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  • Toccatemi tutto ma non 'Il nome della Rosa'

    Tremo. Lo faccio in anticipo. L’aspettativa è troppo alta per non farlo. Ho troppa paura di veder schiantarsi sul piccolo schermo uno dei miei film preferiti. Mi verrebbe da dire: "Toccatemi tutto, ma non Il nome della Rosa”. Ebbene sì, lunedì 4 marzo, dopo ben trentatré anni, sarà trasmesso il primo adattamento televisivo tratto dal bestseller di Umberto Eco. Mai nessuno prima d’ora aveva osato farlo.
    L’apprensione è tanta perché di questo film, pur rientrando nei primi dieci, ma non è il primo in classifica, conosco ogni fotogramma e ogni battuta, compresi gli extra presenti nel DVD con i particolari delle riprese, le vicissitudini e l’intervista al regista, così come la storia narrata, letta due volte sul libro, prefazione, post fazione e postille incluse. Capito il motivo dei miei timori?

    Siccome nel 2007 ho già visto annientare cinematograficamente il mio libro dei libri “L’amore ai tempi del colera”, non vorrei assistere alla seconda débâcle.
    Magari ne uscirà anche un capolavoro, ma non credo proprio, visto che la caparbietà e la scrupolosità che ebbe Jean-Jacques Annaud non ha eguali. E poi, nessuno mi toglierà dalla testa, ci scommetto, i volti, le espressioni, i rumori di fondo, i dialoghi e la musica del primo lungometraggio. Come si può immaginare di uguagliare lo sguardo, tanto acuto quanto scaltro, di Sean Connery in Guglielmo da Baskerville? Potranno mai essere paragonati o anche per qualche secondo ignorati, l’innocenza del novizio Adso Da Melk, le sembianze di Bernardo Gui della Santa Inquisizione o l’aspetto dell’indemoniato Salvatore?

    Ancora oggi, dopo trentatré anni, ascoltare nella scena finale la meravigliosa voce fuori campo del canuto Adso, a bordo del suo mulo in quel paesaggio silente e imbiancato, mi appassiona, facendomi accapponare la pelle ogni volta: “…ma, ora che sono molto, molto vecchio, mi rendo conto che di tutti i volti che dal passato mi tornano alla mente, più chiaro di tutti vedo quello della fanciulla che ha visitato tante volte i miei sogni di adulto e di vegliardo. Eppure, dell'unico amore terreno della mia vita non avevo saputo, nè seppi mai, il nome”.

    Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

11 Commenti

  • Archaeopteryx

    04/03/2019

    Niente paura, non guardarlo come farò io e se proprio non resisti, accendi il DVD e guardati il vero film ed ancor meglio riprendi in mano il libro e rileggilo, io lo sto facendo.
    Quale miglior film, se non quello della nostra immaginazione...
    Buona giornata. Archaeopteryx

    P.S. "la rosa originale esiste solo nel nome, noi mortali possediamo soltanto semplici nomi"

  • Lilla

    04/03/2019

    Io ve lo dico e lo prometto: il primo che vedo a leggere un rotolo di pergamena (DI PERGAMENA!!!! MANNAGGIALAMISERIA!!!!) per verticale..... VI BLASTO!!!! Vi scateno contro tutti gli studenti di Scienze Archivistiche e Biblioteconomiche, i medievalisti e, molto probabilmente, pure i professori

  • Archaeopteryx

    04/03/2019

    MAMMA MIA CHE IMPETO, SII PIU' CHIARA E AFFABILE.
    LA PERGAMENA
    SIN DAI TEMPI PIU' ANTICHI SI SONO USATI IL CUOIO E LA PELLE DEGLI ANIMALI COME SUPPORTO SCRITTORIO, MA SOLAMENTE VERSO IL III SECOLO a.C. SI INIZIO' UN NUOVO PROCEDIMENTO PER TRATTARE LA PELLE DI ANIMALI, AFFINCHE' FOSSE PIU' MORBIDA E AGEVOLASSE LA SCRITTURA.
    QUESTA NUOVA TECNICA FU ADOPERATA A PERGAMO E, CERTAMENTE, E' DA QUI CHE PRENDE IL NOME QUESTO MATERIALE SCRITTORIO: PERGAMINEUM PRESSO I ROMANI, MA ANCHE MEMBRANA O PIU' IMPROPRIAMENTE CHARTA (CHE ANTICAMENTE VOLEVA DIRE "FOGLIO DI PAPIRO"), FINO A DIVENTARE PERGAMENA.
    LA PERGAMENA, DUNQUE, E' UN FOGLIO, ANZI UNO STRATO SOTTILE DI PELLE DI ANIMALI, BEN TRATTATA, AFFINCHE' I FOGLI SIANO RESI PIU' LISCI E AIUTINO NELLA SCRITTURA L'AMANUENSE.
    LA PELLE SI PRENDEVA DA DIVERSI TIPI DI ANIMALI; SOLITAMENTE DALLE PECORE, DAI VITELLI, DALLE CAPRE E DAI MONTONI E, FORSE, IN EGITTO, ANCHE DALLE ANTILOPI E DALLE GAZZELLE.
    LA PERGAMENA FABBRICATA IN ITALIA ERA DI BUONA FATTURA, BIANCA E SOTTILE, A DIFFERENZA DI QUELLA FRANCESE, SPESSA E SCURA.
    DALLA PELLE DI AGNELLINI NON NATI O APPENA NATI SI OTTENEVA UN FOGLIO FINISSIMO E BIANCHISSIMO, DETTO CHARTA VIRGINEA.
    IN UN CODICE DELL' VIII SECOLO DELLA BIBLIOTECA CAPITOLARE DI LUCCA SI TROVA UNA RICETTA PER LA PREPARAZIONE DELLA PERGAMENA:
    LA PERGAMENA VENIVA IMMERSA PER QUALCHE GIORNO NELLA CALCE, POI, MENTRE ERA ANCORA MOLLE, SI RASCHIAVA SU AMBO LE PARTI PER TOGLIERE GRASSO E MACCHIE; INFINE ERA LEVIGATA CON PIETRA POMICE E TAGLIATA NELLA GRANDEZZA DESIDERATA.
    LA PERGAMENA FU MOLTO USATA PER I MANOSCRITTI, DAL IV AL XIII SECOLO, FINO A QUANDO SUBENTRO' L'USO DELLA CARTA DI STRACCI.
    IN ITALIA DURO' PIU' A LUNGO, SOPRATTUTTO A BOLOGNA E PER I LIBRI GIURIDICI, PERCHE' UNA DISPOSIZIONE VIETAVA DI SCRIVERE GLI ATTI NOTARILI SU CARTA DI STRACCI.
    LA PERGAMENA USATA PER I CODICI ERA MOLTO LEVIGATA ED ERA ADOPERATA SUL RECTO E SUL VERSO, QUELLA DEI DOCUMENTI ERA USATA SOLO SUL DIRITTO, PERCHE' ERA LEVIGATA SOLO DA UNA PARTE.
    NEL MEDIOEVO SI USO' RIADOPERARE FOGLI DI PERGAMENA GIA' SCRITTI, IMMERGENDOLI NEL LATTE E STROFINANDILI CON PIETRA POMICE.
    ESSI SONO DETTI PALINSESTI O CODICES RESCRIPTI.
    TRA IL XVIII E IL XIX SEC. QUESTI CODICI FURONO STUDIATI E FURONO SCOPERTE OPERE IMPORTANTI. COLUI CHE SCOPRI' IL MAGGIOR NUMERO DI PALINSESTI FU ANGELO MAI, ALLORA PREFETTO DELLA BIBLIOTECA AMBROSIANA DI MILANO, CHE EBBE LA FORTUNA DI TROVARE IL "DE REPUBBLICA", L'OPERA DI CICERONE, SCRITTA NEL IV SECOLO.

  • Lilla

    04/03/2019

    Nessun impeto, semmai tu con questo nome enigmatico. Sei per caso un amanuense?
    Il mio fervore ricade dentro all'amore che ho per la ricerca storica del Prof. Eco ( mio docente UNIBO ) e per la salvaguardia che ha avuto il Maestro Annuad riguardo al testo e alla storia impremissa su pellicola.
    Ma se questa sera non andrà come sperato abbiamo la soluzione a portata di mano, rilegge il libro e dimenticare la Rai e Battiato ( Giacomo )

  • Esvaso.it - Gigi

    04/03/2019

    Meglio di come immaginavo. È già qualcosa di buono. È troppo difficile, forse inevitabile, non affidarsi a paragoni con il film di Annaud, ma anche rischioso non farlo. Bravi gli attori, molto somiglianti agli originali, belli i costumi e una sceneggiatura attenta, ma non perfetta… se i flaconi sono davvero in vetro soffiato, la neve d’estate però non c’è e quel bianco spruzzato sui muri non si può guardare, infatti l’ambiente circostante è caldo e l’alito delle persone non “fuma”. Certamente piccoli particolari, ma che il primo regista non aveva sottovalutato. Per tirare le somme è presto, avere a disposizione 400 minuti anziché 120 è già un vantaggio, ma aspettiamo di vedere le altre puntate: “Quella torre contiene qualcos’altro, oltre l’aria”.

  • Archaeopteryx

    05/03/2019

    Pregissima e fortunata Lilla, hai attinto alla fonte della sapienza del Prof. Eco (un poco ti invidio) ma è invidia buona, dettata dal rispetto verso un Grande (Semiologo, Filosofo, Scrittore, nonchè Traduttore) ed anche verso di te. Leggendo la critica sulla serie di cui si discute sulla STAMPA di oggi, non faccio altro che ribadire ciò che ho scritto ieri e darti ragione.
    Buona giornata
    Archaeopteryx

    P.S. Mamma RAI a volte "cicca", ma riesce anche a fare cose egrege.
    Accipicchia quell'inciampo sul Maestro Annaud :-)
    Bye

  • Claudio Agazzi

    05/03/2019

    Ciao

    Io ho visto solo una decina di minuti ma sono bastati per vedere la neve finta. Mi spiace non si può vedere come non mi è piaciuta la tecnica di ripresa. Gusto personale per carità ma oggi ci sono tecniche che ti fanno sembrare parte della scena.

    Sul resto non so. Non ho visto abbastanza.

  • Anna

    07/03/2019

    Al tempo del Liceo vidi il film e me ne innamorai, così decisi di prendere in mano il libro e lo amai ancora di più, non so cosa aspettarmi da una serie...non so se la guarderò (forse la curiosità vincerà qualche volta!) ma confesso che la bambina che è in me non ha avuto ancora il coraggio di vedere Mary Poppins in versione moderna e super digitalizzata...

  • Database

    08/03/2019

    Lunedì sera scorso ci hanno provato di nuovo. E la rete - sinonimo di opinione pubblica - è divisa: parte dei commentatori sciorinano le cifre. Il 27.5% con punte del 30%: quasi 8 milioni di spettatori. Un successone! Prevedibile: prendete un bestseller di tutti i tempi, che ha per di più avuto una gloriosa trasposizione sul grande schermo, aggiungete un budget sontuoso di 26 milioni di euro, con coproduzione internazionale e cast mica male. Sbattetelo in prima serata sul primo canale nazionale nella giornata - il lunedì - in cui mediamente gli italiani stanno a casa. Potreste fallire, ma è dura.
    Eppure parte dei commentatori lo dicono: Il nome della rosa in versione serie tv fa abbastanza schifo. E io sono d’accordo.
    Ma non ho interesse a confrontare la serie con il libro, né tanto meno a confrontarla con il film. Nè discutere se Turturro possa essere all’altezza di Connery. Non mi attira nemmeno qui il discorso storico, i paragoni possibili con l’attualità (c’è chi filosofeggiando ci prova). E se devo circoscrivere il motivi di quella che mi sembra una disfatta faccio anche un po’ fatica. Didascalica, noiosa, a tratti ridicola, scopiazzata: sono gli aggettivi che mi vengono in mente per una produzione che guarda oltreoceano (è già venduta in 130 Paesi, sarà trasmessa nel Regno Unito dalla BBC e in negli USA da Sundance Tv) e che insegue tutti gli stilemi della servilità americana.
    L’avessero affidata a Matteo Garrone, magari, ne sarebbe venuto qualcosa di buono. Lui che - innamorato del Trono di Spade - ha poi girato il Racconto dei racconti pensando anche alla possibilità di farne una serie. Ma che mai e poi mai si è sognato di trasporre l’epica ridondante e fantasy della super serie americana, ispirandosi invece alle italiche tradizioni e a Calvino. E rispettando la luce della nostre fiabe e delle nostre terre.
    Invece no: come già fu per I Medici, come secondo me è stato anche in parte con L’amica geniale, quando in Italia si prova a fare una serie si cade nel cliche. Mi tengo Suburra piuttosto, grazie, che almeno “copia bene”. O The Young Pope, con tutte le sue difficoltà, che invece cerca di parlare un suo linguaggio e ci riesce a tratti.
    Poi hanno ragione i detrattori, quelli che non hanno mai visto una Serie vera e con la maiuscola: hanno ragione a chiamarle sceneggiati televisivi, o addirittura telefilm. Anche se ci sono 26 milioni di euro, le movenze sono quelle.
    Sto guardando in questi giorni un prodotto abbastanza anomalo: è una serie israeliana, girata nel mondo della comunità Haredi, gli ebrei ultra-ortodossi. Si chiama Shtisel: è una storia piccola, domestica, sorprendente nella sua semplicità. La trovate su Netflix e guardandola potreste ammirarne la freschezza, gli sprazzi di poesia, i piccoli sipari metafisici che si infilano nella normalità di un quartiere povero di Gerusalemme, il vissuto degli individui a volte schiacciati dalle regole che abbracciano, a volte nobilitati dalle loro scelte, la descrizione di una condizione femminile opprimente, come in ogni comunità così legata alla tradizione.
    Ovvio, non c’entra niente con il polpettone storico-thrilling, ma dimostra come si possa pensare alla serialità senza guardare necessariamente a ciò che hanno fatto gli altri e provando a usare la dimensione dilatata del racconto per fare comunque cinema autentico. Lunedì prossimo state certi che saprò cosa guardare. E la mia scommessa è che gli ascolti “sontuosi” del Nome della Rosa televisivo caleranno. Che dite?

    Database - FilmTV.it

  • Graziella

    08/03/2019

    Ho visto ....almeno ho tentato di vederlo.. il nome della rosa trent'anni fa.. ma dopo mezz'ora sono uscita dalla sala cinematografica con una grande nausea e senso di irritazione profonda... volevo andare alla cassa della sala e farmi dare indietro i soldi ...un film così orribile e inguardabile non l'avevo mai visto. Premetto che non apprezzo assolutamente Umberto Eco e le sue ''filosofie da quattro soldi'' anche se era di Bologna... non lo reggevo proprio... a Bologna dicono che era un chierichietto che si è venduto ai comunisti... Mamma RAI poteva utilizzare i soldi diversamente, invece di sottoporci a questa... mattonata.. per non dire peggio...
    Per fortuna che c'e il telecomando e si puo' cambiare canale.
    Questa volta caro Gigi non sono proprio d'accordo con te.

  • Lilla

    25/03/2019

    Recensione de il "Fatto" in cui mi rispecchio su taluni passaggi. Ho pensato a questo post in modo da concludere in "bellezza" la nostra profiqua discussione storico/artistica/cinematografica.

    “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, direbbe il Guglielmo da Baskerville nato dalla penna di Umberto Eco, di fronte agli errori storico-artistici disseminati nella fiction “Il nome della Rosa” in onda su Rai Uno. A trovarli, in una caccia al tesoro tra statue e affreschi, sono stati gli studenti del corso di Storia della critica d’arte tenuto dalla professoressa Alessandra Galizzi Kroegel nell’ambito del corso di laurea in Beni culturali dell’Università di Trento, che nel loro blog riportano gli strafalcioni puntata per puntata.

    Se il buongiorno si vede dal mattino, nella scena della prima puntata ambientata nella stanza dell’abate appare una statua raffigurante la Madonna stranamente priva di basamento, con parti rifatte con un legno diverso forse per effetto di un restauro, e caratterizzata da una posa serpentinata che non è tipica del Trecento ma che appare solo dal Cinquecento in poi. Nella seconda puntata, quando Guglielmo da Baskerville va dal mastro vetraio per farsi fare un nuovo paio di occhiali, il novizio Adso adocchia il disegno preparatorio per alcune vetrate, dove si notano due angeli: uno risale ai primi del Quattrocento mentre l’altro alla fine dell’Ottocento. Si passa così alla terza puntata, dove Adso si imbatte in due miniature che raffigurano una donna e un uomo frutto dell’immaginazione di un disegnatore moderno.

    Effetto “minestrone” invece per la facciata dell’abbazia della quarta puntata, che al centro presenta una statua in una posizione insolita per l’epoca, oltre che una una sirena a doppia coda nella lunetta sopra la porta che è fuori contesto in quanto simbolo di peccato o fertilità: simili sirene si possono trovare nelle chiese romaniche, ma sui capitelli. E ancora, nella quinta puntata, compare un ciclo di affreschi sulla Maddalena, soggetto inusuale per una sala capitolare dove si tiene una disputa teologica, mentre nella sesta puntata pullula di errori anche la sala del refettorio. “Umberto Eco si rivolterebbe nella tomba a vedere che nella sua storia ambientata nel 1327 appaiono vetrate ottocentesche prese da chiese americane”, commenta Alessandra Galizzi Kroegel. “La fiction è interessante e ben fatta, ma fin dai titoli di testa si capisce che il libro è stato preso con lo stesso atteggiamento con cui si affronta un fantasy come “‘Il trono di spade“: “Il nome della rosa però è un romanzo storico scritto da un medievalista molto rigoroso, e per questo le scelte del contorno storico artistico non si possono inventare”.

 

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