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  • Tutto il mondo è paese

    Ci sono passato davanti diverse volte ed è difficile immaginare che ai bordi di questa “città”, fatta di tubi in ferro e ciminiere fumose, possa esistere altro, invece da una parte c’è il paese con i suoi abitanti e dall’altra il blu del Mediterraneo. Lo stesso mare e la stessa terra, per un tratto di costa siracusana di una ventina di chilometri (tra Augusta, Priolo e Melilli), che aveva visto navigare e poi insediare i greci.

    Vederla di notte, con quelle migliaia di luci giallognole, sembra ancora più estesa, è lei, la città del compromesso, l’accordo dei due mondi, quello delle istituzioni e dei privati. L’immagine vincente di quella scommessa, legata al futuro di quella zona considerata “depressa” e perciò desiderosa di riscatto, è stata semplice come il gioco di parole: “Tu dai una cosa a me e io do una cosa a te”, ovvero “Io offro tanto lavoro e tu permettimi di produrre al minor costo, quindi senza richiedere compensazioni al territorio o l’utilizzo delle ‘migliori tecniche disponibili’ per abbattere l’inquinamento”. Il vantaggio per entrambe le parti è evidente e a costo zero, anzi tra loro vige anche una regola non scritta: “Più mi permetti di produrre/inquinare e più assumo”.

    Da una parte l’industria privata sceglie così di investire e dall’altra le istituzioni pubbliche sostengono le richieste. In mezzo c’è la forza lavoro, i dipendenti, le loro famiglie, le sorti di un paese. Il “sistema” gira senza intoppi, così le assunzioni all’industria vengono “suggerite” dalla politica e il sostegno elettorale che ne deriva è garantito a vita.
    Questi “aiuti”, come li chiamano loro, non sono altro che compromessi alle spalle di chi invece avrebbe voluto un’altra scelta, quella più logica, quella che già c’era: lo sfruttamento oculato del territorio.

    Negli anni ’50, prima che arrivassero i “milanesi” (Moratti, Montedison e Agip), questo tratto di costa era famoso per la coltivazione di verdura e frutta che veniva esportata in mezza Europa, ma soprattutto per la presenza della necropoli di Thapsos e i resti della città greca di Megara Hyblaea, oggi i due siti archeologici (sorti tra il XV e il IX secolo a. C.) sono in pratica circondati e inglobati dalle industrie petrolifere.

    A raccontarmi quanto accaduto è Lucia, nata nel 1935 e quindi testimone di settant’anni di nefandezze, poiché lei, assieme a molti altri operatori turistici del siracusano, è consapevolmente amareggiata delle decisioni politiche che si sono succedute nei decenni, quelle di barattare il destino di molti, malattie e morti inclusi, per gli interessi di pochi.

    Ora termino con la stessa risposta che ho dato alla signora Lucia dopo averla ascoltata attentamente: “La capisco perché nella sua testimonianza ho trovato delle analogie a me famigliari, non so se la può consolare, però mi creda… tutto il mondo è paese”.

15 Commenti

  • Italo Vignali

    27/06/2019

    Bel pezzo Gigi!

    È una analogia identica, anche se molto più estesa nella quantità!

    Grazie!

  • Barbara Cavalli

    27/06/2019

    Tutto il mondo sarà sempre paese finché gli interessi di pochi non diventeranno gli interessi di tutti. Ma questa è utopia, siamo nel mondo delle fiabe, e allora andiamo avanti così. Lottare non serve a nulla, bisogna solo sperare e avere un pizzico di fortuna...

  • Antonio

    27/06/2019

    "È nelle mani dei magistrati di Siracusa la superperizia che potrebbe portare a risultati epocali nel rapporto fra inquinamento e malattie nell’area industriale Priolo-Augusta-Melilli-Siracusa. Fino a individuare profili di responsabilità.
    Un lavoro complesso, che ha richiesto quattro anni per essere depositato, sopravvissuto alle vicissitudini della Procura (trasferimenti e cambi al vertice) e a un iter procedurale complesso che ha reso necessarie diverse richieste di proroga nel deposito della relazione da parte del collegio di consulenti. «I tempi necessari a una indagine così complicata», aveva chiosato qualche mese fa il procuratore Fabio Scavone. "

    https://www.lasicilia.it/news/cronaca/257247/inquinamento-e-malattie-nel-triangolo-priolo-melilli-augusta-la-superperizia-sul-tavolo-dei-pm.html

  • Mauro Delgrosso

    27/06/2019

    Purtroppo, e penso in modo alla fine voluto, in Italia manca un movimento di coscienza critica di orientamento "ambientalista" e di priorità nella salvaguardia della salute pubblica. In Italia i "verdi" sono sempre stati "rossi", o almeno fatti passare per tali, in modo da metterli sempre in un angolo.
    Così i moderati, le classi medie, le determinanti minoranze silenziose, non li hanno mai presi in considerazione. Anche per giustificati timori di estremismo. C'è poi gente che ha fatto carriera come ambientalista militante e poi è passata a dirigere multinazionali energetiche, super inquinanti, oppure vive di transumanza politica. Ne basta uno, di questi fenomeni, per distruggere tutto.
    Detto questo, la vedo dura: tutti fanno il loro "sporco" lavoro in modo alla fine coerente, sentendosi in pace con la loro coscienza: le imprese multinazionali puntano al profitto finanziario in tempi brevi, i politici al consenso facile, i sindacati ai posti di lavoro senza troppi problemi; i preti, alla fine, vanno con chi comanda di più, dimenticando i precetti della nostra religione; e così ci rimettiamo sempre tutti.
    Senza voler pensare all'ambiente come valore, dovremmo almeno avere l'intelligenza di pensare alla nostra salute; le malattie invalidanti, quelle mortali, come la SLA, i tumori, le leucemie, le malattie dei polmoni, alla fine sono sempre "democratiche", colpiscono tutti, in modo statistico. Anche se sei un amministratore pubblico, un dirigente d'azienda o un poveraccio.

  • Remo Ponzini

    27/06/2019

    E' l'eterno conflitto che genera preoccupazioni ed angosce in tutto il mondo; specialmente in quello occidentale. In un piatto della bilancia c'è la necessità di dare un lavoro alle famiglie e nell'altro il diritto sacrosanto di vivere in un ambiente salubre. E' un dilemma che, senza andare tanto lontano, colpisce anche le nostre valli (Borgotaro in primis) .

    Ovviamente ciò crea disordine con discussioni senza fine, Inoltre, in questo marasma, assistiamo al decadimento delle istituzioni sociali e politiche. Nascono gli schieramenti dei "pro" e dei "contro" senza che si giunga alla risoluzione dei problemi. Non è facile ma, invece di trovare convergenze ragionevoli, si inaspriscono sempre più gli animi. Tutto procede all'insegna del motto latino "do ut des" che viene alimentato sopratutto dalla politica.

    L'unica prospettiva che riesco ad intravvedere non può che basarsi sulla ricerca universitaria, da sostenere e finanziare, con unità di intenti, da tutti i partiti politici. Comunque è delittuoso permettere alle aziende di "risparmiare" sui costi di decontaminazione. Non esistono soluzioni totali ma ci sono prodotti e filtri che possono ridurre i veleni emessi nell'aria e nel suolo,

  • Daniele Uboldi

    27/06/2019

    Faccio davvero fatica, come tutti voi, immagino, a stare seduto davanti al PC con queste temperature. A memoria mia, da quando ho acquistato la casa che abito, non mi è mai capitato di avere in casa 30 gradi; avendo conto che tutta la casa è stata isolata termicamente.
    Questo è uno dei prezzi che dobbiamo pagare ai cambiamenti climatici. Io sono tra quelli che non rinuncia all'idea che dobbiamo batterci contro tutti coloro che attentano all'ambiente in cui viviamo e alla salute delle persone.
    Quanto Gigi ha riportato, del racconto della signora siciliana è uno dei tanti scempi criminali che sono stati compiuti in ossequio al profitto.
    La realtà supera di gran lunga l'immaginazione e il danno ambientale compiuto nei luoghi in cui sono stati insediati gli impianti di raffinazione degli idrocarburi è inestimabile e lascerà il segno, anche se ora alcuni sono stati dismessi, molto a lungo e per parecchie generazioni.

    Al tempo del Regno delle Due Sicilie, il Regno dei Borboni aveva un PIL quasi doppio di quello del Lombardo-Veneto e del Regno di Piemonte e Sardegna. La flotta marittima mercantile era la seconda in Europa, dopo quella inglese. Olio, agrumi, vino e perfino il legname erano oggetto di floridi scambi con tutto il continente europeo e perfino con la Russia.

    Poi arrivarono i piemontesi e la classe dirigente nordista decise che l'Italia era un paese troppo rurale e troppo indietro rispetto al resto d'Europa. Cosa anche vera, perchè, a partire da fine Settecento l'Italia perdette la leadership economica e non fu piu'il punto di riferimento dei paesi del Nord Europa. L'Olanda, per esempio, che a inizi Settecento aveva un PIL molto meno della metà di quello degli stati italiani, a metà Ottocento lo aveva doppio, grazie allo sviluppo delle attività commerciali nell'Atlantico; idem l'Inghilterra, con la Compagnia delle Indie.
    Ma la risposta non poteva e non doveva essere quella di uccidere la vocazionalità e abbandonare il SUD al declino.
    Si noti che, al momento dell'Unificazione, l'oro dei Borboni costituì piu' del 70% del fondo di dotazione della nascente Banca d'Italia e che i Piemontesi non misero un soldo, indebitati com'erano, dopo la Guerra di Crimea.
    Fatto sta che, con una logica terzomondista, il SUD, anzichè continuare ad essere il giardino d'Europa che tutti ci invidiavano divenne la pattumiera nella quale alloggiare tutte le attività nocive e indesiderate.
    Con la scusa di qualche manciata di posti di lavoro sorsero cattedrali nel deserto, i cui lasciti sono noti.

    C'è una morale in tutto questo? Certo che c'è. Lo sviluppo non può e non deve essere contro l'ambiente e contro l'umanità.
    I posti di lavoro si possono creare anche assecondando ciò che i territori sanno fare bene. L'economia del Meridione ante Unità sta a dimostrarlo; come, del resto, è certificato, oltre che dagli storici, anche da studi autorevolissimi, come quelli di Stefano Fenoaltea per la Banca d'Italia.

    Sono possibili parallelismi? io credo di si. Gli attentati all'ambiente sono ubiquitari e, anche al nord, anche molto, molto vicino a noi, gli attentati all'ambiente e alla salute si moltiplicano. L'unico antidoto è la vigilanza attiva dei cittadini, l'accrescimento della coscienza ecologica e la consapevolezza collettiva che non è vero che "questo o quello per me pari sono". E' tempo di cambiare e voltare pagina. Ce lo dice anche una ragazzina di sedici anni!

    L'impegno di Legambiente, il cui Circolo Alta Valtaro mi ha fatto l'onore di eleggermi presidente, sarà totale e a 360 gradi. Saremo vigili e molto propositivi, per contribuire a dare un nuovo corso anche all'economia locale, in senso "green".

  • Luciano/il milanese

    27/06/2019

    Caro Gigi, spiace rilevare che il tuo ultimo articolo contiene un inopportuno e inutile riferimento vagamente razzista: "i milanesi" arrivati in Sicilia negli anni '50 per combinare malefatte. Era meglio evitarlo.
    Ancora una volta bisogna ripetere un assioma che - credo -sia ormai accettato: ogni evento va visto nel suo contesto storico, non è traslabile - sic et simpliciter - nel momento attuale. Allora non c'era ancora una così forte coscienza ecologica né la percezione dei danni che avrebbe potuto provocare; questi ultimi erano giudicati inferiori al benessere che portava l'industria e che contribuiva a ridurre la miseria degli italiani negli anni 50 in Sicilia e in tutta l'Italia.
    Andiamo con ordine: Montedison e AGIP sono ora multinazionali e se, andando a ritroso di quasi un secolo, si rileva una origine di imprenditoria milanese, - oltre a non meravigliarmi - deve essere motivo di orgoglio e non di disprezzo. Ma c'è di più la paternità di Agip (gruppo ENI) è da far
    risalire all'indimenticabile Ing. Mattei che notoriamente era marchigiano.
    Ti rendi conto di cosa è stata ENI per l'Italia ! Ti sei dimenticato dei tanti bedoniesi che nel dopoguerra venivano a lavorare a S.Donato trovando buoni salari, aiuti sociali e vita dignitosa ! Per quanto riguarda Moratti forse non sai che la famiglia è tra le più impegnate nel sociale con ingenti donazioni e con un impegno personale anche nelle occupazioni più umili e non mi dilungo oltre poiché in questa sede non è il caso21 (N.B. fonti certe).
    Ti posso assicurare che la borghesia imprenditoriale lombarda illuminata e altruista esiste ancora, non si è estinta con al morte dei progenitori Crespi, Motta, Mondadori ecc. per citare i primi nomi che mi vengono in mente. Io lavoro in questa realtà, so quello che dico.
    In quanto all'export di frutta e verdura in tutta Europa in quegli anni è tutto da verificare; con grande rispetto per i coltivatori dell'epoca penso che non avranno avuto neanche il carretto per portare i prodotti nel paese vicino.

  • Daniele Uboldi

    27/06/2019

    Mi permetto di dissentire dalle osservazioni del signor Luciano il milanese.
    Non c'è razzismo nel ricordare il ruolo dell'imprenditoria lombarda al Sud. Gli imprenditori, di tutte le latitudini geografiche, vanno dove possono conseguire un utile d'impresa e questo è del tutto legittimo.
    Lo è meno il fatto che la legislazione italiana, prima di leggi progressiste di tutela dell'ambiente e della salute umana, come il d.lgs. 155/06, facevano un pò quello che volevano e i controlli erano assai limitati e circoscritti a pochi requisiti.
    E' stato solo dopo la tragedia di Seveso che il Legislatore ha inasprito le norme per l'implementazione di attività industriali a impattanti.

    Nelle more di un quadro normativo che disciplinasse le attività particolarmente nocive, queste sono state dislocate soprattutto al SUD; così come, in seno alle metropoli, servizi e disamenities gravano principalmente sulle periferie. Avete mai visto un centro storico con deturpanti casermoni chiamati "case popolari"? No di certo: l'indesiderato è sempre ai margini; soprattutto dove è piu' attecchibile il ricatto/baratto salute/posti di lavoro.
    Infatti, tanti siciliani (così come tanti tarantini con l'ILVA) hanno sempre asserito: "meglio il cancro che morire di fame". Non faccio loro una colpa, ma chi pianifica gli investimenti è ben cosciente del substrato sociale destinatario dei progetti.
    E' altrettanto vero che questo meccanismo è reiterato nei confronti di tutti i paesi del terzo e quarto mondo. Ci siamo dimenticati della tragedia di Bophal, in India, provocata dall'Union Carbide?
    Dunque nessun razzismo, ma solo uno squarcio di verità sul malaffare perfettamente legale.

    P.S.: Ho trascorso 50 anni della mia vita a Sesto San Giovanni. Questo non mi impedisce, anche per i miei trascorsi di ricercatore ambientale, di valutare i fatti per come stanno.

  • Anna

    01/07/2019

    Proprio in questi giorni in Puglia si legge della famigerata Ilva di Taranto e di come il governatore avrebbe detto che è giunto il momento di smettere di barattare il posto di lavoro con la salute e che in fin dei conti l'Ilva a Taranto e alla Puglia non ha apportato chissà quali vantaggi, anzi...e che gli operai se non ci fosse stata avrebbero fatto altro come lavoro. Risultato: l'Unione Industriali è insorta, per difendere il gioiello dell'acciaieria europea. L'unica lancia che mi verrebbe di spezzare a favore della fabbrica è che al tempo della sua nascita il centro urbano di Taranto era probabilmente molto differente da oggi, a differenza di un altro caso che mi verrebbe in mente.

  • Daniele Uboldi

    02/07/2019

    Gentile Anna,
    l'ILVA di Taranto, assieme all'Ansaldo e alla FIAT ha grandi responsabilità nell'entrata in guerra dell'Italia, nel primo conflitto mondiale.
    Sul finire dell'800 Crispi prima e Giolitti poi, valutarono che l'Italia era un paese troppo rurale, troppo arretrato. Per cui incoraggiarono l'industrializzazione.
    Il primo passo fu quello di incentivare la meccanica pesante per aderire alla domanda di materiale bellico per la Marina Militare.
    L'industrializzazione fu implementata a spese del primario. Sparirono le colture agricole per fare posto all'acciaieria di Taranto e al suo indotto.
    L'Ilva è stata un brutto anatroccolo che non è divenuto mai cigno; ed è l'emblema dell'Italia che non funziona.
    Di siderurgie ce ne sono di due tipi: quella a ciclo integrale, partendo da minerali di ferro e dal carbone e quella da rottami ferrosi. L'Ilva appartiene alla prima categoria. Peccato che l'Italia sia poverissima sia di carbone che di minerali di ferro, se si fa eccezione per le piccole quantità dell'Elba, di Cogne e del Sulcis-Iglesiente.
    Dunque non si può avviare uno sviluppo economico alternativo all'agricoltura implementando industrie avide di materie prime di cui non dispone e che devono essere quasi completamente importate.
    Oltrettutto, la produzione di acciaio da altoforno e da convertitore (per abbattere il tenore di carbonio e trasformare la ghisa in acciaio) è fortemente inquinante e produce gli effetti tragici che ben conosciamo.
    Fatto sta che, per ragione di mercato e di lievitazione dei prezzi, l'Italia ruppe la Triplice Alleanza con la Germania e l'Austria, per andare ad approvvigionarsi di carbone dall'Inghilterra, che offriva carbone a prezzi piu' contenuti.
    La grave crisi finanziaria spinse il gruppo di Perrone (IlVA) sull'orlo del fallimento. Le banche, che avevano il rubinetto dei finanziamenti, chiesero all'ILVA di rientrare dal debito. In analoga situazione si trovava l'Ansaldo e la FIAT.
    Questi tre grandi gruppi possedevano la quasi totalità dei quotidiani nazionali (Stampa, Secolo XIX, la Gazzetta del Mezzogiorno, La Nazione) per cui iniziarono una violenta campagna a sostegno dell'irredentismo e della necessità di recuperare all'Italia i territori sotto il tallone dell'odiato austriaco (fino a ieri alleato nella Triplice). Dopo tentennamenti e qualche colpo di mano, l'Italia dichiarò guerra all'Austria ed entrò nel conflitto. FIAT, a tambur battente, riconvertì la produzione e iniziò a produrre camion e autoblindo per la guerra. Analogamente Ansaldo. Mentre i forni fusori dell'ILVA andavano a pieno regime, per fornire l'acciaio necessario per i cannoni.
    Morale: i tre gruppi fecero soldi a palate con le commesse di guerra, risolsero i loro problemi. Peccato che il risanamento di queste aziende decotte costò seicentomila morti, un milione di mutilati gravi, un milione di dispersi in guerra e in prigionia mai tornati.
    Questo è un Paese che dimentica in fretta. Si ricorda bene quanti scudetti ha vinto la Juventus, ma non ha la minima idea di quanto sia vuota e ipocrita la retorica pattriottarda, che grazie alla "Religione della Patria", inventata dal fascismo, trasformò un crimine nazionale in una epopea di eroi pronti a riscattare i territori occupati. Peccato che Trieste non sia mai stata italiana, e il Tirolo scelse di combattere dall'altra parte della barricata. Personaggi come Battisti, Oberdan erano odiatissimi nei loro paesi d'origine e per nulla rappresentativi del sentire comune.
    Insomma: quando non ci ammorbano con la nocività delle loro emissioni, provocano conflitti di proporzioni gigantesche. Retorica ipocrita a parte.

    (scusi il pistolotto storico, ma non ho resistito)

  • Anna

    04/07/2019

    Ci mancherebbe, il pistolotto storico è più che legittimo! In realtà mi sono espressa male, la mia era una osservazione un po'frettolosa sullo sviluppo urbanistico della città di Taranto...tralasciando il fatto che sia stato snaturato l'ambiente agricolo preesistente per farle posto, ipotizzavo che la fabbrica sia stata polo di attrazione per l'insediamento umano e che abbia creato intorno a sé un quartiere operaio sempre più vasto magari grazie a modifiche attuate di volta in volta al piano regolatore del Comune: nel senso un secolo fa nasceva prima la fabbrica e poi le case intorno, mentre in altri luoghi e in tempi odierni, le fabbriche sono state impiantate dentro un centro urbano già esistente, perfettamente consapevoli dei danni a breve e lungo termine che questo avrebbe comportato per l'ambiente e la popolazione. Ovviamente era sarcastica la mia espressione di spezzare una lancia a favore...per tutte le motivazioni che poi lei ha giustamente ribadito!
    Invece un'altra cosa che ho scoperto da ignorante in materia, è che per fabbriche come l'Ilva esistevano delle indennità penali nei confronti dei reati commessi contro l'ambiente, che ora sono state revocate suscitando l'ira dell'unione industriali che sostiene che in tal modo nessuno vorrà più investire da noi...quindi qualcuno ha permesso che si potesse legalmente inquinare l'ambiente e impestare la popolazione a favore dello sviluppo industriale pur essendo consapevole del danno che si stava creando...mi aiuti per favore a comprendere anche questo allucinante aspetto!

  • Peppino Serpagli

    04/07/2019

    Gentile Signor Uboldi, grazie un po' a Lei (molto indirettamente) e a Pino Aprile (sempre indirettamente) ho scoperto che tanto tempo fa c'era in Calabria il Polo siderurgico di Mongiana, che fino al 1860 dava lavoro a 1.500 persone. Non so in quali condizioni ambientali.
    E che ne dice del primo mistero dell'Italia unita: lo strano naufragio della nave che portava a Napoli Ippolito Nievo?
    Quanto alla prima guerra mondiale, mi risulta che Carlo I d'Asburgo-Lorena e Zita di Borbone-Parma, ultimi sovrani regio-imperiali d'Austria-Ungheria, avevano proposto una pace separata all'Italia, concedendole il Trentino e Trieste. Proposta rifiutata e quindi altre migliaia di morti inutili.
    Peppino Serpagli

  • Daniele Uboldi

    05/07/2019

    Gentile signor Serpagli,
    spero che l'amico Gigi sia indulgente, perchè stiamo allargando, di molto, l'argomento del topic.
    Del resto si tratta di un confronto amichevole su temi storici, alla ricerca del perchè oggi viviamo situazioni così critiche che, come si è detto, hanno radici lontane.

    Indubbiamente, ai tempi dei Borbone, l'inquinamento doveva essere allucinante, così come le condizioni di lavoro. Non conosco, e me ne scuso, la fabbrica Mongiana, a cui lei fa riferimento.
    E' noto però come il carbone, per anni unica fonte energetica diretta e indiretta (produzione di vapore), abbia inquinato non poco.
    Tuttavia erano decisamente "cattedrali nel deserto", nel novero di un paesaggio decisamente rurale.

    Quanto lei dice sugli Asburgo e la loro volontà di trattare è assolutamente vero. Questo rafforza la convinzione che, la questione delle terre irredente fosse un pretesto per consentire, tramite la Guerra, alla nascente industria di sollevarsi dalle condizioni fallimentari in cui si trovava. La scelta di tardo Ottocento fu di liquidare il ruralismo e di trasformare l'Italia appena riunita, da paese agricolo in industriale-agricolo. La guerra è servita a questo e, a caro prezzo, ha raggiunto il suo scopo.
    Il "caro prezzo", tuttavia, non si è esaurito con la Prima Guerra Mondiale, perchè, a seguire, sono arrivati 20 anni di dittatura fascista, per completare l'opera e tagliare le unghie a quel proletariato industriale e contadino che reclamava diritti e cambiamenti di condizioni di vita.
    Il tutto, non dimentichiamolo, passando per una emigrazione di proporzione biblica: 27 milioni di italiani sono emigrati in un secolo (1861-1961)e di questi, gran parte mai tornati. Valceno e Valtaro furono particolarmente colpite (piu' nel Secondo Dopoguerra, che nel Primo),dal fenomeno migratorio.

    Inoltre, pure in condizioni del tutto diverse, quel modello economico, imposto a tavolino da una oligarchia faccendiera e non certo disinteressata, pesa ancora su tutti noi.
    L'ILVA (poi Italsider e poi ribattezzata ancora ILVA) nasce a fine '800, proprio per le ragioni che ho richiamato. Dunque nasce, come osserva Anna, dentro ad una città molto importante per il SUD, fondata, addirittura, nell'VIII secolo a.C., espressione tra le piu' importanti e vitali della Magna Grecia.

    L'Italia è un po' tutta così: maltrattata,con una vocazionalità ripudiata per fare posto ad una industrializzazione aliena, sul modello tedesco; quando, da subito, si è visto che non poteva essere competitiva con chi ha materie prime in abbondanza, quando noi ne siamo privi.
    Lo sviluppo economico italiano ha perso colpi dal XVIII secolo, quando, ancora, eravamo un modello di civiltà e di sana economia da imitare.

    Oggi ci troviamo a gestire i "cocci" di scelte sciagurate che vengono da lontano e a fare i conti con un inquinamento ambientale che mina la salute umana e incide gravemente sugli ecosistemi.

    E' tempo di profondi ripensamenti. E' tempo di voltare pagina.

    P.S. Non per farmi pubblicità (ma intanto me la faccio), entro il mese di agosto uscirà il mio nuovo libro: "Maniera di Pensare lo Sviluppo" che fa seguito a: "La Pestilenza del 1630 in provincia di Parma, in particolare nelle valli del Taro e del Ceno"

  • Peppino Serpagli

    06/07/2019

    Dato che la (Sig.Uboldi) capisco molto bravo in storia locale e supponendola un borgotarese doc, approfitto dello spazio concessoci dal buon Gigi per chiederle una cosa che mi sta a cuore da tanto: la galleria del Borgallo. In Internet c'é pochissimo (S.E. & O.) e non riesco a trovare le date, anche per risolvere il seguente mistero. Mio nonno materno era un Gavaini di Borgotaro. Io non l'ho mai conosciuto, ma in casa a Bedonia si mormorava che fosse morto in una rissa durante (o dopo?) la costruzione del Borgallo. Grazie per la segnalazione di due suoi libri.
    Peppino Serpagli

  • Daniele Uboldi

    06/07/2019

    Signor Peppino,
    mi spiace deluderla, ma io sono un apolide: nato in provincia di Sondrio, trapiantato per mezzo secolo in provincia di Milano, poi in Valceno, da tredici anni (compiuti ieri).
    So che della galleria del Borgallo ha scritto Giacomo Bernardi.

    Non dovrebbe essere particolarmente difficile rintracciare notizie di Suo nonno. Basta sapere nome, cognome, anno di nascita o di morte.
    Il Comune di Borgotaro, presso la segreteria del Sindaco, conserva l'archivio dell'anagrafe, a partire dall'Unità d'Italia.
    Per cui, noti i dati di cui sopra, si può rintracciarlo.
    Credo che la segreteria non abbia problemi a farle una fotocopia della pagina del registro, in cui il nonno è annotato.

    Mi spiace ma non posso aiutarla. Di Borgotaro, tramite l'Archivio Diocesano di Piacenza, dispongo delle fotocopie relative al '600 e al '700. Di altre epoche non ho nulla.
    Cordialmente,
    Daniele

 

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