Strada per l'Appennino

Un filmato girato nel 1962 lungo le strade e i borghi dell'Appennino Parmense: testo di Attilio Bertolucci e regia di Bruno Vaghi
Siamo negli anni del pieno "boom economico" italiano, anni in cui anche l'intera provincia parmense prese parte a quello storico periodo di cambiamenti economici e sociali. In quella fase si verificarono grandi trasformazioni nello stile di vita e nei consumi: le città s'ingrandivano a vista d'occhio e i piccoli centri iniziavano a spopolarsi.
Nel 1962, con l’apertura della strada di Fondo Valle Taro, il tratto di 25 km è quello tra Fornovo e Roccamurata, la Valtaro esce da un secolare isolamento e questa nuova via di comunicazione dimezza i tempi di percorrenza con la città: Parma non è più quel viaggio interminabile che passava per la Statale della Cisa, attraversando Berceto e poi giù per i tornanti di Piantonia.
A questo punto serviva quindi un criterio risolutore per compensare i "due mondi", tra loro contrapposti ma entrambi bisognosi di attenzione.

È così che nacque la promozione turistica delle nostre verdi valli, un'iniziativa che andrà a vantaggio dello svago dei cittadini e al contempo porterà benefici a chi invece scelse di vivere nei piccoli borghi. La Provincia di Parma, probabile committente del documentario, mise in campo ogni mezzo pur di agevolare la "rivoluzione", dal miglioramento dei trasporti -creando nuove strade, allargando e asfaltando quelle già esistenti- al sostegno delle peculiarità di ogni valle, partendo proprio da quelle più piccole e più bisognose di attenzione. La comunicazione è sempre stata l’arma più forte, la punta di diamante, come sapevano bene fin dai tempi del "Ventennio": così, per promuovere l'intero Appennino Parmense, viene ideato un lungo (80 minuti) e dettagliato filmato -il cui stile ricorda molto la propaganda dei filmati dell'Istituto Luce- L'opera fu commissionata al regista-fotografo parmigiano Bruno Vaghi e il testo del sonoro affidato alla penna del poeta Attilio Bertolucci.

Le inquadrature sono senz'altro esaustive e attraenti, ma il testo è veramente qualcosa di unico, pura poesia e l'uso di alcuni termini è davvero incantevole: marmotte dai colori e modi così urbani – un sofisticato toast – una tegama di pastasciutta - l’immancabile transistor - carbonella di legna dolce e griglia vergine di grassi.
Vale davvero la pena soffermarsi sulle sue peculiarità poetiche, in perfetto pendant con le immagini, e su talune parole utilizzate per descrivere le bellezze naturali del Parmense, tanto da trascriverlo e riportare qui alcuni dei passaggi più gradevoli, ognuno abbinato al luogo visitato, tra cui naturalmente le nostre valli del Taro e del Ceno.
Il testo che segue può essere lungo, ma è da leggere e soprattutto da apprendere, oggi più di allora.

Il filmato è in rete già da qualche anno, ma è solo grazie all'esortazione del bardigiano Beppe Conti che ho potuto riguardarlo con molta cura e con la dovuta attenzione, tanto da essere qui a parlarne e a ringraziarlo per la sua amorevole perseveranza.



Strada per L'Appennino (il testo è stato trascritto dal video)

Questo documentario si propone di far conoscere la natura e la vita di quella realtà, entro limiti geografici non grandi, infinitamente complessa, che è l’Appennino Parmense, puntando sui suoi aspetti meno conosciuti, nel suo incanto più segreto: tutto quanto di suggestivo e significativo, della nostra zona montana, era già noto ai più da tempo, è stato considerato come acquisito alla cultura e alla coscienza generale.

Sciare a Schia - Una domenica qualunque nel bel mezzo del lungo inverno dell’Italia del Nord, uno skilift che lavora di continuo con la sua grande ruota metallica profilata contro il cielo azzurro. Gli sciatori si lasciano trainare agganciati ai lunghi cavi di acciaio che scorrono lentamente ma sicuramente sino sulla cima che domina i campi candidi di neve. Dove siamo? In qualche località delle Alpi famosa per gli sport invernali? La moderna funzionalità delle attrezzature, l’ampiezza dei campi e delle piste discesa, il sicuro stile degli sciatori che si lanciano con audacia verso la metà dimostrano che non ci troviamo in un luogo scelto un po’ a caso e in un clima di improvvisazione ma in una stazione per gli sport invernali bel localizzata e attrezzata.

Uomini e sci - Ormai lo sci non è più uno sport per pochi privilegiati, ma uno sport di massa al quale l’italiano medio può̀ accedere senza gravi oneri per il suo bilancio familiare e con la certezza di grandi vantaggi sia per la salute fisica che per quella distensione dei nervi di cui abbiamo sempre più necessità. Infatti non si incontrano solo ragazzi e ragazze ma anche uomini fatti che eseguono le loro evoluzioni con molta serietà e con una certa cautela anche se con passione non minore di quella dei giovani. Ormai possiamo rivelarvi come si chiama questa località: Schia.
Il suo nome vi dice che essa risulta veramente solo da 30 anni, quando alcuni pionieri la scelsero per le loro prime imprese valutandone con molta giustezza le grandi possibilità di sviluppo futuro. Fino ad allora questi non erano altro che prati e macchie tipici dell’Appennino Parmense alle pendici del Monte Caio.

Quando Schia nacque, qu, non c’era che una baracca di legno per accogliere i pochi animosi che si avventuravano fin quassù, ora un accogliente rifugio offre agli sportivi buone possibilità di riposo e ristoro. A Schia la giornata si può tirare fino agli sgoccioli, fino a quando le prime ombre del crepuscolo si allungano, mentre rare luci si accendono nella vallata. La vicinanza a Parma e la bontà delle strade consentono con una mezz'ora di automobile un rapido ritorno a casa.

Seppure la neve sia tenace a Schia, tanto da resistere sino alle porte della primavera, un bel giorno ecco arriva -inevitabile per gli sciatori che si attardano ancora sui campi più alti, benefico per gli abitanti di queste valli- il disgelo.

Gli sciatori se ne sono andati, ed ecco in un moto lento e grave, quasi religioso, i pastori stanno tornando alla montagna che non sarà più per loro cruda e ostile ma traboccante di erba giovane e fresca per il loro gregge, nella loro lunga marcia di trasferimento sulle strade ormai più solite a vedere le automobili e gli autocarri che questi belanti e teneri animali, ultimi residui di un’età che sta scomparendo.

Sono tante le vallate dell’Appennino, simili ma diverse: abbiamo lasciato quella che si può chiamare la Capitale dello Sci, Schia e la Val Parma, e ci siamo trasferiti ad ovest nella Valle del Taro.

Gara di canoe a Borgotaro - Oggi è un giorno un pò speciale, il capoluogo Borgo Val di Taro ci offre uno spettacolo inconsueto, una gara di canoe. Queste fragili e svelte imbarcazioni, sinora, le abbiamo conosciute soltanto attraverso i film e i libri di avventure, guidate da intrepidi eroi capaci di superare rapide e salti vertiginosi per fiumi che avevano nomi esotici, pieni di fascino e di mistero. Ed ecco che il corso a noi familiare del Taro, in una giornata di primavera si fa teatro di una gara nuova ed appassionante i cui protagonisti dimostrano di possedere delle qualità di coraggio e di destrezza che ci sembravano esclusive degli eroi nati dalla fantasia.

Una straordinaria avventura che si svolge su questo fiume, toccato ancora qua a là ancora di segni di un inverno lunghissimo. Attraverso le fredde e veloci acque il solitario vogatore partito nel primo pomeriggio supera con la sua maestria le innumerevoli peripezie che gli riserva il fantastico percorso in cui vorticose rapide si alternano alla sottile vena che richiede tutta l’abilità per evitare la secca. Qualche ora prima di sera, egli arriverà al punto di arrivo: Fornovo, noto a tutti per la famosa battaglia che vide impegnate, qui, le truppe francesi e spagnole in guerra per il dominio dell’Italia.

Corsa Parma-Poggio di Berceto - Qui, dove le canoe sono giunte svelte e silenziose, è il punto di partenza di un’altra gara ben più stagionata, anch'essa svolgentesi sullo scenario dell’Appennino Parmense: una corsa che rivive ora nella memoria delle persone più anziane, rievocata da poche ingiallite fotografie. Quei nomi che nella memoria dei meno giovani possiedono un incanto impensabile ora -nell’età dell’automobile alla portata di tutti; nomi quali Maserati, Ascari “eroe del volante”, Nando Minoia, Campari, Nazari, che il 13 maggio del 1923 raggiunse sulla sua Fiat Rossa la media di ben 88 km all’ora.

La Parma-Poggio di Berceto è ancora un'occasione di vacanza, di aria aperta, di prati verdi, di buon appetito per i Parmigiani, ma non sarà più quella che era alle sue origini: un’impresa davvero difficile oltre che per il rischio dei concorrenti anche per gli spettatori costretti a levatacce per raggiungere con scomodi mezzi, quasi mai in automobile, i “punti chiave”. Di allora è rimasta l’aria della sagra paesana, c’è chi fa fuori un'intera “tegama” di pastasciutta, chi si accontenta di una zuppa di latte o di un semplice panino o di un più sofisticato toast. I punti in cui i Parmigiani preferiscono sostare per vedere, sia pure tra una boccata e l’altra, le macchine sportive arrampicarsi verso il termine della gara, sono le cosiddette “scale di Piantonia”.

L’Appennino lo abbiamo visto, sino a qui, servire docilmente il gusto che l’uomo moderno ha per gli sport più vari, dallo sci, alla canoa, alle corse in macchina; ma esso è stato ed è la terra di una gente la cui vita è dura e severa, tutta tesa a ricavare sostentamento da una zona povera ed ingrata.

Chiesa di Bardone - Vi si presenta ora dinanzi agli occhi nel suo tipico portale romanico coi leoni sostenenti le colonne e la lunetta sovrastante il portale principale. Essa infatti sorge ai margini di un'antica strada romea, aperta di continuo all’incessante passaggio dei pellegrini e dei viandanti. Singolarissimi in questa chiesa sono gli ornamenti scultorei che si rifanno, in maniera evidente, ai sublimi esempi che Benedetto Antelami ha lasciato nel Duomo e nel Battistero di Parma e Fidenza: l’anonimo che ha modellato il Cristo e le figure intorno a lui, colanti ed esaltanti, possiede una forza di rappresentazione efficacissima.
Questa vera e propria copia della “Deposizione della Croce” di Parma è certamente rispetto a quella dell’Antelami assai greve e rozza: si potrebbe dire che Benedetto Antelami parla in lingua e lo scultore di Bardone si esprime in dialetto.

Valditacca - Uno dei più alti e tranquilli, segreti, paesi del nostro Appennino, conserva per sua fortuna l'aspetto che aveva tanti anni fa. Tutto qui ci parla del passato: le case di pietra dalle piccole finestre incorniciate dalle pietre di arenaria grigia, i portici profondi e pieni di ombre, le strette strade a ciottoli nelle quali si svolge ad un ritmo lento il lavoro in ogni giorno. Eppure una nuova costruzione è venuta a rompere l’unità stilistica del villaggio: che cosa ne penseranno gli abitanti del luogo che stanno così animatamente parlando? Certo è che i villeggianti che sono qui numerosi in estate preferirebbero che Valditacca rimanesse sempre come è, dall'aspetto ancora tipicamente medioevale.

Casarola - La bellezza solenne del passo che porta alla chiusa Val Bratica, in cui sorgono i paesi di Casarola e Riana, era fino a poco tempo fa ignota anche alla gente dei paesi vicin: essa infatti non era toccata da nessuna strada, e il silenzio e la quiete vi regnavano sovrani. Ecco Casarola: anche oggi con una strada che l’allaccia alla civiltà del juke-box e della tv, questo paese si difende opponendo alle immagini e ai suoni che le grandi antenne di diffusione lanciano per lo spazio la difesa naturale inviolabile delle cime entro cui sta racchiusa. Qui la vita scorre lenta, misuratamente sulle stagioni con gesti che si ripetono uguali senza mutamenti da secoli, con parole e silenzi pieni di un'antica saggezza. Anche il sonno della morte si accorda con questa vita sobria e paziente.

Frana - Le linee serene di questa vita e di questo paesaggio sono state sconvolte nel corso dei millenni dalla furia della natura che ha voluto ribellarsi ad esse, dilaniandole e lasciandole con delle tragiche ferite geologiche piene di una sorta di bellezza orrida, estremamente espressiva, che ricorda le pietre dell'inferno dantesco. Ma questi sommovimenti non sono riusciti ad avere ragione dell’invincibile fecondità della terra e della vitalità degli uomini.

I Parmigiani hanno scoperto l’Appennino, hanno capito che non è necessario fare migliaia di chilometri per trovare boschi belli e profondi. Questa è la novità degli ultimi anni: acque limpide e fresche capaci di ritemprare meravigliosamente il corpo. Dalle incantate e profonde gole del Cedra, del Bratica e dell’alta Val Parma all'ampio letto del Taro i Parmigiani hanno grande possibilità di scelta.

Citerna di Taro - Qui dove il Taro distende le sue acque tra rivoli che formano delle piacevoli spiagge, esiste una notevole possibilità di turismo di massa. I materassini di gomma, la mucca Carolina, l’ultimo rotocalco e le comode sdraie sono arrivate anche qui, forse con qualche danno per l’armonia paesistica del luogo, ma con grande vantaggio per il corpo e per lo spirito dei Parmigiani, che grazie all’ottimo stato delle strade possono in brevissimo tempo, molto agevolmente, trovare qui dei Forte dei Marmi e dei Portofino -come sono stati chiamati con bonaria ironia alcuni di questi posti.

Naturalmente c’è chi non preferisce fermarsi alle prime e più facili “bagnature” (come si diceva una volta), c’è chi ama addentrarsi e salire più in alto, sino a scoprire luoghi sempre più segreti e nascosti, specchi d’acqua ancora più tersi e profondi.

Tutto il nostro Appennino nella sua parte alta offre alle persone di gusti difficili ed aristocratici rifugi come questi, in cui il gusto eterno della contemplazione della natura può integrarsi con le necessità così moderne della liberazione del corpo dalle schiavitù degli indumenti quotidiani.

Pescatori - Ma forse gli "aficionados" più fedeli, più esclusivi e integrali dell’Appennino Parmense sono i pescatori che hanno scelto per il loro sport la stupenda regione dei laghi che costellano come gemme dai colori intensi tutta la zona alta della nostra montagna. Come vedete sono anche riusciti a scovare, con un fiuto da antiquari, un’auto anfibio, che, ravvivata dai colori vivaci dei loro abiti e delle loro attrezzature, cerca di fare dimenticare i ben più duri tempi ed altri usi proprio di queste strade. Molto sportivi e ben organizzati, essi si portano ai laghi soltanto nel periodo in cui le trote saranno in grado di difendersi, cioè mai prima di maggio. Lago del Balano, uno dei laghi più ricchi di prede ma più difficili.

Pescatore - Ma ecco, chi l’avrebbe detto che questo signore dai gesti così misurati ed eleganti? Guardate come posa la canna per terra, guardate con quale cura religiosa estrae la mosca dalla bocca della trota per non farla soffrire. Si sarebbe trasformato, in un moto rapido ed imprevedibile, in un carnefice: ma l’ha uccisa forse per farla soffrire di meno.

Picnic - Non bisogna credere però che i pescatori siano degli asceti: quando la partita a loro pare definitivamente chiusa, c’è posto anche per il meraviglioso pane di Ranzano, per la bottiglia di Lambrusco, per la saporita carne di Langhirano. E anche questo diventa un rito, carbonella di legna dolce e griglia vergine di grassi sono di rigore.

Trote - Dal silenzio del Lago di Balano, del verde, del selvaggio, dell’oscuro... Non certo in questa peschiera, dove le trote stanno pigiate fitte come gli Italiani sugli autobus nelle ore di punta. Qui le trote vengono ingrassate con mangimi selezionati e condizionati in acque sempre rinnovate, divise in scomparti di diversa taglia: il loro destino è segnato: una facile giovinezza per una fine precoce.

Bedonia - La Sagra della Trota, una festa degli occhi per tutti, una festa del palato per tutti. Bedonia è un po’ il centro di quella che chiamano la Svizzera Parmense, un paese piuttosto particolare, affondato nel verde dell'Appennino ma anche aperto all’aria marina della vicina Liguria. Tipicamente parmigiana e nello stesso tempo molto cosmopolita per il continuo andirivieni delle famiglie degli immigrati; ecco perché questa festa unisce la cordialità tipica della sagra italiana ai colori accesi delle kermesse nordiche e dei picnic americani. Quello stesso Appennino che offre le più rare occasioni di raccoglimento e di silenzio, l'aristocratico piacere della difficile pesca sportiva con la mosca, sa offrire anche la genuinità e la letizia di queste feste schiettamente, allegramente popolari.

Langhirano - Ne stagionano più di un milione all’anno: Langhirano odora tutta di prosciutti e l’appetitoso profumo investe anche la strada che sale verso l’alta valle del Parma.

Strade - Da Corniglio a Bosco la strada è poca, eppure sembrava un viaggio lunghissimo per le numerose frane e le infinite curve che rallentano la circolazione. L’Amministrazione Provinciale ha già quasi completamente attuato un piano di lavori per la sistemazione, depolverizzazione e l'asfaltatura in gran parte della rete stradale della provincia per circa 800 km: si sono creati nuovi tronchi stradali, si sono eseguite numerose varianti del tracciato, si sono rettificate le curve più pericolose per una più sicura e celere viabilità. Oggi con l’automobile è possibile raggiungere luoghi che solo fino a qualche anno fa erano inaccessibili. Le uniche a non essersi ancora abituate all’asfalto sono queste mucche: esse tentano di affrontarlo ma gradualmente, passo per passo, metro per metro, poi timorose lo abbandonano.

C’è anche chi, pur tenendo al vecchio mondo, sa apprezzare le dolci violenze del nuovo. Picnic: la comodità delle strade porta fin qui anche le compagnie occasionali che, attrezzate nella maniera più moderna, riescono ormai a consumare delle colazioni all’aperto senza pericolo che formiche e altri animaletti vengano a disturbarle. Sono essi magari a disturbare, non solo le formiche ma tutta la pace dei boschi circostanti con l’immancabile transistor.

Lagdei - Ma cos'è questo bel cancello che si para davanti agli occhi a chi si spinge anche più in alto? Niente paura, resta sempre aperto a tutti: soltanto segna, come è giusto, l’inizio della grande riserva demaniale di rimboschimento e di ripopolamento che la Guardia Forestale cura da questo punto fino al crinale che divide la nostra provincia da quella di Massa Carrara. Questa è la conca di Lagdei, che si distende smeraldina un po' oltre i cancelli: da essa si dirama la mulattiera che conduce alla perla dell'Appennino, il lago Santo, conosciuto ormai al di fuori della cerchia della provincia. E questo, ve lo possiamo assicurare, non è un pezzo di Walt Disney chiesto in prestito per arricchire ed abbellire il nostro documentario: a Lagdei marmotte dai colori e modi così urbani le potete trovare anche voi, anzi ciò che vi sorprenderà sarà di vederle venire incontro quasi a darvi il benvenuto della zona. Naturalmente se le offrite un buon biscotto essa vi dimostrerà, masticandolo, che non manca di educazione oltre che di gentilezza.

Val Ceno - Se dalla Val Parma, dalla parte sud orientale dell'Appennino Parmense, ci portiamo alla parte opposta della Provincia, in Valceno, proprio al suo imbocco incontriamo gli spalti turriti del castello di Varano Melegari. Quasi alla sua ombra è possibile ancora, qui, vedere in opera un mulino ad acqua che un’esperta mugnaia, imbiancando imperturbabile da capo a piedi, fa funzionare con la solennità di un rito per via di gesti lenti e sicuri.

Serravalle con il suo Battistero - Risalendo la Valle del Ceno si incontra Serravalle, il cui Battistero risale al settimo-ottavo secolo e pare che originariamente fosse adibito al culto di Diana. La strada che costeggia il Ceno non ha finito di presentarci costruzioni poco note e piene di interesse: vediamo infatti oltre Serravalle, a Golaso, un edificio lungo ed ampio arricchito da torri circolari dall’aspetto svelto ed insolito, che non ha niente di comune con quelli che sono i classici castelli della nostra provincia.

Bardi - Improvviso, imponente ed a un tempo stesso quasi irreale nella sua struttura, che sembra più generata dalla roccia su cui si abbarbica che non costruita con fatica dalla mano dell’uomo, il castello di Bardi domina il cuore dell’Alta Valle del Ceno. La vita del paese si svolge libera e tranquilla, serena, come se la mole del castello la proteggesse da tutto quello che nel tempo moderno la minaccia più insidiosamente. Bardi, infatti, ha saputo difendere contro il cattivo gusto che sta dilagando il suo aspetto antico, la sua urbanistica semplice, i suoi caldi colori.

Val Noveglia - Il paesaggio qui è diversissimo da quello che abbiamo visto in altre valli del nostro Appennino, di linee più morbide e dolci. Diverse sono anche le case degli uomini, che, sia nella loro semplice ma ben squadrata architettura a più piani, sia nell’ornamento esterno del piccolo pergolato famigliare, preludono già alla non lontana Liguria.

Caccia - Ora è tempo di caccia, sono venuti da tutte le parti, sanno che qui potranno inseguire non la solita timida lepre ma un animale più agguerrito e difficile che voi certo non immaginate qui. Ecco un primo sparo, un altro sparo ancora, i cavalli sono fuggiti, anche il sole va poco a poco a perdendosi all’orizzonte. È sera tarda, ormai i cacciatori hanno fatto buona preda e se la portano a spalla con non poca a fatica, lentamente: era un bellissimo, irsuto, selvaggio, cinghiale; inaspettato forse da voi nel territorio della civilissima ducale Parma.

Si torna a Parma - Mentre scendevamo con il prezioso carico è cominciato a nevicare, la prima neve dell’anno. Anche in città la neve era già cominciata a cadere: la mattina dopo le sublimi pietre del Duomo e del Battistero, i romantici intrecci arborei del Parco Ducale, le piccole case tanto care della riva sinistra del fiume erano tutte morbide di fresca, nuovissima, inedita neve. Il Parma che da il nome alla città e la divide senza disunirla in armonia, accompagnando da millenni il destino delle sue genti, prende vita -ricordate- nel cuore profondo dell’Appennino.


§

È Beppe Conti invece a riferire altri dettagli sul filmato e sugli autori: "Bruno Vaghi, figlio di Luigi e di Irma Becchetti. Ventiquattrenne, già esperto fotografo, interruppe gli studi per dedicarsi alla gestione dell’azienda. Bruno seppe affermarsi tanto come fotografo che come documentarista cinematografico di alto livello. Fece parte di quel gruppo, composto da artisti e scrittori quali Pietro Bianchi, Attilio Bertolucci, Giovanni Guareschi e Carlo Mattioli, che non mancava periodicamente di ritrovarsi nel suo studio di strada Cavour, nel frattempo ampliato e dove lavoravano venti dipendenti. Proseguì poi l’attività di fotografo della Real Casa in esilio: fu a Cascais più volte. Morì cinquantottenne e lasciò un’azienda con un patrimonio di immagini (2000 negativi, attrezzature varie, film) che la moglie Liliana Ceci Piombo (sposata nel 1951) e le figlie Stefania e Brunella donarono al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma".

Hanno collaborato a questo post: Beppe Conti |Stefano Orsi |Piero Rizzi Bianchi |Benedetta Malvisi


Vedi il filmato del 1962



6 Commenti
  1. Francesca Danzi

    Dopo Battoglia a Bedonia ho lavorato nello Studio Vaghi in via Cavour a Parma.. Leggenda...
    Bertolucci si commenta da se'. Parma superlativa

  2. Sergio Callegari

    Complimenti Gigi.
    Bellissima la descrizione della caccia. E della festa della trota.
    Grazie

  3. Marco Franchi

    Bello ricordare chi siamo e da dove arriviamo anche se e' triste ammettere che solo pochi illuminati si dedicano a queste importanti ricerche. Un grazie sincero a chi lo fa

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