Ci sono immagini che hanno il potere di riportarti indietro nel tempo in un solo istante. A me è successo oggi. Ho visto due ragazzini con le ginocchia graffiate, uno le aveva ancora rosse, l’altro già con la “crosta”, erano entrambi i segni di una recente caduta. Una scena normale, direte. Eppure mi sono fermato a guardarli, perché erano anni che non vedevo quei “segni”. Quei graffi mi stavano raccontando un'infanzia “libera”, vissuta all'aria aperta, fatta di corse, rincorse, biciclette, palloni e qualche inevitabile caduta.
Ero io. Eravamo noi, erano i bambini degli anni Settanta.
Si giocava nella contrada o in piazzetta fino a quando calava il sole. Lì le porte erano quelle dei garage o dei portoni, che ormai facevano parte del campo da gioco senza averlo mai deciso. Fino a quando dalla finestra arrivava puntuale il richiamo: “Vieni su che è pronto!”. Il pallone rotolava ancora per qualche minuto, ma una volta recuperato finiva stretto sotto il braccio, mentre si rientrava a casa sudati e affamati.
Anche la bicicletta era il nostro mezzo di trasporto e di libertà, parcheggiata accanto alla porta, ma solo per il tempo necessario di mangiare. Poi giù per le scale e via di nuovo. Le ginocchia sbucciate erano quasi una medaglia. Bastava un batuffolo di cotone intriso d'alcol – che bruciava terribilmente – e dopo pochi minuti eravamo come nuovi, già pronti a raggiungere un mucchio di sabbia per dare una “pinghella” alle biglie con dentro i corridori.
Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. Dalla fine degli anni Novanta le strade si sono praticamente svuotate. I bambini hanno iniziato a vivere un'infanzia-adolescenza sempre più organizzata, protetta e competitiva. La bicicletta è rimasta spesso confinata al cortile o al parco della Peschiera, il pallone si è spostato al Breia, ma in modo più organizzato, mentre giochi come nascondino o suonare i campanelli, sono diventati ricordi da raccontare sorridendo durante una cena tra amici.
Per questo oggi quei graffi mi hanno colpito. Perché quei due bambini non erano figli di amici o conoscenti. Erano due bambini pakistani. Li vedo sempre più spesso per le strade di Bedonia. Vanno e tornano da scuola non accompagnati, li vedi fare la spesa per la famiglia, girano in bicicletta da soli, giocano a pallone in uno spiazzo qualsiasi, inventano giochi con quello che trovano. Nessuno urla a sproposito, sorridono. Anche nel piazzale di San Marco si ritrovano a giocare a baseball decine di ragazzi, tutti con animo tranquillo.
Quei gesti semplici, quella libertà spontanea, quel modo di vivere le strade bedoniesi appartenevano alla nostra infanzia, mentre oggi sembrano sopravvivere soprattutto nei bambini arrivati da altri Paesi. È come se una parte della nostra memoria fosse passata di mano e, devo ammetterlo, questa cosa, da un lato, mi fa piacere; dall'altro, fa riflettere.
Non è la solita nostalgia del “si stava meglio prima”. Ogni epoca ha i suoi pregi e i suoi limiti, e nessuno vorrebbe rinunciare alla sicurezza, alle opportunità e alle comodità di oggi. Però... un po' di malinconia rimane. Quelle ginocchia rosse non erano soltanto il segno di una caduta. Erano il simbolo di un'infanzia vissuta con meno timori e più libertà, senza paura di sporcarsi, di cadere e di rialzarsi, soprattutto senza dare la colpa a qualcun altro o considerare che lui è meglio o peggio di me.
Paolo Grisenti
03/08/2026A volte dopo magari 10 giorni che lentamente giorno dopo giorno ti levavi un pezzettino di crosta.
Cosa succedeva ??? Ricadevi ancora sullo stesso ginocchio...