Il Po a Mezzani

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Mezzani 18 novembre 2014

La piena del Po l’ho guardata dall’argine maestro di Mezzani, un punto dove si divide la realtà dalla fantasia, ma si incontrano la terra, l'acqua e il cielo. Da là sopra non esistono più regole o confini, il fiume è dappertutto, tra i pioppeti, nella stalla, sopra ai fienili, fin dentro le cucine.
Calma piatta e un odore di terra bagnata. Niente cani che abbaiano, niente rombi di trattori, solo qualche anatra confusa dentro a quell’immenso specchio d’acqua e i rintocchi di un campanile lontano. Accanto a me gli abitanti di quelle terre, i contadini, gli stessi che hanno lasciato le case golenali e spostato vacche, oche e galline per lasciare spazio al Po.
Nessuno che si lamenta, parlano del loro fiume con orgoglio, quasi fosse una divinità da adorare e rispettare, nonostante l’inclemenza di questo frangente: “Ogni tanto capita…”.
Altri si chiedono se questo sarà il limite massimo o se crescerà ancora, alle tre del pomeriggio il livello dell’acqua lasciato sui muri delle case è stabile, non c’è ancora traccia di “ritiro”.
Un signore anziano, in camicia di flanella e maniche fatte su, spiega a dei ragazzini meravigliati, è la loro “prima piena”, che questa è poca cosa in confronto all'alluvione del 2000 o di quella del secolo, quella del ’51: “Dopo quell’anno, chi abita in golena, tiene una barchetta al primo piano, sotto al letto e quando l’acqua arriva bisogna fare solo una cosa: salirci sopra lasciando lì quel poco che c’è”. Tutti la prendono in ridere.
Questa è gente della bassa, con le loro concezioni e le loro logiche, incomprensibili per un montanaro, inutile comprenderle.