88 - 16 Maggio 2022
Il lago di Compiano
Un documento storico-geologico del prof. Emiliano Mutti che illustra la presenza di un enorme lago esistito nel Pleistocene tra il paese di Bedonia e il torrente Ingegna
Che una volta ci fosse un lago nella zona di Compiano non è soltanto una voce che corre tra la gente locale tra incredulità e poco interesse. Il lago è davvero esistito tra la fine del Pliocene e la parte inferiore-media del Pleistocene, nomi che ai non iniziati dicono poco e che, in termini più comprensibili, indicano a spanne tempi valutabili da 2.5 a poco meno di 1 milione di anni fa. L’esistenza di questo lago è semplicemente comprovata dal fatto che nel lago si deposero dei sedimenti e che gran parte di questi è ancora preservata, pur se molto coperta da vegetazione, tra Bedonia e il torrente Ingegna soprattutto sulla sponda sinistra del Taro.
Questi depositi, e quindi il lago che rappresentano, figurano nelle carte geologiche ufficiali e sono anche descritti sommariamente in lavori scientifici pubblicati anni addietro da geologi dell’Università di Parma (i compianti Franco Petrucci e Giovanni Papani, tra gli altri). Fin qui nulla di particolare interesse se non la sorpresa per la scarsa curiosità geologica che questi depositi hanno suscitato nella comunità scientifica provinciale e regionale.
Pur essendo io geologo e originario di questi posti, non sono mai stato attratto da questi depositi lacustri, sapendo che ce ne sono al mondo di molto più belli da studiare ed esposti in magnifici affioramenti in Spagna, in Cina e in America, tanto per fare degli esempi. Soltanto in questi ultimi anni, e vivendo ormai definitivamente a Bedonia, ho cominciato a percepire il grande valore storico e culturale del lago di Compiano (così mi piace chiamarlo) e cercherò di spiegarne brevemente le ragioni.
La prima e fondamentale è quella che al tempo del lago viveva già Homo erectus da cui noi deriviamo. Ed è quindi probabile che questo essere bazzicasse le sponde e le vicinanze del lago. Non voglio dire che noi delle alte valli del Ceno e del Taro deriviamo direttamente da lui e che quindi sia un nostro antenato. L’uomo, dall’inizio della sua storia, è stato migrante, spinto a spostarsi soprattutto dal clima variabile, da ghiaccio, siccità, alluvioni e migrazione di prede. Il Pleistocene, con l’alternarsi di fasi glaciali e interglaciali dovette essere un periodo tremendamente difficile per gli albori dell’umanità e causa di continui spostamenti imposti dalle contingenze. No, Homo erectus di Compiano, anche se ne trovassimo traccia, è soltanto nostro antenato da un punto di vista evolutivo generale.
C’è un modo per sapere se Homo erectus sia veramente esistito sulle sponde e nei pressi del lago? E per sapere anche cosa ci facesse? Qui il problema diventa complicato ma l’esame dei sedimenti può esserne una chiave. Da quanto ho potuto osservare direttamente in una cava (ho studiato i depositi da piene fluviali per molti anni soprattutto nei Pirenei e nelle Ande) questi depositi sono principalmente il prodotto di piene catastrofiche, ossia colate di detrito innescate da intense precipitazioni, qualcosa come accade sempre più spesso oggi e che definiamo come eventi estremi legati al cambio climatico. I depositi di queste colate sono rappresentati da conglomerati, cioè da ghiaie più o meno indurite. Le stesse piene trasportavano anche sedimenti fini (fanghi) che si intercalano ai conglomerati come depositi prevalentemente argillosi. Ora la curiosità mi spingerebbe a cercare nei conglomerati resti di manufatti di questi ominidi, trasportati dalle piene assieme a ciottoli e massi.
La civiltà di quest’era, detta paleolitica, produceva apparentemente solo pietre scheggiate. Basterebbe mettersi a cercare con occhio attento soprattutto nelle cave e ciò potrebbe anche essere un divertente passatempo per qualcuno. Oltre alle pietre scheggiate, un po’ di fortuna ci potrebbe far trovare ossa dell’erectus e di grossi animali con i quali compartiva i luoghi.
L’altra storia che si può ricostruire dai sedimenti del lago è molto più complessa. I fanghi del lago contengono resti vegetali e il loro studio, assieme a datazioni assolute, potrebbe inquadrare la storia del lago in un preciso contesto temporale e quindi nei suoi rapporti con fasi glaciali e interglaciali del Pleistocene, ossia con la paleoclimatologia che ha controllato gran parte della storia degli ominidi.
Sin qui il lago, un mix di geologia e forse di antropologia, che va visto come un importante oggetto scientifico da rivalutare nell’interesse delle nostre comunità e per una migliore conoscenza della storia di queste vallate. Ma vi è un altro aspetto del lago di Compiano che, come geologo, mi preme sottolineare. Oggi si parla molto di eventi estremi che ormai possiamo considerare come in gran parte dovuti al surriscaldamento del pianeta prodotto dalle emissioni di gas serra. Questi eventi estremi si traducono in fenomeni come aumento generalizzato delle temperature, ondate di calore, siccità e incendi, scioglimento delle calotte polari, innalzamento del livello marino e alluvioni sempre più intense e frequenti. Il vecchio lago di Compiano è un modello per capire meglio un grande dissesto idrogeologico attraverso eventi estremi e per farsi un’idea di quanto probabilmente potrebbe ancora accadere in futuro anche dalle nostre parti.
Credo che il lago si sia formato per lo sbarramento creato da una grande frana staccatasi a settentrione, a nord e nord-est dell’attuale paese di Strela. E’ quindi un lago da sbarramento per frana. Dopo intensissime precipitazioni la frana mobilizzò grandi volumi di rocce prevalentemente argillose, già deformate e indebolite dalla tettonica appenninica, che scesero a valle sbarrando, circa all’altezza degli attuali torrenti Gotra e Ingegna, una depressione valliva a orientazione Est-Ovest. La depressione cominciò a riempirsi d’acqua e questo fu l’inizio del lago probabilmente alla fine del Pliocene. I primi depositi sono relativamente fini suggerendo una situazione climatica relativamente normale.
Al tetto di questi primi depositi, dopo una probabile riattivazione della frana o una fase di deformazione tettonica (**), il lago inizia a riempirsi attraverso colate di detrito catastrofiche innescate da un brusco aumento delle precipitazioni. Quanto tempo siano durati questi fenomeni non lo sappiamo con precisione. Per capirlo non rimane altra via se non quella di mettersi a studiare meglio questi depositi. In via ipotetica, e secondo quanto mi è parso di capire leggendo articoli generali sul clima pleistocenico (***), la fine del lago potrebbe forse corrispondere all’inizio delle grandi glaciazioni nelle Alpi, circa 870.000 anni fa, con associate variazioni del livello del mare di oltre 100 metri di ampiezza. Quando si sviluppano i ghiacciai il livello del mare si abbassa (l’acqua va nei ghiacciai), per risalire poi quando essi si sciolgono nei periodi interglaciali (l’acqua torna in mare).
In Geologia vige sempre l’adagio che “il presente è la chiave per capire il passato”. In certa misura ciò è vero, poiché i processi fisici e chimici rimangono gli stessi. Sono però l’intensità e la frequenza di questi processi che cambiano nel tempo e ci obbligano a considerare anche il contrario. Se in un futuro molto vicino, forse anzi vicinissimo (alcune generazioni?), le precipitazioni dovessero aumentare di intensità, come certo accadrà, il fenomeno “Compiano” potrebbe ripetersi attraverso cedimenti franosi dei versanti e inondazioni da piene, creando così immensi disastri idrogeologici che vedranno i nostri posteri, purtroppo per loro. A meno che una guerra nucleare spazzi via tutti prima, per nostra stupidità.
* Socio onorario della Società Geologica Italiana e della Geological Society of London.
** Le deformazioni tettoniche sono causate dagli sforzi cui sono soggette le rocce e che si traducono in fratture (faglie), ripiegamenti e traslazioni delle stesse.
*** Chi fosse interessato ad approfondire il problema può contattarmi al seguente indirizzo: emiliano.mutti@unipr.it
Ringraziamo Stefano Orsi per la collaborazione grafica delle immagine allegate.
Nicola Cattaneo
16/05/2022Che dire, Emiliano Mutti (Milanetti) è una vera fonte di Vanto per la nostra Comunità, e come spesso accade, non abbastanza "riconosciuta". Questa ricerca e questo scritto ne confermano la competenza e la qualità anche didattica di quanto fa, peccato non avere qualcuno che possa decidersi ad organizzare qualcosa, che sia un convegno di settore, o un premio, o altra inizitiva, che potrebbe correttamente dargli il merito che ha e mostrare ancora una volta, il suo ruolo all'interno della comunità scientifica.
Complimenti Milanetti!