Quando si faceva il giro dei monti

Cronaca di un trekking di 70 anni fa compiuto da una comitiva di giovanissimi ragazzi
Si tratta di una passeggiata sui nostri monti, (allora si chiamava così, e non ancora trekking) avvenuta alla metà degli anni ’50 e compiuta da un gruppo di giovanissimi ragazzi. A narrare oggi questa vicenda, una sorta di cammino nel tempo, è il caposquadra della comitiva di allora, il bedoniese Enrico Serpagli “Giülio du Murettu”, lo stesso che scattò anche le straordinarie fotografie allegate.
Fortunatamente non è nuovo a queste iniziative di regalare emozioni legate al nostro passato, ragione per cui gliene sono ancora immensamente e continuamente grato.
Grazie al racconto e alle immagini avremo modo di ripercorrere sentieri che allora erano solo accennati o comunque non noti, e potremo “rivedere” con l’immaginazione la loro inconsueta avventura.
G. C.


Dopo che ero andato sul Penna con la parrocchia di Bedonia nelle estati del 1950, ‘51 e ‘53, avevo un sogno: fare il “Giro dei monti”, cioè partire da Bedonia e, dopo aver attraversato i monti Segalino, Orocco, Penna, Tomarlo, Martincano, Maggiorasca, Bue, Nero, Zovallo e Ragola, tornare alla Pieve.

A volte, per fortuna, i sogni si avverano, e fu così che nell’estate del 1954, organizzai il 1° “Giro dei monti”. Non era un percorso che si potesse fare a piedi in un giorno e quindi ci voleva una tenda, cosa che molti anni fa era un problema trovare. Oggi lo si può fare in poco tempo in motocross, mountain-bike, ecc. e, per la tenda, basta andare al “Decathlon”, dove non c’è altro che l’imbarazzo della scelta.

E così la tenda ce la costruimmo in casa. Comprammo nel negozio di stoffe dietro alla chiesa (Cardinali) qualche metro di tela a righe (quella che viene usata per le tende frangi-sole) che, ci dissero “avrebbe tenuto la pioggia solo se veniva fissata molto tesa e se l’acquazzone non fosse stato troppo forte”. Mentre una santa donna la cuciva, il fabbro Ferruccio Bresadola faceva i due “paletti” portanti (in 2+2 pezzi ricomponibili) e 10 picchetti in tondino di ferro.
La tenda non aveva il “fondo”, e quindi prima di montarla bisognava aspettare che asciugasse l’erba bagnata dalla rugiada della notte. Si dormiva letteralmente per terra, arrotolati in una coperta, con lo zaino che fungeva da cuscino. Non avevamo, infatti, né materassini gonfiabili né stuoini di gomma e nemmeno sacchi a pelo.

Era l’anno della conquista italiana del K2 e così scrivemmo “K2” con la vernice su i due spioventi della canadese fatta in casa, progettata per 3 posti comodi o 4 stretti. La tenda, con i paletti di ferro, i picchetti e alcune vettovaglie, venne messa in un sacco che fu fissato al centro di un lungo bastone, una specie di portantina, che veniva presa in carico, a turno, da due della comitiva.

Non avevamo una carta topografica, e quindi, nei giorni precedenti la partenza, avevo raccolto in paese qualche informazione sul percorso e sull’ubicazione delle sorgenti. Notizie importanti le ebbi anche dai mulattieri che trasportavano a Bedonia, nei magazzini di Tognetto Serpagli, il carbone dolce che veniva fatto nelle carbonaie del Penna. Anche se non c’erano rifugi, baite e strade come oggi, ma solo sentieri (non segnati) e qualche mulattiera, non ero preoccupato del percorso perché mi ero reso conto che avremmo camminato sempre in cresta, o poco sotto, quindi avremmo potuto “navigare a vista”.

Dopo il collaudo della tenda nel giardino dell’osteria “del Moretto”, dove abitavo al primo piano durante le vacanze, venne il giorno della partenza. Si aspettò una notte di luglio con la luna piena perché la prima tappa Bedonia-Monte Penna, si sarebbe effettuata di notte.

Alla fine eravamo quattro ragazzi di 17 e 18 anni: oltre al sottoscritto, c’erano Pietro Galli, Roger Rossi e un cugino di Pietro che abitava a Parma (negli anni successivi si aggiunsero: Bruno Manzotti di Borgotaro nel 1955 - Franco Carnevali di Sassuolo nel 1956 - Franco Pincelli di Sassuolo nel 1957). Partimmo verso le 23, quando la luna era alta nel cielo, passando dal Rio Pansamora e, dopo aver attraversato il monte Segalino e il monte Orocco, dove ci concedemmo una sosta seduti contro un mucchio di fieno (ne ricordo ancora il profumo), arrivammo ai ruderi della caserma vecchia del Penna che albeggiava.

Montammo la tenda e organizzammo il primo campo. Nel pomeriggio salimmo al Pennino dalla Madonna, arrampicandoci sul crinale per poi scendere nella “Nave” ritenuta, nella credenza popolare, il cratere di un vulcano spento. Qualche anno dopo imparai che si trattava invece di una piccola valle glaciale sbarrata da una frana. Durante l’ultima fase fredda del Quaternario, infatti, il crinale appenninico era coperto da piccoli ghiacciai con lingue che scendevano fino a 800 metri. Inoltre, i geologi avevano messo in evidenza che le rocce scure del Penna erano rocce vulcaniche prodotte, circa 83 milioni di anni fa, da eruzioni sottomarine, come dimostra la loro particolare struttura di “lave a cuscino”.

Il giorno dopo ci aspettava un tratto breve. Lasciammo la caserma vecchia e prendemmo un sentiero che ci portò al passo del Chiodo; da dove, camminando in cresta, raggiungemmo ben presto i ruderi della caserma del Tomarlo. Montammo qui il secondo campo, dato che poco lontano c’era una sorgente. Poi salimmo sulla cima del monte a goderci il panorama.
Le caserme del Tomarlo e del Penna, ubicate sul confine del Ducato di Parma e Piacenza, erano postazioni per le guardie ducali che dovevano impedire il contrabbando del sale proveniente dalla Liguria.

Il mattino dopo partimmo di buon’ora per il Pian della Cipolla e, dopo aver raggiunto il passo del Tomarlo (crocevia tra le valli del Taro, Ceno, Aveto e Nure) e attraversato il monte Martincano, toccate le cime del monti Maggiorasca e Bue, scendemmo nella conca della Cipolla, ricca di acqua e circondata da rocce di aspetto alpino. Qui allestimmo il terzo campo. Nel pomeriggio raggiungemmo il lago Nero poco sotto la cima dell’omonimo monte. Avevamo programmato di arrivare anche al lago Bino ma non trovammo il sentiero.

Il giorno seguente ci aspettava una tratta molto lunga per tornare a Bedonia. Raggiungemmo il monte Zovallo e, dopo aver toccato le pendici del Ragola, trovammo una mulattiera che ci portò a Cornolo. Da qui scendemmo a Ponte Ceno per poi salire al passo di Montevacà, dove una mulattiera, che passava da Bossi e Roncole, ci portò a Bedonia. Il nostro primo “Giro dei Monti” era così concluso. Il sogno si era avverato.

Nei tre anni seguenti ripetemmo l’escursione, sia con altri compagni di viaggio sia riducendo i campi da 3 a 2 in modo che il “Giro” venisse completato in tre giorni. Tutto era infatti più semplice, dato che ormai conoscevamo il percorso; inoltre potemmo disporre, per due volte, di un cavallo per caricare tenda, vettovaglie e pentole. Minori furono le variazioni di percorso, come una “puntata” alla Caserma della forestale del Penna da dove si può ammirare, nella sua selvaggia bellezza, tutta la rupe del Pennino. Anche per il rientro a Bedonia provammo altri percorsi come quello che, via Selvola, scende ad Anzola per salire al Segalino e, passando da Momarola, arrivare a Bedonia.

Le foto del 'Giro del monti'



9 Commenti
  1. Domenico

    Sarebbe bellissimo rifarlo oggi ma con gli stessi mezzi artigianali/casalinghi preparati allora

  2. Alessio Minoli

    Bellissimo articolo! A novembre del 2020, nel periodo del Covid, quando non si poteva uscire dai confini del comune, abbiamo fatto una cosa del genere, inserendo anche il Monte Pelpi. Anziché dormire in tenda abbiamo bivaccato nel rifugio della Comunalia di Selvola a Prato Grande sul Monte Nero.
    È stata un'esperienza fantastica che ogni bedoniese dovrebbe fare una volta nella vita.

    Abbiamo paesaggi e sentieri stupendi.
    https://www.facebook.com/1108393291/posts/10217272295855274/

  3. Isa

    Ma che meraviglia!!! Bellissimo il racconto... le foto strepitose!
    Che impressione vedere il Monte Nero quasi pelato!

  4. Veronica Galli

    Ciao Gigi, grazie del ricordo, mio papà mi racconta spesso di questi campeggi e ricorda anche che negli anni successivi si erano portati alcuni alimenti in più, come ad esempio il tonno in scatola che poi scambiavano con le formaggette prodotte dai pastori presenti sul Tomarlo per pascolare le greggi. Un altro suo aneddoto che mi ha raccontato, proprio dopo avergli letto questo racconto, riguarda un loro bivacco, praticamente avevano trovato in una prateria dei grossi covoni di fieno e li avevano usati come giaciglio per la notte… li svuotarono al centro per ricavarci una sorta di “buca” per poi infilarcisi dentro. Sostiene che era stata un’esperienza bellissima perché il fieno tratteneva il calore del giorno, così da dormire al caldo con sopra un cielo stellato.

  5. Francesca Danzi

    Penso che questi ragazzi di Bedonia abbiano poi continuato a fare questi giri. Ricordo mio cugino Franco, Ferruccio il fornaio e altri che partivano per un po' di giorni. Io ero una bambina e ricordo mia zia che un po' di pensiero lo aveva sin che non tornavano... belle le foto, Pietro e Roger li ricordo benissimo però cosi giovani non avevo mai visto immagini. Eh le foto sono proprio dei ricordi insostituibili!!!

  6. Massimo

    Bravissimo G1G1 👏👏👏
    Racconto stupendo.
    Importantissimo tramandare i ricordi dei Nostri Nonni...
    che erano veramente dei GRANDISSIMI 🤩🤩🤩💪💪💪

    PS: Quanto era FIGO mio Suocero ROGER ?
    💙

  7. Lara Rossi

    Ciao Gigi, ti ringrazio molto, e abbraccio Giulietto Serpagli, che ci ha fatto questo splendido regalo.
    Mio papà era taciturno ma spesso gli piaceva raccontare delle camminate, i campeggi, le avventure sui monti con i suoi amici.
    Guardando le foto e leggendo la lettera capisco ancora meglio che avrebbe voluto trasmetterci il valore della fatica e la soddisfazione nel raggiungere la vetta, la spensieratezza di quei momenti e il valore dell'amicizia.
    Mi brillano gli occhi....
    Grazie.
    Lara

  8. Nicola Cattaneo

    Che dire, un cosa che smuove l'anima, dei famigliari dei protagonisti (e mi ci ritrovo e commuovo anche un po'), e anche di tutti noi che abbiamo avuto parzialmente, in anni più semplici di quelli del racconto di Giulietto, seppure più complessi di questi attuali, la fortuna di vivere il Penna come era ancora almeno fino agli anni '70.

    Io sono stato Fortunato (simpatico calambour), perchè mio zio (che si chiamava appunto Fortunato), raccontava e ci faceva vivere direttamente portandoci a fare giri fuori traccia diciamo, una parte di queste avventure, e la cosa bella è che tanto amore per quei posti è tramandata a figli nipoti ecc.ra, ed è rimasta in tutti gli amici, anche se ora molti non frequentano più il Penna, e molti figli e nipoti ancora meno, ma quando se ne parla, sale ancora un qualcosa che non si può spiegare, ma che ti smuove l'anima (scusate la ripetizione).

    Io ho la fortuna di poterci andare in mtb ancora oggi molto spesso, a trovare nuovi sentieri e vecchie emozioni, oppure a piedi in situazioni diverse, e assicuro a chi non lo fa da tanto, o non lo ha mai fatto, che andare alle pendici del monte dedicato al Dio Pen... qualcosa di mistico e misterioso prende sempre... forse le anime di chi lo ha amato aleggiano ancora li... forse l'affetto tumultuoso dei due gemelli Taro e Ceno... forse... ci sarebbe una frase che copio e adeguo cambiando l'oggetto dell'amore... da un idolo del giornalismo sportivo... (Federico Buffa): "facciamo così, se non vi piace il Penna facciamo che non vi voglio neanche conoscere..." e così chiudo questo lungo e inutile commento, ma non potevo farne a meno.

    Ps. Grazie a Gigi e a tutti gli attori di questo post, compreso come detto a chi non c'è più!

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