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  • 22
    Set

    Ligabue, il pittore che si credeva una tigre

    Tornare a vedere un film al Cinema Cristallo, dopo tanti mesi, è stata una situazione un po’ anomala (posti assegnati e mascherina), ma bella. C’era anche gente in sala. L’occasione è stata quella di “Volevo nascondermi”, con uno straordinario Elio Germano nei panni di “Toni” Ligabue.
    Una storia che è al tempo stesso un inno al fiume Po, alla sua gente e ai paesaggi di quell’Emilia rurale, già ben raccontata da Ermanno Olmi, Pupi Avati, Bernardo Bertolucci, Carlo Mazzacurati, Giovannino Guareschi, Mario Soldati e Cesare Zavattini... per me un omaggio ad ognuno di loro.
     
    Inevitabile ripescare nella memoria anche la versione televisiva di Salvatore Nocita, lo sceneggiato, allora si chiamava così, che andò in onda nel 1978 sulla Rai, con l’altrettanto bravo Flavio Bucci che nulla aveva da invidiare all’attuale interpretazione di Germano. Senza dubbi un’occasione per far conoscere la travagliata vita del pittore e scultore svizzero-italiano, allora semisconosciuta.  
     
    Anche questa versione di Giorgio Diritti è stata adeguatamente narrata, con una sceneggiatura che ben rappresenta i dintorni di Gualtieri, il luogo dove il pittore trovò riparo dal mondo "normale": colorati filari di pioppi, sentieri sviluppati lungo le sponde del “Grande fiume” e l’accento dialettale, tutto ben mescolato alle consuetudini della "Bassa" e modellate attorno a ricette, osterie e nebbie.  
     
    Di Antonio Ligabue, artista “dentro” e non fasullo, che è sopravvissuto alla solitudine, al freddo e alla fame, oltre a mille angherie, mi sono portato a casa un sorriso, una sua simpatica frase che bene sintetizza la sua esistenza e poi il suo riconoscimento artistico... il momento è quello dei soldi in tasca, guadagnati grazie ai quadri, quando si compera un bel cappotto nuovo, da indossare subito, nella canicola di luglio: "Sì perché ho sofferto tanto freddo nella mia vita che il caldo non so neanche cosa sia", che detta nel suo dialetto, si trasforma in una spontanea poesia.

  • 15
    Set

    La scuola di una volta

    Qualche curiosità originata dai racconti di chi ha frequentato le aule nella prima metà del Novecento. L’occasione è quella di parlare di scuola con Maria Pina, ossia con una persona ai cui tempi l’istruzione era considerata un optional: ma non come oggi, a causa del Coronavirus, bensì per mancanza di mezzi.

    Allora, già ai ragazzini di undici anni, terminate le scuole elementari, si poneva la scelta se andare a lavorare o continuare a studiare. Questa seconda possibilità, però, si dava solo se la famiglia era in grado di affrontare finanziariamente gli studi: infatti, l’unico modo per proseguirli era l’iscrizione a un collegio. C’è infatti da precisare che fino al 1963, a Bedonia, non era presente una Scuola Media Statale e la prosecuzione degli studi poteva avvenire appunto solo presso il nostro Seminario. La retta per i seminaristi era contenuta, ma non solo: i meritevoli e bisognosi potevano anche contare su un trattamento economico di favore.
    I maschi di Bedonia erano dei privilegiati, perché è vero che erano in collegio, ma vicino a casa; anche se al momento dell’iscrizione dovevano dichiarare, per iscritto, che l’intenzione era quella di diventare sacerdoti. All’interno del Seminario era possibile studiare per tre anni di Medie, due di Ginnasio e tre di Liceo Classico, mentre chi decideva di proseguire si recava a Piacenza per altri quattro anni di Teologia.

    Una buona parte di questi ragazzi, terminati i tre anni delle scuole medie o i cinque del Ginnasio, abbandonava il Seminario per proseguire gli studi altrove. Uno dei motivi poteva senz’altro essere imputabile alla “disposizione”, ossia al dover indossare dopo il terzo anno, in IV Ginnasio, l'abito talare: veste nera lunga, abbottonata fino a piedi, e tricorno sul capo: il rito della vestizione avveniva nel giorno dell’Immacolata, l’8 dicembre, e da quel momento si passava anche alla camera/studio singola.
    Inutile sottolineare che le doti scolastiche di questi ragazzi, in gran parte piacentini, erano veramente complete e con un’ottima preparazione in tutte le materie, soprattutto in latino e greco: dei circa 130 studenti presenti in media, molti terminavano il corso, diplomandosi, e in buon numero addirittura proseguivano laureandosi in altra sede.

    Per le femmine, invece, era più difficile proseguire gli studi dopo le elementari. Alcune ragazze si iscrivevano all’Avviamento, una sorta di scuola professionale, esistente anche a Bedonia, mentre chi decideva di conseguire il diploma di terza media o magistrale doveva recarsi in collegio a Compiano, nell’istituto allestito presso un’ala del castello e condotto dalle suore. Per chi invece poteva permetterselo, c’erano naturalmente altri collegi, ma più lontani: Parma, Pontremoli, Bobbio, Chiavari, Rapallo e Piacenza (quest’ultima città solitamente era scelta da chi aveva congiunti preti).  

    Fino alla fine degli anni ’60, a Bedonia, c’era un gran numero di laureati maschi, mentre poche erano le donne, ma solo per la mancanza della scuola media. Per fortuna subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, intorno al 1947/48, il lungimirante e benemerito, nonché ex seminarista, Maestro Vittorio Rossi (in foto di copertina) istituì, col contributo dell’Amministrazione Comunale, una Scuola media privata e legalmente riconosciuta che durò fino al 1963, anno in cui divenne Scuola statale. La sede era all’ultimo piano del palazzo comunale e gli insegnanti erano giovanissimi laureati di Parma, tranne alcuni provenienti da Genova. Tra questi, Mons. Francesco Serpagli, ex seminarista, persona preparatissima, colta e amante della musica, anche se con carattere un po’ originale, e il Prof. Mancini, insegnante di matematica, di cui si diceva non fosse laureato, ma che era veramente bravo e capace di rendere facile e comprensibile a tutti la sua materia.

    Le classi erano poco numerose, mediamente di 10-12 alunni, e per frequentarle si doveva pagare una retta mensile: così per molte bambine, Maria Pina compresa, venne l’occasione di continuare gli studi senza allontanarsi dal proprio paese. Gran parte delle ragazze, poi, sceglievano la strada dell’insegnamento: “Mi ricordo anche che per recuperare gli studi venivano tanti ragazzi di Borgotaro, e tra questi ci fu anche il futuro allenatore Eugenio Bersellini”.

    In quegli anni non c’era palestra né professore di educazione fisica, ma era lo stesso maestro Rossi, agile e scattante, a presentarsi nel lungo corridoio per impartire qualche esercizio: le parallele, il salto e, forse ancora impregnato del recente passato, tante marce militari. Al termine del triennio, veniva da Parma una commissione di insegnanti per esaminare e valutare gli studenti.

    Dal 1963, con l’innalzamento della scuola dell’obbligo fino alla terza media, sorsero poi i “Centri di Ascolto” e portarono le scuole medie nelle frazioni più grandi di Bedonia. Raggiungevano i paesini dei giovani universitari e dei diplomati maestri (non di ruolo), i quali, assecondati da un programma televisivo predisposto (in onda al mattino sull’unico canale RAI), tenevano le lezioni. Per fare un altro raffronto con l’oggi: un metodo antesignano delle attuali lezioni online. Dopodiché, alla fine del triennio, gli studenti meritori, quelli che superavano l’esame, conseguivano il tanto agognato diploma di terza media.  

    Sempre al maestro Rossi va il merito di avere creato a Bedonia, dal 1952 al 1954, anche la Scuola magistrale, plesso scolastico collocato presso a cà du Bancarèe in via Vittorio Veneto (a fianco dell’Osteria del Moretto). Senza dubbio fu un bedoniese intraprendente questo nostro Vittorio Rossi, certamente dalla "bacchetta" facile, ma è ad oggi dimenticato: non c’è infatti nessuna scuola o istituzione a lui dedicata, nonostante gli vada riconosciuta la lodevole iniziativa di aver fatto ottenere a tanti Bedoniesi il tanto sospirato “pezzo di carta” che preparava alla vita. E a questo proposito, approfitto dell’occasione per ricordare che la scuola elementare bedoniese è ancora priva di un’intitolazione, a differenza della media, giustamente dedicata al grande Don Giovanni Agazzi.

    P.s.
    Ringrazio, oltre alla maestra Maria Pina Agazzi, anche Remo Ponzini per avermi fornito, da ex seminarista, alcuni aneddoti legati al Seminario Vescovile di Bedonia. Nella quinta foto allegata è presente Remo, nei panni di seminarista, in gita a Compiano.