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  • 05
    Ago

    Quel ponte sul fiume Taro - II Atto

    Questa mattina sono passato un’altra volta su quel ponte costruito oltre un secolo fa e dove il 4 dicembre del 2019 è successo l'impensabile, ma non l’imprevedibile.
    Quel giorno a Piane di Carniglia era mattino presto, c’era ancora buio e la strada era gelata, fu lì che il giovane Simone perse il controllo dell’auto e le barriere protettive non svolsero la loro funzione: arrugginite dal tempo, fragili per il traffico odierno e in alcuni tratti tenute insieme con il fil di ferro.

    Da quel giorno è stata modificata la viabilità: senso unico alternato e alle estremità del viadotto due semafori moderano il traffico. Sotto ad uno di questi, come un marchio a fuoco per quanto successo, c’è appesa una lettera scritta a mano dai suoi genitori... una sorta di richiamo verso chi doveva controllare quel tratto di strada. Sopra c’è anche un fiore con la raffigurazione della Madonna, uno di quelli con la calamita che appendiamo al frigorifero di casa per richiamare alla memoria un luogo, in questo caso impossibile da dimenticare. I ricordi non sono sempre confortanti, spesso sono rivolti ad accrescere la sofferenza e ritrovare l’amore per la vita può apparire un’impresa impossibile.

    Sempre da quel giorno nulla è cambiato. Il parapetto divelto è ancora a penzoloni sul fiume Taro, solo un nastro rosso e bianco e una transenna indicano di non avvicinarsi al bordo, al “buco”. Eppure è una strada provinciale, il traffico non manca, specialmente in estate. Nessuna barriera provvisoria, magari anche un paio di New-Jersey o un qualcosa che possa comunque evitare un’altra disgrazia. Le foto allegate dicono il resto. Capisco l’indagine penale in corso, capisco tutto, ma in nove mesi si forma anche una persona.

    Da quel giorno, ogni volta, come uno spartiacque tra il prima e il dopo, un po’ timorosi ci transitiamo sopra tutti, ma soprattutto lo percorrono una madre e un padre. Con quale stato d’animo? Poco gli servirà girarsi dall’altra parte.

  • 28
    Lug

    Il sarto della Quinta Strada

    Questa è la storia di un uomo che ha lasciato l’Italia, nient’altro che una delle tante storie di persone che si separano dalla propria terra per ricorrere i loro sogni e i propri successi oltre oceano. Domenico Verti, nato a Drusco nel 1905, decide di staccarsi dalla famiglia e lasciare l’Europa nel 1930.
    Giunto al porto Genova scorge subito, per mezzo di due grandi camini fumanti, l’enorme transatlantico ormeggiato in banchina: bello, enorme, affascinante, un gigante che stava raffigurando a tutti gli effetti il suo destino, l’America. “Ormai non si torna più indietro”, deve aver pensato.

    Questa sua decisione nasce per mezzo di una ragazza che tornava ad ogni estate a Nociveglia, abitava a New York e il suo nome ricordava tanto quello di una principessa: Ademea. Bruni il suo cognome. Fu lei a prospettare a Domenico la possibilità di emigrare e seguirla nel suo Paese: “Lavoro nella segreteria del Sindaco Fiorello La Guardia, conosco la città, persone, opportunità… Fatti coraggio!

    Quella di Ademea era una proposta da non sottovalutare: l’America offriva mille opportunità, e per chi aveva idee e sceglieva di sgobbare era il luogo ideale. La decisione non tardò, scrisse a quel nome di principessa e partì. Dopo una settimana di viaggio, in un mare impenetrabile e forse conosciuto per la prima volta, uscì sul ponte per vedere la Statua della Libertà, New York, l’America. Tanto emozionato quanto disorientato, sbarcò a Ellis Island con la valigia in una mano e la fortuna nell’altra.
    Sembra di vederlo, con lo sguardo serio ma appagato, la giacca scura e le scarpe lucide da viaggio, presentarsi davanti al funzionario dell’emigrazione per le domande di rito, ma lui non aveva nulla da dichiarare, così infilò la mano in tasca ed estrasse il motivo per cui si trovava lì: un sacchettino di velluto blu con dentro ago, filo e un metro giallo da sarto.

    Domenico era stato cresciuto in una famiglia di sarti. Il papà Livio nacque nella campagna di Medesano nel 1880 e lasciò la “Bassa” nei primi anni del ’900 per sposarsi con Maria Zanelli di Drusco: ebbero sei figli, anzi otto, ma due morirono piccolissimi. Di professione faceva il sarto; e appena Guido, Domenico, Giuseppe e Giovanni furono in grado di tagliare, imbastire e cucire, insegnò loro il mestiere. A quel tempo l’Alto Ceno era una valle densamente popolata, ricca di coltivatori, boscaioli e commerciati, tutte persone a cui confezionare un bell’abito per la festa e da lavoro “da tutti giorni”. La moglie, assieme alla figlia Giovanna provvedeva invece al mantenimento della casa e a quella che sarebbe poi divenuta una vera e propria sartoria al “Belvedere” di Ponteceno; mentre il più giovane Luigi, il sesto figlio, terminati gli studi, diventò medico.

    Ma torniamo a seguire il nostro Domenico appena sbarcato. Dopo qualche tempo incassò la sua prima “settimana” lavorativa americana: un dollaro! Successivamente, fu assunto dalla famosa catena di grandi magazzini statunitensi “Saks Fifth Avenue” e la sua creatività, tipicamente italiana, unita all’indiscussa caparbietà, lo condusse a dirigere proprio il settore sartoriale della sede principale, collocato al sesto piano sulla “Quinta Strada” newyorkese (tutt'ora esistente). Una divisione composta da una sessantina di dipendenti e che poi diresse per trent’anni.

    Il successo lavorativo lo portò quindi ad invitare negli Stati Uniti anche il fratello Guido, che accolse l’invito e venne anche lui assunto nella grande “squadra” di Saks. Domenico ricopriva ormai un ruolo prestigioso e di popolarità, si ritrovava al centro dello shopping internazionale del lusso e del must americano dell’abito sartoriale, frequentato da attori, finanzieri e politici, Casa Bianca compresa: tant’è vero che non mancò di far inviare un saluto agli alunni e alla cognata Bruschi Bianca, maestra elementare a Ponteceno, nientemeno che da Jacqueline Kennedy (in allegato la lettera).

    Con Ademea poi si sposò: e fu anche grazie alle sue autorevoli frequentazioni che ottenne un nuovo successo personale e imprenditoriale, testimoniato da diversi articoli pubblicati sul “New York Times” e riviste di moda. L’indiscussa affermazione arrivò con la creazione di una sua linea sartoriale, la “Domenic Verti - Fashion for men”, sempre creata e distribuita all’interno di “Saks”. Un altro punto d’arrivo e d’immensa soddisfazione, fu che le sue creazioni si potevano ammirare in vetrina accanto alle proposte di grandi sarti italiani e francesi, come Nicola Trussardi e Yves Saint Laurent: “Noi, a loro differenza, cuciamo a mano anche gli occhielli”.

    Una nota curiosa, che riguarda invece la sua personalità, viene a galla attraverso un aneddoto accaduto negli anni ’70, e che vede Don Renato Costa suonargli il campanello di casa. Tutti sappiamo che erano gli anni dei suoi innumerevoli viaggi americani, quelli dedicati alla raccolta fondi per la costruzione dell’Istituto San Marco, avvenuta letteralmente “porta a porta” presso i nostri emigrati.
    Ecco dunque che Don Renato arriva a bussare anche alla sua, ma a Domenico Verti i preti non vanno tanto giù, non si fida: così, dopo averlo ascoltato, lo licenzia e pur di far presto gli chiama un taxi, oltre a mettergli in mano i soldi per la corsa.
    Allo zelante sacerdote non resta che tornare sui suoi passi, una delle rare volte, a bocca asciutta. Domenico lo segue con lo sguardo dalla finestra, lo vede parlare con il taxista e nota che la macchina riparte senza il passeggero, perché Don Costa sceglie di proseguire a piedi, nonostante la pioggia.
    Il giorno dopo, incuriosito, lo rintraccia al telefono e chiede chiarimenti: “Domenico, ho preferito aggiungere i suoi 10 dollari a quanto stavo raccogliendo, perché ne hanno più bisogno i ragazzi di Bedonia che i taxisti di New York”. Da quel momento il grande sarto capì chi era veramente Don Renato Costa, così lo invitò nuovamente a casa e, negli anni successivi, diventò uno tra i suoi più grandi benefattori.

    L’Italia l’aveva nel cuore, anche se a Bedonia non ci ritornava spesso: gli unici due suoi viaggi furono nel 1968, in occasione della cresima del nipotino Livio Verti, mentre la seconda fu nel 1978 solo per il piacere di rivedere i suoi famigliari.
    Domenico Verti, nato a Drusco il 24 settembre 1905, sposato con Ademea Bruni, da cui ebbero Maria, morirà a New York il 14 settembre 1995.

    P.s.
    Ringrazio i nipoti Livio, Maria e Lucia Verti per avermi aiutato a ricostruire una parte importante della loro storia famigliare.