Il Natale di una volta

I nonni di oggi erano i bambini di ieri e la loro memoria si fa così testimone di consuetudini ormai scomparse
Quanto seguirà è il racconto fatto da Maria Pina Agazzi, nell’approssimarsi delle festività natalizie, di come queste si svolgevano in un tempo decisamente ormai lontano; dopodiché la testimonianza si estenderà al “contorno” gastronomico e alle diverse consuetudini che una data così importante comportava.
Dal 16 al 24 dicembre, nei nove giorni precedenti la solennità del Natale, gli adulti erano impegnati a celebrare la Novena, mentre i bambini andavano solitamente a raccogliere il muschio (a burra in dialetto bedoniese), per fare il presepe. I luoghi più adatti per trovarlo di buona qualità erano quelli attorno a Bedonia: Rì Grande, Pansamóra, Roncunövu o au Serpaliu, luoghi che negli anni ’40 erano ancora con bellissimi prati, boschi e ruscelli, mentre le case si contavano su di una mano.

La preparazione del presepe era quasi sempre affidata ai più piccoli della famiglia, tant’è che Maria Pina ha ancora ben presente come veniva realizzato: "La capanna era fatta con sciapétte (pezzetti di legna da ardere) ricoperte di muschio argenteo, proprio come le montagne che facevano da sfondo; il ruscello e il laghetto erano di stagnola (si conserva la carta del torrone dell’anno prima); le stradine erano di ghiaia, raccolta ai margini delle strade, poiché molte non erano asfaltate. Poi c’erano le case, costruite con i tappi delle bottiglie e con quelli delle damigiane, che erano più grossi; i tetti erano in cartone pitturato con i pastelli, e dai comignoli usciva la carta di giornale arricciata per creare il fumo. I pastorelli, le pastorelle e gli animali erano in carta pesta o di gesso.
L’ultimo pezzo consisteva nella posa della stella cometa, sempre in cartone colorato di giallo con i pastelli a cera. Ecco, la Natività era così completa, e non ci rimaneva che contemplare il lavoro svolto, che per noi era un vero e proprio capolavoro
.
Volevo anche aggiungere che allora si faceva solo il presepe, poichè l'albero di Natale non era contemplato, si è iniziato a farlo solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale".

Poi, nel giorno della vigilia, in casa c’era sempre movimento. I Bedoniesi più benestanti ricevevano, subito di primo mattino, la visita del mezzadro, il dono del quale consisteva in un bel cappone, qualche bottiglia di vino, una dozzina di uova, una formaggetta nostrana, una ricotta e un bel panetto di burro. Quest’ultimo era solitamente abbellito con dei ricami plasmati con un cucchiaio: alcune di queste nostre contadine erano infatti degli spiriti artistici.

Le mamme erano invece relegate in cucina per la preparazione degli anolini, quelli di stracotto, ma quello buono, scelto personalmente dal macellaio di fiducia; dopodiché la carne la si metteva in una casseruola in terra cotta con i condimenti e un piatto con il vino rosso a far da coperchio; e lì cuoceva, lentamente, per tre lunghi giorni; la pasta sfoglia veniva poi tirata con il mattarello (la famosa macchina Imperia sarebbe arrivata dopo, così come il frigorifero per conservarli qualche giorno in più).

Finalmente arrivava il fatidico giorno di Natale: "Dopo la messa delle undici si andava a casa. Attorno al tavolo c’eravamo tutti, nessuno escluso. Si pranzava in sala, per chi ce l’aveva, nonostante fosse sempre molto fredda, poiché il caminetto o la stufa a legna, in quella stanza, erano un privilegio a favore di pochi.
Il menù era quello tradizionale bedoniese: antipasto di salumi, tutti prodotti da bravi norcini locali; poi anolini in brodo, bolliti misti e un bel cappone, accompagnato dal ripieno (bollito/avvolto nella carta velina), “salsa verde”, maionese (sbattuta a mano) e sottaceti (fatti in casa).
Per il dolce non poteva mancare il panettone,
Motta o Alemagna, il cacio bavarese, che veniva fatto indurire nella neve o sulla finestra –il più gustoso era quello preparato della Zelinda Mariani del bar Mantelli- e poi il torrone o lo straccadenti della Maria Reboli: la bottega di Baderna*, in via Garibaldi, era infatti specializzata nella produzione di torroni e croccanti, tanto da venderli anche in paesi e città limitrofe”.
 
Al termine del pranzo, sotto all’ultimo piatto, spuntava l’immancabile letterina scritta dai bambini ai genitori: “Si trattava di un foglio preparato a scuola: la maestra disegnava alla lavagna un semplice soggetto natalizio e noi, in qualche modo e con il suo aiuto, lo copiavamo e coloravamo su un foglio, tolto dalla metà del quaderno, e poi scrivevamo i nostri auguri: 'Cari genitori, Buon Natale. Chiederò a Gesù bambino di proteggervi e di farmi diventare più ubbidiente e brava a scuola.'
Dopodiché salivamo sulla sedia e recitavamo la poesiola: 'Buon Natale mammina, Buon Natale papà! La mia lieta vocina, tanti auguri vi fa. Vi prometto, di cuore, di essere buona e ubbidiente.'
C’è da dirlo: eravamo tutti felici e contenti!


* Nella foto di copertina è visibile, sullo sfondo, la casa-bottega della famiglia Reboli -attuale via Garibaldi- con lo stemma di famiglia sul portale; in primo piano Elio Lagasi, detto Bindòn, con il suo carretto per la distribuzione del pane -attuale piazza Falampo-, mentre il suo forno era ubicato nella corte interna di via Trento, oggi conosciuta come Corte di Bindòn.
La datazione della fotografia è suggerita dai manifesti appesi ai muri, indicanti il benvenuto a Mussolini, in occasione della sua unica visita a Bedonia, avvenuta appunto il 14 agosto 1926.
La foto è tratta dall’archivio di Bruno Cavalli.

Hanno collaborato a questo post: Maria Pina Agazzi |Bruno Cavalli



3 Commenti
  1. Dolores

    A Scopolo, anni '50.

    Ricordo che con mio fratello e Claudio, dopo una notte insonne per la frenesia dell'attesa di Gesù Bambino "saltavamo il letto" come capretti per vedere cosa ci aveva lasciato nelle nostre scarpette. Dalle fessure del pavimento in legno sentivamo il profumo del caffè-latte che mamma ci aveva preparato e delle pietanze della festa che erano in preparazione: anolini col brodo di gallina, patate arrostite, zabajone, "u pandusi de ca" da intingere nella "fiocca" che il nonno Giacomo aveva preparato alla vigilia con un'abbondante quantità di panna, caffè in polvere, zucchero e anice. Almeno una volta l'anno si poteva fare a meno di burro: la fiocca non poteva mancare!

    Noi bambini arrivavamo in cucina senza più fiato, sulla stufa schioppettante c'era ogni ben di dio... ma noi guardavamo il davanzale: nelle nostre scarpette i soliti regalini che avevamo ricevuto anche per santa Lucia: due noci, un torroncino e un mandarino. Poi andavamo dagli zii vicini e poi ancora, giù di corsa dai nonni, vicino la chiesa e tornavamo a casa con sei noci, tre mandarini e tre torroncini ciascuno... Ma eravamo tanto felici!

    Intorno un delizioso profumo di mangiare, di muschio del presepe, di ginepro dell'albero addobbato a festa che "u pupa" aveva portato a casa dai boschi, trascinandolo sulla neve.... e poi il profumo di mandarino.
    Da allora sono passati tanti anni, ma OGNI volta che sbuccio un mandarino mi viene in mente tutto questo, ed è come un quadro dipinto nel mio cuore...

  2. Donatella

    Anche da noi si addobbava l’albero con cioccolatini, torroni e mandarini, mentre noi bambini dormivamo la mamma faceva i dolci, la mattina di Natale quando ci alzavamo trovavamo tutto questo ben di dio e c’era una gran felicità immensa.

    I mandarini si mangiavamo solo duranti i giorni delle feste natalizie, per il resto dell’anno si immaginavano e basta

  3. Giuseppe C.

    Grazie molte per questo articolo. E' il ricordo di un mondo lontano ma non dimenticato. Un mondo sensibile, altruista e forse anche più buono. E ora chi siamo e possiamo dire che siamo ancora gli stessi ? Dove finiremo e le tradizioni serviranno ancora ? Ma nonostante i tanti dubbi voglio immaginare il meglio.

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