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  • 20
    Mar

    L'antico borgo di Casacca

    Ci sono certi luoghi che apparentemente esistono solo nell’immaginazione, ma quando poi ti imbatti in uno che li rispecchia appieno, allora è giusto fermarsi a osservarlo, magari per il tempo dovuto e lo stupore che richiede. È il caso del borgo medievale di Casacca, nel Comune di Berceto.
    Quel gruppo case, visibile anche dal passaggio in Auto-Cisa, mi ha sempre attratto e lo scorgere da lontano la sagoma di quei fabbricati, attraverso la forma dei tetti, del campanile e della torretta, trasmette quel senso di curiosità che alla fine va esaudito. E così è stato. L’ho raggiunto a piedi e a venirmi incontro, subito dopo l’ultima curva, è stato il silenzio, il profumo di legna bruciata e quel senso di arcano che solo un luogo così remoto può trasmettere.

    Oggi c’è un camino che fuma, ma l’ultima famiglia di residenti ha lasciato il borgo negli anni ’50 e da allora le case, il pozzo, le stalle, la chiesa con il campanile e il cimitero, sono stati lasciati soli, anzi in compagnia dell’abbandono. Così, dopo l’oblio durato oltre mezzo secolo, nel 2001, il borgo è stato acquistato dalla famiglia Cavandoli di Parma e dopo una decina d’anni di restauro è tornato all’antico splendore. Un lodevole impegno per sottrarlo ad una fine miserabile e annunciata.
    È proprio il Dottor Rodolfo Cavandoli, con il doveroso orgoglio, a spiegare “vita, morte e miracoli” di quel luogo, oltre alla sua sorprendente avventura: “Ci siamo imbarcati in un lento ma attento lavoro di restauro, cercando di riusare i materiali originari e non modificare nulla dell’assetto iniziale, una pianificazione comunque condivisa con la Sovraintendenza, con un risultato finale che ci rende sempre più orgogliosi”. Ed è stato sufficiente oltrepassare l’arco d’ingresso, aggirarsi tra quei vialetti e sostare nell’ampia corte, per capire il senso di quelle parole e ritrovare nuovamente ciò che il tempo aveva segnato.

    È infatti dal 1951, con la morte dell’ultimo parroco, Don Giuseppe Belloli, che iniziò il progressivo e definitivo spopolamento di questo piccolo centro urbano, un esodo già iniziato qualche decennio prima a favore del fondovalle, ovvero Ghiare, lì la “modernità” offriva un altro modo di vivere: la ferrovia e la carrozzabile per raggiungere la Liguria, ma soprattutto uno stipendio sicuro presso la fornace del cemento. Così, da lì a poco, Casacca cessa definitivamente di vivere: il bosco avanza e le piante rampicanti s’impossessano dei muri, le piogge squarciano i tetti e i pavimenti di legno marciscono. Non c’era più un’anima viva, nel vero senso della parola, anche perché i resti terreni di quelle donne, uomini e bambini furono traslati nel nuovo cimitero di Ghiare.

    La storia di Casacca e del suo toponimo parte però da molto lontano, dal X secolo, da un documento di donazione emesso da Ugo di Provenza a favore dei Canonici del monastero di San Remigio di Berceto. Da quest’atto si deduce che il borgo era formato da due sole abitazioni, mentre la chiesa sarebbe stata costruita dai Canonici solo in seguito, tra il 1000 e il 1200. Nei secoli a venire è stato oggetto di dispute tra l’Impero, il Papato e i Rossi, famiglia di feudatari di Berceto fino al XVII secolo.
    Nel 1666 si hanno invece tracce dei conti Gabbi, mentre nel 1693 acquista la proprietà il nobile anconetano Alessandro Tellini, epoca in cui Casacca diventa un importante centro per mezzo di una struttura amministrativa autonoma.
    Dalla seconda metà del XVIII secolo passa in mano ai conti Montanari di Parma e da qual periodo, la struttura urbana, rimane pressoché identica ad oggi: il palazzo, la chiesa, la canonica e sette abitazioni.

    Durante questa visita c’erano anche due preziosi testimoni borgotaresi che hanno rivissuto la loro permanenza a Casacca: Ivo Serventi e Luigi Levanti, quest’ultimo vide questo luogo per l’ultima volta quand’era bambino, anzi da chierichetto, quando alla domenica lo raggiungeva a piedi da La Pietra di Lozzola per servire messa.
    Una bellissima giornata insomma, vissuta grazie all’iniziativa gratuita promossa dalla Proloco di Ghiare, in collaborazione con la Guida Maria Molinari di Trekking Taro & Ceno e la famiglia Cavandoli-Piombi, per raccontare origini, vicissitudini e storia che hanno interessato nei secoli i due paesi bercetesi: la nascita di Ghiare e la morte con resurrezione di Casacca.

  • 15
    Mar

    Quello che i concerti raccontano

    In soli otto giorni ho avuto l’occasione di ascoltare due concerti e quindi l’interpretazione di due album considerati “pietre miliari” nel mio passato musicale: “Sotto il segno dei pesci” e “Fabrizio De André in concerto - Arrangiamenti PFM”.
    I due dischi hanno in comune il 40° anniversario dalla loro pubblicazione. Due LP che sceglierei di portare con me, qualora dovessi mai lasciare il pianeta Terra, per continuare ad ascoltarli. Una scelta senz’altro orientata da ciò che “contengono”, oltre alle parole e alla musica ci sono impressi dentro i ricordi adolescenziali, quelli che inevitabilmente riemergono ogni qualvolta li riascolto: l’acquisto dei primi vinili, il giradischi e l’amplificatore, la camera con i poster, l’approccio con i cantautori dopo “Furia cavallo del west”, ma anche il primo bacio, i bagni al fiume, l'età dove tutto è più bello, la compagnia degli amici, le estati che duravano un secolo.
     
    Il primo concerto è stato Antonello Venditti a Bologna: tre ore di musica, decine di intramontabili successi, ma ciò che mi sono veramente goduto è stata l’esecuzione integrale dell’album “Sotto il segno dei pesci”, suonato con gli strumentisti di allora, quelli presenti nel 1978 in sala d’incisione. L’abisso con il resto del concerto. Musicisti che ha voluto nuovamente con lui sul palco in questo concerto-anniversario, proprio per eseguire quelle otto canzoni nel modo più fedele possibile. Ci sono riusciti alla perfezione. Le sonorità di quella musica “suonata”, mettendo così all’angolo per quaranta minuti quella digitalizzata, hanno cambiato decisamente l’ascolto dell’album, tant'è che ora, nel disco originale, riesco ad “percepire” ciò che fino a quel momento mi sfuggiva: la chitarra a dodici corde, il violino, l’armonica o l’organo Hammond, strumenti che non aveva più utilizzato nelle versioni successive.
     
    Il secondo spettacolo è stato quello della PFM a Salsomaggiore. Si trattava della serata d’esordio del tour che proporrà l'interpretazione dell'album “PFM canta De Andè-Anniversary”. Un doppio disco che ha cambiato, senza dubbi, quella che era la musica minimalista di De Andrè fino a quel momento, creando un’unione indissolubile, il punto d’incontro, tra la poesia e il rock.
    La Premiata Forneria Marconi non ha bisogno di essere raccontata, visto che è ancora oggi riconosciuta come una delle poche band italiane, se non l’unica, ad aver esportato il loro rock progressivo nel mondo.
    La band è ulteriormente migliorata con l’ingresso nel gruppo di Lucio Fabbri, Mauro Pagani e Walter Calloni, batterista che andò a sostituire Franz di Cioccio, elemento sempre più impegnato a tenere in mano il microfono a discapito delle bacchette, pur restando perennemente infilate, a mo’ di “pistolero”, tra la cintura e i pantaloni.
    Ascoltare oggi questa band, ancora in perfetta forma sonora, è stata una vera emozione, soprattutto nella canzone “Amico fragile”, nove minuti che non dimenticherò facilmente, il giusto connubio tra poesia, musica e ritmo, dove, anche questa volta, non c’è stata la paura di far male alla batteria.