Il senso della Malvasia

L'evoluzione enologica parmense: quando non basta essere "Food Valley"
La vendemmia è ormai terminata e settembre è il mese più appropriato per parlare di vino. Da qualche tempo ho deciso di conoscere, in prima persona, alcune realtà enologiche che gravitano attorno alla Valtaro. Dopo la visita dello scorso anno a Carro in Val di Vara, presso la cantina “I Cerri”, è stata la volta di recarmi a Varano dei Marchesi, piccola località posta sulla dolce fascia collinare tra Sant’Andrea Bagni e Medesano, e giungere così alla “Tenuta Venturini Foschi”.

Ad accogliermi, come fosse una sorta di “benvenuto ai colli”, il frinire delle cicale, tutte eclissate tra le folte foglie di vite e i rami di secolari tigli. A condurmi qui è stato l’assaggio della loro Malvasia di Candia, la “Gemma gentile” che è vinificata in anfora: amore a prima vista, anzi dal primo sorso. Da qui la percezione e la persuasione che non tutta la Malvasia di Parma è uguale, anzi.

Da sempre i vini dei "Colli di Parma", nel panorama enologico locale e nazionale, non si annoverano come vini indimenticabili, fatta eccezione per qualche bella realtà, come ad esempio il “Callas” e il “Nabucco” di Monte delle Vigne – vini concepiti negli anni ’90 da un caro amico enologo piacentino, lo stesso che cantano gli Ex Otago: “in un vino di Giulio Armani alziamo le mani, alziamo le mani…”.

Però, a volte, capita di rimanere sorpresi e di restare con il “bicchiere in mano” a soppesarne il contenuto. È proprio il caso di questa giovane realtà, poiché la “Tenuta Venturini Foschi” è nata nel 2016 (con la prima annata nel 2019) per volontà di Pier Luigi Foschi e della moglie Emanuela Venturini: una realtà che vede, anno dopo anno, crescere i propri investimenti agricoli per portare alla luce vini che restituiranno, ne sono certo, un valore aggiunto all'intero territorio parmense.

La sua posizione è nella prima fascia collinare del nostro territorio (200 m/slm), dove qualche vecchio filare testimonia ancora l’antica tradizione enologica delle nostre campagne, anche se la produzione di allora era più rivolta alla sussistenza famigliare che commerciale.

La lungimiranza imprenditoriale della “Tenuta” – un podere biologico di 26 ettari, di cui la metà coltivato a viti – restituisce spazio anche a vitigni internazionali come Cabernet Franc, Pinot Nero, Merlot, Shiray, Traminer, Chardonnay e Sauvignon; senza dimenticare la sperimentazione dell’Ervi, un vitigno “realizzato” all’Università Cattolica di Piacenza dall'incrocio di Barbera e Bonarda-Croatina, che vedrà la messa in bottiglia, nei prossimi anni, di questa sorta di Gutturnio ottenuto direttamente dalla pianta. Affascinante, quindi, mi risulta questo volenteroso intuito di creare anche qualcosa di nuovo.

Altra caratteristica è che i vini qui prodotti vengono indicati con nomi propri, in omaggio a persone legate alla famiglia proprietaria: Gemma, Fonio, Sophia, Eos.

In cantina, per l’agognata degustazione, c’è l’agronoma Irene: “Mi piacerebbe iniziare con Sophia, il nostro Metodo Classico ottenuto con uve di Pinot Nero e Chardonnay, con un affinamento sui lieviti di 30 mesi”. Indubbiamente un’altra sorpresa: note olfattive fini, eleganti e fresche; la bolla accompagna l'assaggio con eleganza e rotondità. Sfido chiunque, in una degustazione alla cieca, a ricondurlo al nostro territorio, in quanto appare altamente in linea con altri vini “Metodo Classico” ben più blasonati.

Si prosegue poi con un calice dell'unico vino ottenuto dal vitigno che ben più si associa alle nostre colline, lo stesso che provoca spesso un benevolo conflitto con gli amici piacentini, che per storia, evoluzione e qualità hanno qualcosa da dirci: la Malvasia aromatica di Candia. "Gemma Gentile" (questo il suo marchio) è vinificata per metà della sua maturazione in anfore di terracotta dell'azienda trentina “Tava”: straordinaria e delicata l'emergenza olfattiva, sentori di frutto fresco e floreale, perfetto l'equilibrio degli zuccheri che ben si armonizzano con la freschezza del sorso.

Infine, la “ciliegina sulla torta”, ovverossia un’altra sorpresa: "Eos", un passito di Malvasia di Candia. Irene toglie dalla cella frigorifera una bottiglia, la apre, e poco dopo arriva il “vino”, prima al naso e poi al palato: una spremuta di frutta aromatica e mielosa, propria di quella frutta estiva maturata al sole, pesca, albicocca, susina… un carattere indimenticabile, proprio come quello che i migliori passiti siciliani sanno esprimere.  

Sarebbero tanti i paragoni per categoria che si potrebbero raccontare, ma è bene mantenere e condividere l'identità del vino, l'essenza del territorio; non solo: la maestria della creazione e la lungimiranza di una visione differente. Come altre realtà territoriali, le stesse che da tempo stanno creando storicità d'invecchiamento con vini rossi altrettanto interessanti, sono convinto e certo che, anche la Tenuta Venturini Foschi, sia solo all'inizio di una bella storia enologica ed evolutiva connessa al territorio parmense.

Ha collaborato a questo post:

LINK: tenuteventurinifoschi.com

Tra i vigneti della Tenuta Venturini Foschi - Foto Gigi Cavalli



1 Commenti
  1. Sonia Carini

    Il territorio valcenese non smette mai di stupire. Annoto la cantina per la sopraggiunta curiosità

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