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  • 22
    Giu

    Bedonia: il paese degli alberi che scompaiono - V Atto

    Sei tigli morti o agonizzanti non fanno notizia. Non sono nemmeno degni di una foto su Facebook, a differenza di altre che, se pur di normale ammistrazione, stimolano più facilmente il compiacimento. Eppure questi alberi, oltre a essere un bene pubblico, rappresentano anche una valenza culturale ed emozionale per i bedoniesi, grazie anche alle piacevoli sensazioni che il loro caratteristico profumo d'estate, o di “Madonna di San Marco”, in essi suscita. Fragranza annualmente ricorrente grazie all’impianto di centinaia di tigli, avvenuto nel primo dopoguerra, che andava a coronare ed abbellire il nostro paese. Numero, oggi, drammaticamente ridotto dai frequenti, a volte magari anche necessari, tagli e dal non rimpiazzo degli alberi eliminati.

    Una conservazione attenta e responsabile degli alberi del capoluogo, per lo più tigli ed ippocastani, non sembra proprio essere, e da sempre, una priorità per chi amministra la cosa pubblica locale. I recenti altri tagli in via Divisione Julia e viale Europa lo dimostrano. La gestione del verde pubblico, da parte delle Amministrazioni che nel tempo si sono succedute, non riceve infatti la sufficiente attenzione, proprio come dimostrano i quattro post scritti su questo stesso argomento nel corso degli anni e che sono tutti qui da leggere.

    Nonostante, in questo anno, mi fossi ripromesso che avrei fatto parte del gruppo nel quale ricade la stragrande maggioranza dei Bedoniesi, ovvero quello del “I se rangeran” (che hanno ragione, perché si vive molto meglio), popolare categoria di indifferenti/menefreghisti che tutto ti concedono, ma fino al momento in cui non gli tocchi il proprio orticello, in questo caso ho deciso di esprimere la mia idea. Sì, perchè a questi tigli c’ero particolarmente affezionato Ricordo pure la persona che li piantò (per volontà del Sindaco Cattaneo), perché quel giorno ero lì nella "Breia": lui con la vanga in mano e io con il pallone sotto al braccio. Eravamo alla fine degli anni ’70.

    In realtà, la sopra menzionata ultima “perdita”, ha qualcosa di piuttosto strano e singolare, che avrebbe dell’incredibile, se non fosse invece tutto tristemente vero: si mette in essere un’opera pubblica e, dopo qualche mese, nel contesto di quello stesso cantiere, tutti gli alberi antistanti seccano. Da una parte si abbelisce e dall’altra si deturpa. Un po’ più di accortezza, sensibiltà e prudenza sarebbero state indispensabili, da parte di tutti, impresa esecutrice ed Amministrazione appaltante i lavori.

    Ho fatto un sopralluogo per avere un paio di pareri e andare così oltre alla mia semplice convinzione. Pure altre persone, ben più competenti di me in materia, concordano: “Un albero può seccare, tutti e sei insieme è assai improbabile, a meno di un qualche evento sfavorevole esterno. Anche la metodologia errata dell’ultima potatura non li ha certamente aiutati”. Si riprenderanno? Speriamo.

    Se ben ricordo, il cantiere è aperto dallo scorso anno. Suo scopo era di rimuovere il vecchio intonaco dal muro del ponte, logorato dall’umidità, per posarne uno nuovo, più adatto al contesto e capace di contrastare più efficacemente l’umidità di risalita. Non sarà che le acque piovane che hanno dilavato i materiali asportati dal muro, rimasti accumulati a lato degli alberi per mesi, abbiano finito per alterare la composizione chimica del terreno ed avvelenare l’apparato radicale dei tigli? Azione magari rinforzata pure dallo scarico delle acque di lavaggio della betoniera che veniva utilizzata in loco per effettuare i lavori?
     
    Qualora queste non fossero più recuperabili, si dirà, sempre se l'argomento sarà degno di interesse, che sono "solo" sei piante, che i problemi sono ben altri e che ne verranno semplicemente piantate di nuove (sempre se le caratteristiche del terreno che le ospiterà lo permetterà). Ma è fuor di dubbio che un albero di cinquanta o cent’anni non ha lo stesso valore, estetico, paesaggistico ed affettivo, di una piantina appena uscita dal vivaio. Il discorso si presta anche al recente taglio degli undici tigli in via Monsignor Checchi, che verranno poi sostituiti con altri diciotto novelli.

    Ma perché ricorrere sempre alle soluzioni più drastiche (tagliare, sostituire) e mai cercare soluzioni che includano quanto già esiste e che, in un certo qual modo, fa già parte di quello che noi siamo? Decine di anni saranno necessari per riavere alberi delle dimensioni a cui ci eravamo abituati! Anni durante i quali gli alberi scomparsi avevano affrontato difficoltà di ogni tipo. Saranno in grado le nuove piantine, anche alla luce dei drammatici cambiamenti climatici che stanno influenzando pure le nostre vite, di raggiungere le stesse dimensioni, rigoglio vegetativo e bellezza estetica di quelli che sono andati persi?

    Siamo noi la memoria degli altri, ricordiamocelo. Del resto anche il più piccolo uomo è capace di uccidere degli alberi: non possono gridare, né difendersi e neppure scappare. La loro morte è un po’ anche quella del paese e, in fondo, anche la nostra.

    P.S.
    Mi sembra già di sentire: “Perché tu, perchè io, perché noi…”. Francamente me ne infischio!

  • 11
    Giu

    Gli amici ritrovati

    In ogni casa che si rispetti c’è sempre un cassetto o una scatola dove vengono raccolti gli oggetti del cuore, a prima vista insignificanti, ma inseparabili per lo spirito di chi li ha conservati con estrema cura. Nei giorni di quarantena, una settantina per la precisione, mi sono riconquistato quella parte di tempo dedicato ai famosi “lavoretti”, quelli contraddistinti dal famoso motto “lo farò domani”… in realtà un accumulo di rimandi lungo una trentina d’anni.

    Nel caso specifico mi riferisco a delle diapositive, pellicola “positiva” strettamente legata agli anni ’80, nonché testimone di molte serate invernali trascorse tra amici… tutti lì a guardare quelle immagini proiettate su un muro o su uno schermo bianco. Così, con la necessaria dovizia e con il tempo necessario, ma quello non mancava, ho trasferito quelle immagini dal supporto analogico a quello digitale. Un passaggio indispensabile per farle uscire dall’oblio in cui erano cadute, offrendo loro una seconda possibilità, un’altra vita che andasse oltre l’oblio rappresentato dal fondo buio del cassetto.
    Oggi la condivisione delle immagini non avviene nel soggiorno o, come nel mio caso, nella soffitta di casa, ma bensì attraverso i mezzi informatici: digitale, social o blog. 

    Le immagini che seguiranno rappresentano anche gli anni della mia passione per la fotografia: le prime "visioni", il passaggio alla “reflex” e i primi esperimenti di luce. A ogni amica e amico è legata una circostanza e una storiella che ho scelto di far rivivere accanto alle immagini che li ritraggono (quattro per ogni persona), un po’ come se il tempo si fosse fermato a quei momenti vissuti, a quei giorni divertenti, a quegli anni spensierati, a quel legame che si creava tra l’obiettivo del fotografo e lo sguardo del soggetto ritratto. Allora lo specchio dell’anima, oggi della memoria.

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