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  • In quella notte del 15 novembre 1860

    Andiamo indietro nel tempo, a una triste pagina della storia bedoniese, a quella tragedia avvenuta durante l’inverno del 1860. Le notizie su questo infelice episodio sono poche e talvolta approssimative, mi fa quindi piacere che Giacomo Bernardi, esperto storico borgotarese, abbia cercato di far luce su quella notte di novembre di un secolo e mezzo fa.

    Prima di tutto non bisogna trascurare l'importante funzione svolta dal Seminario di Bedonia a beneficio delle popolazioni delle Alte Valli del Taro e del Ceno. Giova anche ricordare che, per oltre un secolo, migliaia di ragazzi della montagna ebbero modo di studiarvi e di sottrarsi ad un destino che li avrebbe irrimediabilmente destinati al lavoro dei campi. Attività di tutto rispetto e per nulla disdicevole, ma comunque assai faticosa e poco remunerativa.

    Il Seminario fu per decine d'anni centro di cultura: vi passarono eminenti personalità come allievi o come insegnanti. Tra i molti ricordiamo i cardinali Casaroli, Samorè, Oddi, Rossi e molti vescovi, senza dimenticare le centinaia di santi sacerdoti che hanno sacrificato le loro energie a favore degli abitanti di queste montagne.
    Nel passato, in minor misura anche oggi, gran parte dei professionisti della zona poteva vantarsi di essere uscita dal Seminario di Bedonia. Non bisogna dimenticare che ancora negli anni '50, centri importanti come Bedonia, Bardi, Albareto e Tornolo non avevano la scuola media, mentre le scuole superiori, se si esclude il liceo scientifico di Borgotaro, erano del tutto sconosciute.
    Ma non è di questi meriti, sui quali qualcuno un giorno dovrà soffermarsi, che vogliamo parlare, bensì di una terribile disgrazia accaduta nel Seminario pochi anni dopo la sua apertura. Si aprì il seminario nel lontano 1846, per opera precipua di due uomini: Don Stefano Raffi e don Giovanni Agazzi.

    Non erano trascorsi più di 14 anni, allorché, nella notte del 15 novembre 1860, la tragedia vi s'abbatté. Cominciavano i primi freddi notturni, ma le stufe ancora non s'accendevano, aspettandosi, com'era tradizione un tempo in Valtaro, la ricorrenza di Santa Caterina, 25 novembre.
    Nella camerata dei piccoli, qualcuno lanciò un'idea: accendere di nascosto la stufa, usando il carbone che si trovava in alcune casse. L'idea trovò terreno favorevole, non tanto per dominare il freddo, quanto forse per provare il gusto di far ciò che non si sarebbe dovuto.

    La stufa venne riempita di carbone poi... tutti di corsa sotto le coperte… con la valvola della stufa chiusa.
    Il mattino seguente il Rettore Marco Marchini, borgotarese, aspetta come ogni mattino, in Cappella, l'arrivo dei seminaristi. Manca ancora la camerata dei piccoli. Chiama un seminarista adulto e lo prega di salire per avvisare che è ora ci scendere in Cappella. Il giovane, dopo qualche minuto, torna talmente impressionato da non riuscire a dir parola, nonostante i ripetuti inviti del Rettore, che gli chiede di spiegarsi. Sale un secondo seminarista che poco dopo torna gridando: - Sono morti, sono tutti morti!

    Purtroppo non c'era esagerazione alcuna: l'intera camerata dei piccoli s'era trasformata in una immensa bara. Tutti morti, asfissiati: 16 ragazzi e il prefetto moralistico. Tra loro tre borghigiani: Lodovico Baduini, di anni 12; Dionigi Franchi, di anni 15; Daniele Pinazzi, prefetto moralistico, di anni 22.
    Quanto al Rettore, qualcuno più tardi scriverà che il dolore lo fece incanutire in breve tempo.

6 Commenti

  • Cri cri

    12/02/2014

    Quando ci sono questi post devo leggerli immediatamente.
    Sono sempre affascinata dalle storie del passato, anche se hanno un finale tragico come questo.
    Ho guardato le foto almeno 5 volte. Mi sembra di sentire l' odore di vecchio. La prima è quella che preferisco, mi sembra di sentire le voci di tutti questi giovani; penso: il seminario li ha salvati dal duro lavoro e magari dalla fame, ma hanno dovuto pagare, in tanti, un prezzo molto alto, senza tante altre possibilità di scelta.
    Saranno stati seri per la foto o saranno stati così punto e basta?
    Grazie a Esvaso, come sempre speciale

  • Giò

    12/02/2014

    Leggo con stupore il titolo del tuo articolo, Gigi, perché il fatto mi risulta sconosciuto. Mano a mano che proseguo sobbalza il cuore e divoro le parole immaginandomi le scene ancora prima di giungere alla conclusione. Inodore, incolore l'ossido di carbonio è un assassino fantasma.
    Mi fermo un attimo e dico una preghiera per tutti loro 17 e per i loro genitori.
    Ti sono grata per aver portato alla luce tale fatto. Ne discuterò in casa, lo racconterò a mia figlia e ai miei nipoti affinché abbiano conoscenza della pericolosità di certe azioni.

  • Remo Ponzini

    13/02/2014

    Avendo vissuto in quel luogo per circa sette anni dovrei essere qui a raccontare che cosa fosse realmente accaduto ed invece, al pari di tanti altri, ho dovuto attendere questo servizio storico per avere una visione completa su quella immensa tragedia.

    Entrai negli anni 50 ma erano tempi in cui le informazioni, sia interne che esterne, venivano sistematicamente censurate. Il seminarista viveva praticamente isolato dal resto del mondo e quello che gli giungeva o erano scampoli di notizie rivedute e corrette o qualche ciacola mormorata che sfuggiva alla rete di protezione tessuta intorno a quel ambiente.
    Anche quando si scriveva a casa propria le lettere dovevano essere consegnate aperte ed altrettanto succedeva per la posta in arrivo che veniva attentamente visionata.

    Di questo evento funesto non si doveva neppure parlarne perchè, probabilmente, si riteneva che avrebbero potuto nuocere alla reputazione di quel luogo. L'unica cosa che seppi era che i decessi erano stati sei/sette e che un seminarista fu trovato morto con una scarpa in mano vicino alla finestra... forse con l'intento di rompere un vetro. Ma anche la collocazione temporale era errata. Si indicavano gli anni trenta mentre invece il fatto risaliva addirittura al 1860.

    L'unico ambiente riscaldato era l'aula scolastica ma la legna era talmente razionata (una cassetta per tre giorni) che praticamente si viveva al freddo perenne. Era persino proibito raccogliere qualche ramo secco nei boschi per integrare la misera dotazione. Gli ambienti dove si mangiava e dove si dormiva erano privi di stufa e spesso la temperatura scendeva sotto allo zero. Andare a studiare in seminario era però un passaggio obbligato per chi voleva proseguire negli studi oltre le scuole elementari. Questo Istituto svolgeva anche un importante ruolo sociale perchè suppliva alle carenza della pubblica istruzione.

  • Arturo Curà

    13/02/2014

    Drammatico e "Bello" questo squarcio di vita non vissuta all'interno del Seminario bedoniese. Dell'evento funesto ho sempre avuto in famiglia rari brandelli più fantasiosi che reali, perduti in anni remoti, quasi una favola noir. Anni in cui non era possibile raccontare fatti di questo genere nemmeno all'interno delle famiglie: veniva sepolto tutto neanche fossero i tempi della Monaca di Monza.
    I giovani seminaristi vennero subito dimenticati? E le loro famiglie? E le cosidette forze dell'ordine insieme alle autorità eccetera?
    Una storia che disegna bene gli Istituti Cattolici di un tempo, chiusi entro i loro portoni a imparare latino e greco ma terrorizzati da ogni tipo di possibile scandalo. Sarei curioso di vedere nei vari cimiteri le tombe di questi sciagurati ragazzi per leggerne le diciture. Ma si trattava dell'ottocento, esattamente il 15 novembre, giorno della mia nascita!

  • Alberto Chiappari

    13/02/2014

    In realtà i fatti era risaputi e non certo nascosti dal clero. Infatti nello stesso libro che celebra i cento anni del Seminario si racconta dell'episodio in modo diffuso. Il libro è del 1946 e perciò ormai di circa settanta anni fa. Che la Chiesa abbia avuto i suoi torti non c'è dubbio ma dobbiamo stare attenti a leggere con le lenti di oggi i fatti del passato. In ogni caso il libro che vi mando "scannerizzato" nelle parti citate era piuttosto diffuso in Bedonia e sicuramente di facile consultazione per i seminaristi che avessero voluto approfondire la storia del loro istituto.

    * Per il testo del libro citato vedere l'allegato al post (PDF)...

  • Ornella

    24/02/2014

    Come in tutte le fasi di vita vissuta ci sono le due facce... ogni ragazzo preferiva il collegio piuttosto che andare con le mucce o falciare il fieno e tagliare la legna... ma anche chiusi fra quattro mura c'era da affilarsi le unghie per poter vivere la realtà e ve lo dice una che ha vissuto gli anni sessanta e pochi settanta che non avevano più a che fare con il 1860, ma credetemi molto duri, uguali per una bambina di 7 anni traslocata in una struttura di quel genere... o che ti fai le unghie o subisci... se la seconda... subisci per tutta la tua vita....

 

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