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  • 09
    Set

    La battitura del grano

    Quando da noi l’estate finisce, il grano è pronto e per i contadini è tempo di trebbiatura. A Fontanachiosa, nell’Alta Val Ceno bedoniese, come ormai consuetudine, è stata praticata l’antica usanza della battitura del frumento. Per chi ancora lavora la terra è uno dei momenti più importanti dell’anno, l’occasione in cui il lavoro dei campi inizia a dare i suoi frutti e dove le soddisfazioni vanno oltre misura, sempre se tutto va per volontà di Dio.
    Il periodo della “battitura”, anche per le generazioni che ci hanno preceduto, si è sempre trasformato in una giornata di festa, un appuntamento famigliare con gli amici, con gli altri agricoltori dei dintorni, un incontro gioviale tra mani esperte.

    È stato sufficiente arrivare in quel campo mietuto per iniziare un viaggio a ritroso nel tempo, in quella che fu la nostra cultura contadina e, perché no, di un cibo migliore. Li ho trovati tutti lì, a dare una mano a Diego: sopra, sotto o attorno alla sua trebbiatrice “Marinoni” degli anni ’70, avvolti da una nuvola profumata e dorata di polvere e pagliuzze (vedi video allegato). Un lavoro di olio di gomito, di braccia e di polso. Di ingranaggi, cinghie e pulegge. Tutti lì a parlare della semina e del raccolto, sudati e stanchi: "con le vite in mano e la vita sul viso”. Tutti lì, nella pausa di metà mattina, in piedi davanti ad una teglia di torta d’erbe sfornata da Marzia e a un fiasco di buon Gutturnio piacentino: bevono, scherzano e ridono sul loro lavoro.
    Una scena arcaica, bucolica, quasi immaginaria, tanto da sembrare rubata al cinema: all’Albero degli zoccoli di Olmi o a Novecento di Bertolucci.

    Il grano di montagna è più sano e vigoroso rispetto a quello prodotto su vasta scala, ne semino assieme due qualità, una antica e una di oggi, e la farina che ne esce, una ventina di quintali, è perfetta e soddisfa i nostri impieghi… sfoglia per le torte, pane e focacce”, lo ribadisce Diego, mentre accarezza alcuni covoni di spighe, legati amorevolmente come si fa con i fiori di lavanda.

    Adesso, terminata la mietitura e la battitura, arriverà l’autunno, il tempo per una nuova semina, poi la neve, il disgelo e la primavera, solo tra un anno vi saranno nuove spighe dorate a colorare quei campi e ad aggraziare il nostro palato.
    Lo saluto con un arrivederci alla sua “Merenderia” e con la consapevolezza che se vogliamo salvare il salvabile c’è da confidare in persone come Diego, in questi eroi dei giorni nostri: per un futuro migliore dobbiamo tornare alle origini, quindi al passato.

  • 29
    Ago

    Sarte, sarti e stilisti

    Inizia a far buio presto, l’atmosfera si fa giusta per riprendere a raccontare storie e con la ritrovata tranquillità post-estiva assumono tutto un altro sapore. È la volta di approfondire l'argomento dedicato a sarte e sartù bedoniesi. Così, per saperne qualcosa in più sull’argomento “Taglio e Cucito”, vado a trovare la mia solita compagna Maria Pina, visto che anche con lei si parla solo di cose belle.

    Inizia subito con una provocazione: “E fiöre d’incö e ne san gnanca tegnì l’aguccia in man”, questo per ribadire che fino agli anni ’70 tutte le ragazze sapevano cucire, ricamare, lavorare a maglia e rammendare; un àmbito di lavoro che oggi è ormai dimenticato, dove anche i verbi citati sono diventati obsoleti.

    Nella prima metà del ’900, a Bedonia operavano tante sarte da donna: Armanda Serpagli du Séseru, l’Angiulina du Frédu in Serpagli, Maria du Russu, Lina Montanari de Lisö, Maria Bernabò, Maria Lagasi du Tumèsu, a Lucétta du Péru, Maria Fiduciosi du Sevéru (anche esperta in punture a domicilio), Deisi Orsi per le spalline cucite a "Nido d'ape", Maria Moglia da Murinèra e la sorella Chiarina: quest’ultima, viste le notevoli doti creative, si trasferì a Roma negli anni ’50 per divenire un'affermata stilista, ovvero "Clara Centinaro", firma dell’Alta Moda italiana.

    Oltre alle sarte tradizionali, c’erano anche tante camiciaie (tra cui le sorelle Bergamaschi e le tre sorelle Squeri dette Du Seròn), c’era la Maria Bresadola e la famosa a Betéin-na (Elisabetta Serpagli ved. Gavaini), nonna di Peppino Serpagli, che era specializzata anche in vesti da prete, tra gli ultimi clienti l'allora giovane Don Renato Costa. Non solo, vi erano altre sarte, ma qualificate in indumenti intimi realizzati in seta e batista (filo di cotone molto sottile), tra queste l’Elsa Barozzi du Milcare, che realizzava mutande, reggiseni e sottovesti. Tutti questi capi erano realizzati e rifiniti a mano, con punti molto laboriosi e fini: in pratica, ne uscivano dei veri capi d’opera. Infine, le magliaie: queste donne lavoravano coi “ferri” e realizzavano maglie e calzettoni di lana.

    C’erano anche diversi sarti che confezionavano abiti per uomo: un certo Bergamaschi e Gigino Bresadola, nella cui sartoria lavoravano anche due giovani apprendisti, Silvio Anelli e Lino Barozzi (e il nonno di quest’ultimo, Amilcare, era a sua volta sarto nella Pieve).
    Una famiglia di sarti fu anche quella dei Verti a Ponteceno. Livio Verti (nonno dell’omonimo medico borgotarese), originario di Sant’Andrea Bagni, si trasferì in Valceno nei primi anni del ‘900. Sposò una ragazza di Illica, ed ebbero poi una femmina e cinque maschi: uno, il Dott. Luigi, divenne medico, e quattro furono sarti. Tra questi Domenico, il quale creò una propria linea sartoriale nella 5° Strada a New York. (La storia di questo sarto merita però un approfondimento, argomento che affronterò prossimamente con un articolo a lui dedicato).

    Proprio per questo alto numero di attività sartoriali, nel centro storico di Bedonia erano presenti diverse botteghe che vendevano stoffe e materiale da cucito: Mariani e Cardinali in piazza Plebiscito, Gennari in piazza Sen. Micheli, la Lisetta Serpagli in via Trieste e Pierino Camisa in via Garibaldi.

    Negli anni ’30-’40, con l’arrivo della macchina da cucire, il lavoro di tutte queste persone fu molto agevolato e velocizzato. Le macchine “a pedale” più in voga erano le Singer e le Pfaff. Negli anni '60, concessionaria della “Singer” per Bedonia era Ebe Conciatori (in foto presso la sub-agenzia che aprì ad Anzola), che per incrementare la vendita delle macchine organizzava corsi di taglio e cucito attraverso maestre-sarte inviate dalla sede di Parma. Al termine del corso era rilasciato un diploma e spesso (che era poi lo scopo del corso) le ragazze si compravano la macchina da cucire.
    Per invogliare e orientare le ragazze ad avvicinarsi al cucito, diedero un notevole contributo le suore dell’asilo, dove c’era un laboratorio di cucito e ricamo, maglia e rammendo. Questo laboratorio era frequentato da tante fidanzate che preparavano il loro corredo da sposa, ma anche da quelle ragazze che non potevano pagarsi il corso di cucito, ma che sarebbero diventate, in qualche modo, clienti affezionate della mitica Singer.

    Gli ultimi sarti attivi con un proprio “laboratorio di confezioni” sono stati Italo Errigo a Bedonia, negli anni ’80, e “Liliano” Galluzzi a Compiano, fino agli anni ’90.