La storia della famiglia Mocellin

Famiglia veneta di carbonai che giunse a Bedonia negli anni trenta, dal matrimonio ebbero dodici figli
Per iniziare a parlare della sua famiglia mi indica una vecchia foto appesa alla parete della cucina: "Quello era il Mulino di Turio, e noi siamo state le ultime persone ad abitarlo". Quella cornice è lì, a macchiare il muro di ricordi, dal 1955, anno in cui lasciarono il mulino per entrare nella casa popolare in cui ci troviamo oggi. Giorgio guarda quella ruota di legno quasi come fosse un simbolo indelebile, forse per non dimenticare le origini, un'esortazione per continuare a vivere la vita con l'immancabile dignità di una famiglia "per bene", qual è la sua: "Siamo forse stata l'ultima famiglia locale a cui i figli si rivolgevano ai genitori con il voi". Ed è proprio da quell'ultimo mulino ad acqua, presente all'interno del capoluogo di Bedonia, che Giorgio Mocellin inizia a raccontarmi la storia del suo cognome, ormai annoverato tra quelli bedoniesi.

I nonni e il papà Andrea, classe 1911, erano originari di San Nazario, un piccolissimo comune della Valbrenta, in provincia di Vicenza. Un territorio che, storicamente, ha portato in giro per l'Italia molti dei suoi abitanti per l’attività di carbonai.
Siamo alla metà degli anni '30 -e quella volta, per l'usuale "stagione del carbone", scelsero di raggiungere Bedonia. Era uso lasciare le proprie abitazioni in primavera per tornarvi ad autunno inoltrato, con i soldi guadagnati, che, pur non sempre sufficienti, sarebbero serviti a mantenere la famiglia. Questo tipo di attività è stata tipica delle nostre vallate fino al secondo dopoguerra.
I "nostri" tre Mocellin si recarono nel nostro Appennino per tre anni consecutivi, trovando lavoro come carbunén in alta Valceno, ai piedi del monte Pelpi: a salario da Domenico Zambelli, Guglielmo Draghi e Antonio Zaneboni, tutti abili commercianti di carbone.

Il bosco era, fondamentalmente, la loro casa. Vivevano alloggiati in una baracca fatta di tronchi e costituita da un’unica stanza: la stufa al centro per cucinare e, sul fianco, un letto fatto di foglie. C’erano anche una piccola costruzione per gli animali da cortile e il gabinetto esterno.
Solo alla domenica uscivano dal bosco per scendere in paese e trovare un po' di svago, un modo per dimenticare per qualche ora la distanza e la nostalgia di casa. È molto probabile che il "nostro" bell'Andrea incontrasse la sua futura moglie in una delle tante feste da ballo paesane. Ha sempre ricordato ai figli che fu l'unica donna che frequentò nel suo soggiorno bedoniese e che, nonostante il suo "profumo" di resina e fumo che si portava perennemente addosso, lo scelse poi come sposo. Si chiamava Giovanna Ratti, era nata in Francia nel 1912, anche se all'età di due anni rientrò in Italia con i genitori, originari di Scopolo, paese in cui poi si sposò nel 1933.

La giovane coppia abitò inizialmente a Castagnola, poi a Momarola. Nel contempo la famiglia cresceva, e così una "buon'anima" gli trovò un alloggio a Bedonia: proprio nel mulino "di Turio", una costruzione o, come dice Giorgio, ina casan-na, posta tra il Torrente Pelpirana e la Peschiera.
Una famiglia ormai numerosa, poiché da quel matrimonio nacquero dodici figli: Concetta, la primogenita, che mori a due anni; dopodiché vennero alla luce Maria, Giuseppe "Peppino", Susanna "Pina", Carmela, Bortolo, Mario, Giovanni "Gianni", mentre Antonio, Concetta, Corona, Giorgio e Pietro nacquero proprio nel mulino. In allegato alcune foto di questi fratelli.

Giorgio, con un filo d'inquietudine, mi racconta quel periodo: "Ricordo bene la grande ruota di legno che era sul fianco, per noi bambini era una sorta di giostra, anche perché lì non macinavano più il grano già da qualche anno. Al piano terra c’erano le mole di pietra - alimentate tramite un canale che attingeva l'acqua da altri mulini posti alle Moline, tra cui quello di Cesare Biolzi -; per mezzo di una ripida scala a pioli si accedeva al piano superiore: cucina e tre camere da letto. Niente bagno (quello era fuori, un casottino di legno, come lo avevano tutti) e niente acqua corrente (quella da bere andavano a prenderla con i secchi alla fontana davanti all'asilo). Durante le "piene" del torrente Pelpirana c'era da stare poco allegri, e la notte la passavano sempre insonne. Una volta che l'acqua era uscita dalle cantine e tornata placidamente nel suo letto, prendevamo di nuovo possesso del "nostro" fiume: c'era chi lo ripuliva raccogliendo la legna, chi ricostruiva la diga con i sassi o chi, come mio fratello Peppino, andava a pescare le anguille".     

Come si sarà capito, quello del mulino non era più un alloggio sostenibile, posto che in quelle poche stanze viveva una famiglia di ben tredici persone: e così il Comune, nel 1955, le assegnò una delle nuove case popolari costruite in via Divisione Julia (posso dire che ancora oggi sono costruzioni veramente graziose e si narra che le pietre del vicino campanile di via Trieste, mentre era in demolizione, siano state utilizzate per costruire, in parte, queste abitazioni).
 
Nel corso degli anni, Andrea Mocellin percorse molte tappe dei mestieri utili al mantenimento della sua ampia famiglia. Dopo l'esperienza di "carbonino", nel 1947 decide di emigrare in Belgio per andare a lavorare in una miniera di carbon fossile, avventura che condivise con alcuni Bedoniesi: Mario Lagasi Menelik, Piero Del Grosso e Gino Pappadà.
Dopo qualche mese Andrea rimane in coinvolto in un crollo di galleria: si ferisce gravemente ad un ginocchio e decide di tornare a casa; ritornerà a lavorare nei boschi, ma questa volta a tagliare legna per approntare le carbonaie.

Dopodiché, tra le sue tante occupazioni, si alternerà a fare l’operaio alla Cementi Rossi di Borgotaro, il "guardiano" nel nuovo insediamento residenziale turistico di Borio "Casette in Canadà" e il magazziniere in un albergo di Arenzano. Alla fine degli anni '50, durante la festività della Madonna di San Marco, appronterà anche una sorta di bar, solitamente allestito sotto a una baracca di legno ricoperta di frasche (una benevola concessione rilasciata da Don Renato Costa come aiuto alla famiglia). Ma a differenza dell'altro ristoro "alcolico" – posto nel prato dove avveniva il mercato del bestiame e gestito da Bernabò Gigino Bìn di Cavignaga – al suo era consentito di vendere solo le bibite e birra: "Anche se mio padre si vedeva poco, a gestire il chiosco c'ero sempre io coi miei fratelli". Un'attività che poi trasportarono anche nelle feste patronali dei dintorni bedoniesi e a Isola di Compiano per la "fiera dei fichi" di San Terenziano: "Davanti a noi c'era sempre la bancarella di Modesto Moglia, proprietario della bottega di alimentari in via Trieste".

In tutto questo "andirivieni", un ruolo centrale per la famiglia, era anche quello rappresentato dalla moglie Giovanna, ben impegnata a tenere in piedi la baracca: ricordiamoci sempre degli undici figli da crescere e accudire, considerando anche le ristrettezze economiche da affrontare quotidianamente. Per meglio capire quei "tempi", quelle "vite da rospi", mi racconta infine un aneddoto di sua madre, che ogni mattina si alzava alle 5 per andare a far legna in Gelana o nei boschi ai piedi di Tornolo: "Una volta andò con la mamma di Domenico Zecca, e s'imbatterono in una battuta di caccia... così, nell'udire quegli spari ravvicinati, decisero di rincasare con quel poco che avevano raccolto. Sulla strada del ritorno trovarono una lepre esanime sul sentiero, probabilmente uccisa da quei cacciatori. Pensarono che quell'animale avrebbe potuto rallegrare le proprie famiglie, arrivate a casa se lo divisero, preparando una bella polenta, una volta tanto un po’ diversa dalle solite”.

P.s.
Questo racconto è dedicato a Corona Mocellin, scomparsa il 12 febbraio scorso. Il ricordo che ci univa, ogni qualvolta ci incontravamo, fin dai tempi dell'adolescenza, è un episodio legato al suo nome: da ragazzino la chiamavo Regina anziché Corona. Un lapsus che le faceva davvero piacere, tanto da ricordarmelo anche l'ultima volta che la incontrai in paese e così, anche due anni fa, la salutai sempre allo stesso modo: "Ciao Regina".


A Bedonia, oltre a due rami delle famiglie Mocellin, ci sono anche gli Scotton; a breve il racconto dedicato a questa famiglia, sempre originaria di San Nazario e di carbonai.

FOTO della famiglia



22 Commenti
  1. Patrizia Mocellin

    Grazie Gigi del bellissimo articolo, come hai scritto tu a mio nonno si dava del voi e molte cose io non le conoscevo, le ho lette ora per la prima volta, non ho mai saputo dei vari mestieri di mio nonno, del chiosco ho sempre saputo che faceva il carbonaio.

  2. Giancarlo Longinotti

    Mi dice mia madre che hanno abitato anche a Nociveglia e che mia nonna le portava anche da mangiare, erano in molti e fu a Nociveglia che conobbero i miei.

  3. Giovanni Calzi

    Sia i Mocellin che i Scotton venivano da S. Nazzario in Veneto, io avevo la zia che abitava a Carniglia e la sorella che abitava a Spora era mia nonna, la mamma di mia mamma, ed era Scotton Olga nata a S . Nazzario. Sono venuti qua e facevano i carbonai e ci sono rimasti, l'altra sorella è andata in Francia e il fratello in Canada, mai più visti

  4. Claudio M.

    Bravi Gigi e Giorgio.
    Racconto davvero coinvolgente.
    Corona sarà davvero orgogliosa.
    Mi sembra di sentire la sua voce baritonale che mi salutava quando passavo lungo via Divisione Julia.

  5. Fabio

    Pensa che qui vicino dove abito a Valdobbiadene, da una localita' a circa 5 km che si chiama Marziai, sono partite delle famiglie per venire nelle zone vicino a Bedonia per fare i carbonai

  6. Laura Serpagli

    Io ho abitato vicino a loro da bambina e devo dire che sono stati vicini di casa speciali, veramente tutte bravissime persone. Giorgio e la Corona i miei preferiti!!! Grazie Gigi per il bel racconto!

  7. Virgy

    Mio padre Carletto Biasotti, era il padrino di Pietro! Una cara famiglia.
    Grazie Gigi, una bella storia, una bella famiglia

  8. Katia

    Bravo gigi, la famiglia mocellin tutti brava gente.
    Ho dei bellissimi ricordi di Gianni, Pietro (Daniele), Bortolo e la Corona

  9. Giuliana Bosi

    Sono i miei parenti, non mi chiedere come perche' non lo so. Me lo diceva mia mamma, Gianni Mocellin e' stato il mio padrino al battesimo

  10. Sara Spiardi

    Io mi ricordo dei fratelli Mocellin e ho lavorato con Gianni al mulino Benna per qualche anno

  11. Maurizio Castagneti

    Grazie Gigi del racconto della mia famiglia. Sei riuscito a farmi commuovere.
    Io sono cresciuto con i nonni dall'età di 5 anni, mentre mia mamma ( la Corona ) aiutava nel lavoro di un caseificio la sorella Carmela a Vigatto ( PR ). Quindi ho vissuto le attenzioni di mia nonna nonostante avesse tanti figli.
    Grazie di cuore ancora, ho rivisto alcune foto con piacere e altre mai viste.
    ❤️ Maurizio

  12. Mariarita Galli

    La mamma di Giovanna ( Maria di Pepin ) abitava a Scopolo in una casa (ormai quasi crollata del tutto) che si chiamava "la Rocca"... in questa casa vivevano diverse famiglie

  13. Alfredo Corradini

    Circa 60 fa ricordo che andavo a giocare nella "Ciosa" a Bedonia con Pietro Mocellin. Aveva qualche anno più di me, penso fosse del 1947. Ragazzino bellissimo, vispo, simpatico. Sicuramente fa parte dei ricordi belli della mia infanzia che il tempo non riuscirà a cancellare.

    Ps.
    Il caso vuole che una nonna di mia moglie emigrata dal Veneto nella Val Fontanabuona in Cicagna fosse una Mocellin, si chiamava Giacomina moglie di Giovanni Vialetto. Il mondo è piccolo.....

  14. Graziella

    Grazie Gigi, bellissima storia!!! Amo sentire, oppure leggere questi racconti del passato di famiglie che hanno dato vita a Bedonia.... sembrano favole ma è pura realtà....!!!
    Grazie anche a Giorgio che ha ricordato e raccontato a tutti noi la sua meravigliosa famiglia

  15. Maria Pia

    Non posso aggiungere niente a ciò che hai scritto, ma non posso neanche non ricordare con piacere questi vicini di casa. Ricordo Andrea e la moglie, nonni di Cristina, mia compagna di classe. Soprattutto ricordo Bortolo, Peppino, Pietro, Corona e "Greco" Gianni.
    Quando eravamo bambini e giocavamo qui nella via non c'è stato un giorno che Pietro o Peppino non si fermassero, passando per andare a casa, a salutarci e a "giocare" con noi, magari con un tiro al pallone, o un "dai dai pedala" se eravamo in bici.
    Peppino poi a carnevale si mascherava, ricordo ancora le scarpe enormi da clown e le risate che facevamo guardandolo mentre faceva delle facce buffe... Pietro non mancava mai di fermarsi e salutare noi bambini, dirci qualche battuta o raccontarci qualcosa.
    Bortolo più riservato passava e sorrideva. Con Corona, ci siamo fermate quasi tutti i giorni a dire due parole davanti al cancello tanto che saliva verso casa con la spesa faceva una breve sosta qui.
    Gianni lo ricordo come una persona simpatica e amichevole. Giorgio per fortuna lo incontro ancora, meno di prima, ma è sempre piacevole salutarlo e fare due chiacchiere.
    Tutti loro sono persone che ricordo con tanto piacere e affetto.

  16. Ed

    Brava gente, ho frenquentato le scuole elementari con Pietro era del 50.
    Bei ricordi di quei tempi, le scuole erano nel municipio, primo piano elementari e poi le medie inf nel terzo

  17. Luigi Cresci

    Ho avuto il piacere di conoscere molto bene uno dei fratelli Mocellin, Gianni, custode e residente presso il macello di Bedonia. È stato per me di grande aiuto. Spesso mi accompagnava nelle visite nelle stalle, tutti lo conoscevano e lo apprezzavano. Lo ricordo come uomo forte, generoso, leale e sempre disponibile. La lettura di questo articolo mi porta alla memoria tutte le storie della famiglia che Gianni mi ha raccontato. Bellissimi ricordi degli anni di lavoro vissuti a Bedonia.

  18. Un Bedoniesi in Friuli

    Bella la storia della famiglia Mocellin ho conosciuto il padre, la figlia Carmela, Bortolo, Corona. E' tanti anni che manco da Bedonia ma certi ricordi rimangono.
    Ho letto anche delle comunioni il mio ricordo è che avevo sette anni prima elementare la maestra era la grande signora Contini, in una mattinata comunione e cresima.

    Vorrei sapere se la festa della Madonna di S. Marco è sempre la seconda domenica di luglio? Ringrazio x la risposta anche se lontano penso sempre alla Pieve.

    Dimenticavo a Arenzano in provincia di Genova c'è un alpino che si chiama anche lui Mocellin.

  19. Francesca Danzi

    Gigi ho letto ora la tua intervista racconto a Giorgio ma che belli questi ricordi di una Bedonia che sembra ieri. Ricordo tutta la famiglia benissimo. Mio papa' diceva sempre brava gente.
    Uno dei fratelli non so'piu' il nome, al cinema Orfeo durante il film faceva commenti a voce alta, specialmente quelli con gli indiani, troppo buffo... tipo non hanno le pistole ora li fregano... io ero bimba e mi giravo x sentire quello che diceva x poi ridere. Giorgio un amico e suo nipote Mauri anche
    ...saluti ai Bedoniesi tutti tutti

  20. Nicola Cattaneo

    Che dire, impossibile che un Bedoniese non abbia ricordi con, e, di questa GRANDE famiglia (dai nonni ai nipoti), anche perchè erano talmente tanti che hanno attraversato e accompagnato più generazioni di Bedoniesi.
    Non voglio scrivere lunghi commenti, mi basta il ricordo intimo di tutti quelli di loro che ho conosciuto, Giorgio per primo... e unica cosa che chiedo... a lui...se può, che ho un ricordo del fatto che quasi tutti loro avevano giocato a calcio... e ho un ricordo diciamo particolare... (al di la delle qualità fisiche e tecniche come atleti) tramandato anche da chi ha qualche anno più di noi... riguardo a lunghe squalifiche di diversi di loro che erano buoni e generosi, ma non sopportavano quelil che allora erano considerati soprusi... allora per noi bambini il calcio e il Bedonia erano un appuntamento fisso.... e qualcosa ricordo... quindi li mitizzavamo un po' anche per questo... ma se puoi essere più preciso tu... è un ulteriore spaccato di come sia tanto cambiato anche il nostro piccolo mondo di paese...
    Grazie Gigi! (potrei chiederlo a Giorgio direttamente, ma se corrisponde a quanto ricordo farò sorridere e un po' pensare anche altri, non solo me...)

  21. Marco

    Grazie Gigi, a leggere la storia e tutti i bellissimi commenti mi hanno commosso, mi ha fatto tornare in mente che per la festa di San Marco tutti si fermavano per un commento o per fare una foto al giardino fiorito, era bello incontrarsi con i nostri cugini e zii, giornate bellissime, ora la mamma ha lasciato un grande vuoto, ci mancherà tantissimo.
    Grazie Gigi è stato un bellissimo gesto in memoria di Mocellin Corona.

  22. Isabella Musa

    Li ricordo tutti con tanto affetto, cari ragazzi, mi commuovono tanto questi ricordi.
    Non vedrò più la Corona, dolce, cara Corona. I Mucellin erano tutti amati e rispettati per il loro contegno dignitoso, con quel tocco d’orgoglio che rivela nobiltà d‘animo.

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