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  • Lino, la leva calcistica del ‘68

    È domenica pomeriggio e piove. Avrei dovuto mettermi qui a scrivere della mia recente scelta, invece devo cambiare discorso. Il pensiero di oggi è per Lino Barozzi, anzi per Amilcare Barozzi. Sabato mattino, ero casualmente con Daniele, il suo giovane affezionato “scudiero”, quando gli è giunta la telefonata da Parma: “Lino, non ce l’ha fatta a tornare a Bedonia”. Ci siamo guardati, entrambi, in silenzio, senza considerare realmente l’accaduto.

    Ora sto pensando che solo domenica scorsa mi ha chiamato per darmi delle informazioni che gli avevo chiesto il giorno prima, sto scrivendo un articolo dedicato ai sarti bedoniesi e lui e la sua famiglia erano tra questi. Dopodiché mi chiese notizie sull’attuale sfida elettorale e la data di pubblicazione delle recenti foto che mi aveva affidato, tutte riguardanti la sua più grande passione, il calcio. In quell’occasione di “consegna” avevamo parlato a lungo, di giovani squadre e vecchie fotografie.

    Avevo già scritto di lui, delle sue diverse passioni, esattamente quattro anni fa (vedi articolo), ora però vorrei portare a termine l’incombenza che mi affidò in quella giornata, quella di parlare del calcio bedoniese, in quello stesso giorno gli scattai anche la foto di copertina… guardatela, Lino c’è "dentro" tutto: una frase che fece plastificare per metterla come “benvenuto” a chi andava a trovarlo, lo specchio per riflettersi mentre la si leggeva e ovviamente lui, con quegli occhiali “cinematografici” alla Wim Wenders, altra sua grande passione.
     
    Che il calcio sia stato la sua grande passione è inutile ripeterlo, tutti lo sappiamo, quello che invece può sorprendere è che Lino in una vera e propria squadra non ci è mai entrato: “A giocare sono sempre stato un brocco”. Terzino destro, ma a quel tempo aveva dodici anni ed era la squadra parrocchiale, quella allenata dal Curato, il leggendario Don Giuseppe Ferrari.
    Lino cresce, la passione con lui, entra così nella squadra giovanile e ci tiene a ripetermelo: “La migliore, la più forte di tutti i tempi, tante vittorie e poche sconfitte, a Fidenza ci temevano come il fuoco”. Era il 1968, tempi in cui si giocava per il solo piacere di farlo, senza dover dimostrare nulla a nessuno, proprio come canta De Gregori: “Con le scarpette di gomma dura e il cuore pieno di paura”.
    In quello stesso anno decide di prendere un’altra strada, smettere di tirare calci a un pallone, per dedicarsi a “tirar su” giovani promesse. Una passione che lo accompagnerà per trentadue anni e il campo rimarrà sempre lo stesso, il “Breia”, ed è proprio lì che nel 2000, per mano degli ultimi ragazzini allenati, gli verrà consegnata la targa ricordo… quella che ho visto in bella mostra sul mobile della cucina, tra la cornice della zia Elsa e il poster della Fiorentina.

2 Commenti

  • Claudio Agazzi

    19/05/2019

    Ciao Gigi

    hai fatto bene a scrivere questo ricordo.

    Per chi come me ha vissuto gli anni più belli dell'umanità, gli anni 70 e 80, da ragazzo, Lino è uno dei tanti ricordi belli di quel periodo.

    "Delmooooo zoga, ne sta varda gli aerei". Adelmo giocava con me nei pulcini, eravamo a Parma e Adelmo, buon montanaro come me si era incantato a guardare un aereo turistico a bassa quota, cose da città... E Lino dalla panchina non ci mise molto a farsi sentire :).

    Tutti schiacciati sulla sua fiat 500. Eravamo sulla via Emilia, da Pontetaro a Parma. Lui si mette a sorpassare una macchia, solo che dall'altra parte ne arrivava un'altra e noi "garbatamente" glielo abbiamo fatto notare..."Nu sei miga? Chi se surpassa anche cusì, semma in città"... Lui aveva un passato da pendolare Parmigiano, mica era un caprone come noi :)

    Con Marco Biasotti, e con Lino. Lui ci ha insegnato a stampare con l'ingranditore in bianco e nero. Da un baule in casa sua tirò fuori tutto l'occorrente. Poi nella cantina di Marco, perché era buia :). Ma come mai le foto non si sviluppavano bene? Beh Lino si dimenticò di dirci che la carta fotografica sensibile l'aveva lì da almeno vent'anni.

    Sono alcuni dei ricordi di Lino Barozzi.

    Io mi sono divertito. Grazie Lino.

    Claudio Agazzi

  • Andrea Serpagli

    21/05/2019

    “A volte mi sento come Dustin Hoffman, nel “Laureato”, quando si butta dentro la piscina”. Questa lapidaria frase di Lino, buttata lì, nel suo stile, durante un giro in montagna di tantissimi anni fa, rivelava tutto di lui: da un lato la sua grandissima sensibilità e passione per il cinema –che mi ha peraltro trasmesso, assieme ad Arturo Curà, e dall’altro tutta la sua inadeguatezza verso questo mondo. Inadeguatezza che poi, col tempo, lo ha portato ad isolarsi sempre più in quel di Momarola, come se anche un buco di posto come Bedonia fosse già troppo per lui. Caro Lino, anche tu te ne sei andato, portando con te un po’ di quella vecchia Bedonia che sempre più si fatica a riconoscere in quanto ed in chi è rimasto. Rimangono i tanti ricordi dei momenti “leggeri” passati assieme, giù al Taro (alla “chiusa”, intendo), in giro per i monti a cercar funghi, a ridere dei film di Woody Allen “dau Geniu”, in giro in bicicletta -quando ancora ci andavi, prima di impigrirti e di condannarti ad una “pancia” che non ti donava affatto, a discutere delle follie della politica nostrana. Mi consola solo il sapere che anche “lassù” riuscirai a farli divertire tutti quanti con i tuoi ragionamenti “al limite”, le tue prese di posizione originali, le tue battute “tranchantes”. E quando, infatti, anche in Paradiso, dove il cancello di ingresso non fa che cigolare, gli ricapita un originale come te? Ti mando un forte abbraccio Lino. Che la terra ti sia lieve e perdonami se il destino mi ha portato lontano dalla Pieve per le tue esequie.

 

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