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  • 25
    Nov

    A tartufi con Sergio, Furia e Balù

    L'appuntamento è per le nove di domenica mattina. Sono convinto che Sergio mi abbia benevolmente concesso questo orario, diciamo "comodo". Finito il gorgoglio della caffettiera, partiamo.
    Prima la radura e poi bosco ci accoglie in tutta la sua bellezza autunnale: l'erba è bagnata dalla rugiada, le foglie si differenziano tra il giallo e il rosso e il cielo compare a fatica, fin quando la bianca foschia notturna svanisce. Dal portellone del fuoristrada balzano fuori Furia e Balù, i suoi fedeli ed affezionati Lagotti, i quali, scodinzolanti, temporeggiano in attesa della direzione da prendere. Furia ha sette anni ed è la mamma di Balù.

    Anche Sergio è pronto: con due dita si liscia i baffi, accende l'immancabile Toscano* e riempie le tasche di biscottini o meglio, le "ricompense" per i due veri cercatori. Scelto il sentiero, quello che costeggia il rio, entriamo nel bosco e ad accoglierci un'abbondante "nevicata" di foglie, una sorta di benvenuto per quel luogo fiabesco che è la "Terra dei Tartufi", anzi del "Nero Uncinato". La varietà che cresce in questa stagione in Valtaro.

    Comprendo subito che conosce il bosco come le sue tasche, così mi accodo a quelle gambe sicure e ai due nasi esperti che girovagano tra noccioli, carpini e cerri. Non passano cinque minuti che Furia e Balù sono già lì a raspare tra le foglie, il loro padrone fa poi il resto: "Guarda che bello, cominciamo bene". Così la mano si infila in tasca per estrarre il primo premio della giornata. I due cagnolini, felici e scodinzolanti, incassano l'agognata ricompensa, dopodiché ripartono, tra alberi e fossi, per guadagnarsi quella successiva. È bellissimo vedere i due "riccioloni" correre in avanti, fermarsi, annusare e poi tornare indietro, a volte con il "bottino" in bocca, ma senza perdere mai di vista il loro padrone: "Per loro trovare il tartufo è un gioco gratificante quanto lo è per me".

    Sergio, dopo aver cavato il tartufo, ricopre la buca con cura, il motivo è doppio: evitare che altri cercatori possano individuare il luogo e garantire così ai funghi di riformarsi nella stagione successiva. Questo fungo ipogeo, infatti, si lega alle radici delle piante tartufigene stabilendo con esse un rapporto simbiotico e durevole nel tempo, un po' come accade tra il padrone e il suo cane.

    Le ore passano e a mano a mano le tasche del gilet cambiano funzione: diminuiscono le crocchette e aumentano le profumate pepite. A mezzogiorno, dopo aver tolto la terra in eccesso, ne conta una ventina, in pratica mezzo chilo, tra cui un paio di pezzi di "Nero liscio".
    L'esperienza maturata sul campo è fondamentale, ma è un risultato che va oltre al valore economico in sé. Senza fare i conti in tasca a Sergio, ci vuole poco a capire cosa lo spinge a trascorrere così tanto tempo nei boschi: la vera passione di vivere la natura e soprattutto il legame indissolubile che ha instaurato con i suoi cani, tanto da ricordare una sorta di squadra affiatata: "Ho quattro figli, ma due sono questi qui", me lo dice accarezzando Furia e Balù con le mani ancora sporche di terra.

    * Il sigaro, durante la presenza nel bosco, era spento; è rimasto acceso solo per esigenza scenografica.

  • 17
    Nov

    Io sono quella del puntino

    A prima vista può sembrare un'immagine come tante altre, ma ogni fotografia racchiude in sé una storia. Le fotografie ingiallite dal tempo hanno sempre qualcosa da trasmettere a chi le guarda. Un esempio è questa di copertina: c'è una classe elementare abbigliata di grembiulino nero e colletto bianco, poi ai lati la maestra Magnani e il Direttore La Cara, entrambi consapevoli di quella inconsueta occasione di posare davanti a un obiettivo. Un insieme di sguardi che ci guardano ancora oggi dritti negli occhi, capaci di oltrepassare la porta del tempo per trasformarsi magicamente, da un pezzo di carta, in un frammento di vita reale. Dunque non hanno ancora finito di dirci qualcosa.

    Si tratta di una fotografia che ho ricevuto in regalo: classe 5/F, in bianco/nero, risalente al 1952 e scattata a Bedonia, davanti alle scuole, allora nel palazzo del Municipio. In pratica è tornata a "casa" dopo 68 anni. Mi è arrivata nella maniera più classica, per mezzo di una busta, spedita "Air mail" da San Francisco: "Caro Gigi, ti invio questa amata fotografia della mia infanzia, è in originale ma so che sarà in buone mani...". A spedirmela (insieme ad un'altra del 1953) la bedoniese Pia Bonardi, meglio conosciuta ai più come "Pia Moro" (dal cognome acquisito dal marito).

    Tra gli alunni ritratti c'è anche Pia, contrassegnata da lei stessa con un puntino, serviva ad agevolare il suo papà a riconoscerla: "Caro babbo, ti mando questa fotografia della mia classe, se non mi riconosci, io sono quella del puntino". È quanto c'è scritto "a pennino" sul retro della fotografia, assieme alla risposta che fece seguire il padre: "Ti ho riconosciuta subito, sei la più bella".  

    Luigi emigrò infatti in America nel 1950, invitato da sua sorella Albina che partì nel 1933: "Vieni anche tu, ti ospito io, qui c'è tanto lavoro, la mano d'opera italiana è ricercata e apprezzata".
    In Italia, in particolare a Bedonia, le cose non andavano molto bene: l’economia era debole e c'era scarsità di lavoro, specialmente nelle costruzioni. Luigi faceva il muratore a "chiamata" con l'impresa di costruzioni "Rossi Nerio & Giulio Zanichelli". È per questo motivo che decise di imbarcarsi sul bastimento e partire per quella terra sognata da molti.

    Il lavoro e la vita andavano bene, così, quasi sei anni dopo, nel novembre del 1956, partirono per San Francisco anche la moglie e le due figlie: Pia aveva 15 anni e sua sorella Liliana 17. Una nuova emozionante avventura, che hanno brillantemente superato, era lì ad aspettarle. Si laurearono entrambe e Pia venne poi assunta nella "Bank of America" come Assistente Manager, anche se qualche anno dopo si licenziò per aprire, assieme alla sorella, un negozio di Made in Italy: "Gifts Europa". Proponevano principalmente oggetti di prestigio dell'artigianato italiano: maioliche di Faenza, porcellane Richard-Ginori, vetri di Murano e ceramiche di Capodimonte e Siciliane. Introdussero a San Francisco anche la "moda" delle bomboniere "all'italiana" per matrimoni, ricorrenze e meeting: "Fu un vero successo".

    Nel 1971, il papà e la mamma tornarono a Bedonia per godersi la pensione nel loro paese, dove nel frattempo si fecero costruire quella casa tanto sognata. Le sorelle Bonardi, ormai sposate e con dei figli, scelsero di rimanere in California, ormai la loro vita era designata dall'altra parte del mondo.

    Ora non mi resta che aspettare che Pia ritorni a Bedonia per una vacanza e poterla invitare a cena. Sarà un'occasione per conoscerla di persona e parlarle di una mia percezione: "Pia, ho come l'impressione che tu sapessi già che quella fotografia avrebbe raggiunto il tuo papà... lo sostengono gli occhi, uno sguardo impossibile da nascondere, capace di oltrepassare anche l'Oceano".