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  • Ubertino Landi in Val di Taro e Val di Ceno

    È possibile che i Landi fossero effettivamente di antichissima origine piacentina e che le loro fortune iniziali fossero dovute alle attività mercantili e soprattutto bancarie, su scala internazionale; altrimenti ben difficilmente avrebbero potuto disporre dei capitali necessari per acquistare estensioni di terreno nelle montagne piacentine e nelle valli del Ceno e del Taro.
    Per ciò che riguarda Ubertino Landi non fu, infatti, un personaggio di rilievo soltanto locale; tutt’altro. Fiero ghibellino, fedele agli Svevi anche negli anni tragici della loro rovina, godette della fiducia di Federico II, di Manfredi e di Corradino; fu podestà di Bergamo, Firenze, Siena (dove portò a termine un’importante riforma degli statuti comunali), Alessandria.
    Sposò, in prime nozze, Isabella di Aragona, probabilmente legata da parentela con Costanza, figlia di Manfredi, per cui il figlio di Ubertino era chiamato da Federico III, figlio di Costanza, «Nobilis Comes Galvanus de Lando, Consanguineus, Consiliarius, Familiaris fidelis noster»; morta Isabella, sposò Adelasia dei Conti di Biandrate, altra illustre casata ghibellina.
    La sua fama è controversa, come straordinario e contrastato fu il tempo in cui visse: “Torbido agitatore ghibellino”, come lo definìsce padre Felice da Mareto, o “pio conte”, come lo dice un altro ecclesiastico, Pier Maria Campi; “una delle personalità politiche più spiccate del suo tempo” secondo quanto afferma Lodovico Zdekauer o “vulture selvaggio”, “terribile fuoruscito”, addirittura il “diavolo che soltanto diventando vecchio si fece eremita”, secondo le colorite espressioni di Francesco Giarelli; lo scomunicato che “si diede a scorrere, con più furore che mai, e ruinare con saccheggi, e incendj il paese”, sicchè “tutte di terrore e di stragi riempiva le montagne del Piacentino distretto” o “l'indefesso”, il “formidabile Conte Ubertino”, per riportare alcuni passi del Poggiali, “ornato del decoro della nobiltà e della grazia splendente dei costumi” ma così avido di ricchezza, che “si dirigeva lì dove poteva venirgliene” come ha lasciato scritto il suo contemporaneo ed avversario Enrico di Isernia; o, piuttosto, tutto questo assieme, ed altro ancora, drammatico testimone e protagonista dell'epico, travagliato e affascinante tredicesimo secolo.
    Ubertino Landi ebbe grande rilievo anche per le terre della parte alta delle valli del Taro e del Ceno, in cui consolidò fortemente il dominio dei Landi, che, dopo di lui, sarebbe proseguito, in modo pressoché ininterrotto, per quasi quattro secoli.
    Fu nominato da re Manfredi conte di Venàfro; vide due dei suoi figli catturati da Carlo d’Angiò nella battaglia di Benevento, nella quale fu ucciso Manfredi.
    Uno dei due morirà in carcere, l’altro, Galvano, ne uscirà soltanto dopo 14 anni, senza che Ubertino accettasse mai, per riaverli liberi, di passare in campo avverso, nonostante le durissime pressioni del papa piacentino Tedaldo Visconti, Gregorio X, che, per questa sua resistenza, lo scomunicò ripetutamente. E tuttavia fu uomo religioso, che fece costruire a Piacenza la chiesa di S. Francesco e, nei suoi testamenti, lasciò un ampio patrimonio a istituzioni benefiche e religiose
    Coinvolto, a Piacenza e nel Piacentino, in violenti conflitti con la parte guelfa, più volte cacciato dalla città; concluse la sua lunga e drammatica esistenza, nel mese di agosto del 1298, a Montarsiccio, piccola frazione di Bedonia, uno dei suoi rifugi più remoti ed inaccessibili.

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