Spagna - La Palma

post commenti

Febbraio 2012


Prima di un mese fa non sapevo nemmeno che nome avesse o meglio, che si chiamasse così una delle sette isole che compongono l’arcipelago delle Canarie. Dopo aver visitato Lanzarote nel 2006, questa è stata l’occasione per visitare La Palma, la più esterna delle sette, immersa nell’Atlantico, all’altezza del sud Marocco.
Andrea ha prenotato una casetta meravigliosa, su di un promontorio con vista sull’oceano ed esposta a est… non so se per forza o per destino, ma sono persino riuscito a fotografare la mia prima alba! 

Sull’isola non sono presenti hotel, il soggiorno è affidato quasi totalmente a queste case rurali, tutte ristrutturate con l’aiuto di fondi pubblici, ma gestite dal privato, in modo da suddividere il reddito turistico tra la popolazione che ha deciso di investire nel settore, in pratica da chi ha deciso di non emigrare e di sfruttare le potenzialità della loro terra.

Appare subito chiaro che è un’isola orientata al turismo sostenibile e gli investimenti, fatti e in atto, sulle infrastrutture sono davvero stupefacenti. Questi investimenti sono tutti cofinanziati dalla Comunità Europea, probabilmente perché l’isola, vista la straordinaria ricchezza naturale e di parchi, è stata dichiarata dall’UNESCO “Riserva della Biosfera”.
Anche questa isola è di origine vulcanica, infatti sono sparsi un po’ ovunque dei crateri, ma a differenza di Lanzarote, nera e brulla al 100%, è di un verde rigoglioso. A dar man forte al paesaggio, fitto di boschi di conifere e mandorli, è la coltivazione intensiva del banano, ovunque penzolano quei grossi caschi gialli, oltre a qualche piccolo appezzamento destinato all’arancio… e raccoglierle davanti casa per farne la spremuta mattutina non aveva prezzo!
I turisti che s’incontrano sulle spiagge o lungo i sentieri sono tutti tedeschi e ci vuole poco a capirlo, soprattutto per gli irrinunciabili bagni in mare nonostante la temperatura non fosse ottimale, il temerario Buran era riuscito a scombussolare il clima fino a quella latitudine, in quota avevo persino trovato le strade ghiacciate e sul vulcano più alto la neve.

Nel resto dell’isola si respira un po' di aria retrò, ma in senso positivo, per capirci è quella che si viveva anche da noi nei piccoli paesi, fino agli anni settanta, tant’è che è bello vedere ancora vive vecchie tradizioni popolari, come ad esempio gli uomini anziani camminare con camicia a quadri e basco, con il sacco di juta sulla spalla e con la roncola al passante dei pantaloni, oppure essere svegliati dall’auto delle pompe funebri che annuncia al villaggio, tramite gli altoparlanti, che è morto il tal dei tali e che la funzione si svolgerà il giorno dopo.
Una menzione particolare va alle bellezze delle chiese e alla tipicità delle case, una più caratteristica dell’altra, queste ultime dipinte con i colori attinti dalla vicina Africa: giallo, rosso, blu, verde… ogni angolo cittadino e ogni paesaggio sembra rappresentare l’armonia di un quadro naif. 

L’isola non è grande (il triplo della nostra Elba), tant’è che ogni sera pensavo di aver raggiunto il capolinea, invece bastava ripartire al mattino per scovare altre realtà incantevoli e così diverse tra loro da rimanerne ogni volta stupefatto.
Solo percorrendola da cima a fondo, curva dopo curva, tra spiagge, sentieri e strapiombi si riesce meglio ad afferrare l’appellativo con cui è conosciuta: “La Isla Bonita”.