanti, e c’è stato un periodo, negli anni ’80, in cui si contavano una ventina di dipendenti. Negli anni ’90 entrerà in azienda anche il figlio Luigi, e con lui avvieranno la produzione di serramenti in alluminio.
    Nino appoggerà gli attrezzi sul bancone dopo sessant'anni di lavoro, la meritata pensione arrivò nel 2000, anche se idealmente è sempre rimasto quel bravo artigiano del ferro quale era e per cui sarà ricordato.

    Oggi ho parlato con la figlia Evelina e mi ha riferito una delle sue ultime battute: "Quando non mi vedranno più in giro, di soltanto che Ninón è andato in ferie insieme a Luigi e alla Maria".

    P.s.

    Ringrazio Maria Pina Agazzi per i soliti ragguagli storici