Mauritius - I

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Febbraio 2003
 
Sarà stato per il clima, per l'aria satura di profumi, per la libertà che si respirava che era quasi come essere in vacanza due volte. E poi una gran luce ovunque, tanto sole, un chiarore abbagliante. La prima cosa che colpisce è veramente la luce. Il cielo è illimitato in altezza, azzurro turchino intenso, macchiato da basse e veloci nuvole bianche, di notte è crivellato di stelle e tutto capovolto, il Grande Carro sembrava rovesciato sottosopra e le altre costellazioni sembravano essere state raccolte in una mano e ributtate là, alla rinfusa, in un cielo scuro dove non ti ci raccapezzavi più.

Ricordo il primo giorno, solo poche ore prima c'era freddo, il grigio, la nebbia, l'oscurità di Malpensa. Questo mi fa saltare alla mente quando qualche tempo fa gli uomini si spostavano a piedi, a cavallo, in nave, era talmente lungo il viaggio che avevano tutto il tempo di acclimatarsi, di abituarsi al cambiamento. I panorami scorrevano lenti davanti ai lori occhi, ai loro pensieri, le scene mutavano poco alla volta. I viaggi potevano durare settimane, mesi. Oggi no. Ora, di questa progressione, non resta più nulla, l'aereo ti strappa via dal freddo nordico per scaraventarti nel caldo tropicale. Ma il vero impatto con l'isola non è stato solo attraverso il bagliore: è l'odore, i mille e mille profumi. Ancor prima di arrivare in fondo alla scaletta dell'aereo ne ero già intriso. I primi ad arrivarmi al naso sono state le piante, l'erba, i fiori, il loro straordinario profumo mi ha invaso come se se mi avessero infilato una collana al collo di fiori freschi, gialli, appena raccolti. Poi una volta che ti ritrovi a visitare i piccoli villaggi o ad entrare in quei negozietti scarni, dove ci sono tre o quattro confezioni di prodotto per ogni ripiano, le fragranze di spezie ti riempiono lo spirito: vaniglia, cannella, chiodi di garofano, pepe, curry, peperoncino, zafferano.

Tra quella miriade di spezie si riesce anche ad isolare i sentori di ceralacca, vernice, olio, o di altre sostante rare appartenenti a paesi lontani. E questi aromi diventavano ancor più affascinanti, di un più forte spessore se, come spesso accadeva, c'erano sul bancone del negozio le bacchette d'incenso accese. Ho notato una forte influenza indù in ogni piccolo dettaglio.
Questi luoghi, composti da un'unica stanza, non erano certo molto grandi, i muri color cannella, le tende viola e arancioni, un'unica persona alla cassa, i pavimenti scuri, quasi quanto la loro pelle, ovviamente sto parlando di quei negozi posti all'interno, un pò più lontani dalla costa, dai turisti, dai centri commerciali. Poi mi sono imbattuto negli ambulanti, tanti, che ai bordi delle strade offrivano la loro verdura dalla forma inusuale, per noi senza un nome, sotto ad un cielo azzurro intenso che faceva risaltare ancor di più quell'esplosione di colori vivaci, in un'atmosfera che il vento leggero del mare mescolava in un allegro girotondo. Quando passavo davanti a tutta quella mercanzia avevo come la sensazione di entrarci dentro, di farne parte, tra quel tripudio di colori mi sentivo allegro, spensierato. Ho scoperto che quasi il settanta per cento della popolazione è di origine Indù, il restante africana musulmana, fino ad arrivare ad una minoranza cristiana e cinese. Non lo sapevo. Mi sono stupito vederli convivere tutti in grande pace, nonostante gli abissi religiosi che li separano, indù, musulmani, cristiani, buddisti, non esistevano assolutamente confini, ognuno aveva il suo credo, ognuno il suo tempio, e molto spesso uno accanto all'altro. Persino i musulmani, solitamente orgogliosi ed integralisti in tutto e per tutto, coabitavano porta a porta, senza crearsi problemi o giungere a casi estremi.

E' questo mondo pacifico quello che più mi ha colpito, specialmente in questi giorni di guerra, questa conciliazione si afferrava con ancor più vigore, nella sua vera sostanza. Ma l'odore di quei luoghi ha qualcosa di più, è vischioso, corposo, ti entra dentro alla pelle per farti capire che sei lontano da casa, che sei dall'altra parte del mondo, sotto l'equatore, al Tropico del Cancro. E' un odore di corpi caldi, di pesce secco, di carne appesa ad un gancio, di alghe stese al sole o di banane acerbe, di ananas maturi, di mango dolciastri, di latte di cocco, di papaia stagionata: cose al tempo stesso ripugnanti e gradevoli, disgustose ed attraenti.

Poi sono arrivate loro, le persone del posto, quelle con la pelle scura, nate, radicate e morte lì. Sembravano fatte apposta per quei paesaggi, per quei colori, per quei profumi, per quella luce. Erano incantevoli. Bastava guardarle in quegl'occhi bianchi e profondi per percepire altri modi di vita, altre atmosfere, erano sguardi di gente serena. Vedevo grasse donne per strada avvolte nelle loro sari tradizionali, dalle mille fogge, dai mille colori: viola, arancione, giallo, azzurro e con quel punto centrale, marrone, posto tra l'incrocio dei sopraccigli, a testimoniare la loro fede, la loro illuminazione, il loro stato famigliare; bambini vestiti con la divisa scolastica, segno ancora indistinguibile delle precedenti colonizzazioni, che camminavano ordinatamente per strada in direzione della fermata del bus, molti erano occupati a mangiare frittelle o a bere Sprite; ragazzine che prima le notavi passeggiare lentamente sulla spiaggia con il fidanzatino, scarpe con il tacco e vestiti carini, e poi le stesse te le ritrovavi al tramonto sulla via di casa con il passo lungo e le scarpe in mano, veramente dolcissime e sensuali.

Tutto si svolgeva tra quelle case dalle facciate bianche o pastello, costruite spesso attorno ad un albero per sfruttarne i rami e avere così un ombra fresca sotto il portico o sul terrazzo, e dov'era sufficiente oltrepassare il cancello per essere avvolti in un'atmosfera nuova, fuori dagli schemi a cui noi siamo abituati, e dove a volte mi ritrovavo invitato ad entrare per un thè alla vaniglia, tra l'altro ottimo. Ho osservato che sui muri esterni c'era sempre un riquadro o una parte colorata di rosso, a simbolo di protezione, così come le bandierine triangolari messe ai lati dell'abitazione, idem per dei tempietti presenti nei giardini o sui balconi, ora so che sull'isola sono molto diffuse le divinità di Shiva, Krishna, Shiwana. Nei primi mesi dell'anno sono molte le ricorrenze religiose, infatti i paesi erano ancora addobbati a festa, tra una casa e l'altra scorrevano lunghi fili fatti di bandierine colorate, sembrava una ragnatela tessuta da un ragno enorme, e ai bordi delle strade si notavano gli altarini dove venivano portate a spalla le divinità, erano lì 'abbandonati', forse in attesa della prossima processione. Di questa particolare spiritualità ne sono stato veramente colpito. Poca spiaggia, gran parte del mio tempo l'ho dedicato a girare solitario in bicicletta, ho scattato un pò di fotografie in piccoli villaggi, sobborghi o paesi un pò più grandi, ma sempre alla ricerca di qualche tempio Indù dai colori sfavillanti e dall'architettura sfolgorante.

Di questi luoghi di culto induista ne ho visitati una decina, essendo ignorante in materia ho sempre cercato di avvicinarmi con il massimo rispetto, ho anche appreso che è buona regola lasciare all'esterno tutti i capi in pelle o cuoio come cinture, scarpe, portafogli; la vacca è pur sempre considerata uno tra gli animali sacri oltre ai serpenti, topi, scimmie. Non dimenticherò mai quei monaci dalle vesti arancione o verde pallido pregare sotto ai freschi porticati, le donne inginocchiate a terra intente ad infilare fiori freschi, quasi sempre gialli, in fili di canapa per farne poi collane da porre quotidianamente attorno alle divinità. Alcuni di questi luoghi mi hanno colpito per l'assenza di porte e finestre, quindi uccelli, geco o qualsiasi altro animale, compreso quello umano, erano autorizzati ad entrare, ad occupare quello spazio. Si respirava una strana aria, fatta d'aromi d'incenso, fiori freschi e di cinguettii di uccellini che svolazzavano da una navata all'altra, in quei momenti vivevo un senso di libertà assoluta. Niente paura, non ho nessuna intenzione di prendere i voti o di cambiare religione, mi basta capire e comprendere, se la vita le richiedesse, che esistono altre forme di speranza. Poi bastava che mi spostassi di qualche metro e arrivava il traffico caotico, lo smog denso come la pece, i clacson, la musica ad alto volume, dove tutti si salutano, ho anche scoperto che è il Paese al mondo ad aver la maggior densità di abitanti per chilometro quadrato (duemilioniduecentomila persone in uno spazio sette volte l'isola d'Elba).

Tra quel frastuono sentivo il respiro della città, della gente, capivo che gran parte della giornata veniva vissuta proprio lì, tra tutto quel casino fatto di carretti colmi di frutta, di chioschi accerchiati dall'intenso profumo di frittelle, di biciclette, motorini e autobus che sfrecciavano veloci come proiettili, lasciando alle loro spalle la solita nuvola nera che ti entrava direttamente nei polmoni. Era tutto in vista, si aveva l'impressione che non avevano niente da nascondere, le porte e le finestre erano sempre spalancate, in qualsiasi momento potevi sapere che programma stavano trasmettendo alla TV, se stavano mangiando carne o pesce, se bevevano acqua o Coca Cola e se avevano fatto il bucato, i passanti o i vicini di casa erano parte integrante della loro vita quotidiana. Questo accadeva quasi sempre, non dove abitava mio cugino Andrea, quella era una zona residenziale, le abitazioni erano un pò più dignitose, sempre con il tempietto nel giardino, ma con il muretto di recinzione, il prato ben tagliato e con banani, palme e mango dai rami curvati dai frutti a penzoloni.

Quando non ero in bici o in spiaggia passavo il tempo a leggere, infatti mi sono 'mangiato' sei libri in due settimane. Spesso, ma in particolar modo dopo lo spuntino del mezzogiorno, rigorosamente a base di frutta fresca, facevo la meritata 'siesta' sotto al porticato di casa con sigaro in bocca e libro aperto sulle gambe, non per molto, l'aria calda, la digestione e la lettura mi facevano scivolare per qualche minuto nel mio letto, poi al risveglio mi fermavo disteso ad osservare le tende delle finestre riempirsi d'aria, in quei momenti fantasticavo, sognavo ancora ad occhi aperti, mi sembrava di essere su un vascello portato dalle vele gonfie di vento. Mio cugino, neanche a dirlo, era sempre occupatissimo, il lavoro d'ufficio lo teneva fuori dalle otto del mattino alle cinque di sera, spesso riuscivamo a fare anche un bagno insieme, ovviamente alla luce del tramonto. e che tramonti, ogni sera colori diversi, forme diverse, intensità diverse. Nel weekend avevamo occasione di vederci di più, facevamo lunghe passeggiate o nuotavamo fino alla barriera corallina ad osservare i colori sgargianti delle centinaia di pesci che ti passavano lenti e per niente intimoriti sotto alla pancia, poi ce ne ritornavamo a casa a preparare la cena.

Mi è dispiaciuto apprendere che l'ultimo esemplare di 'Dodo' (un grosso piccione), è stato messo arrosto quasi due secoli fa dai vari colonizzatori che sbarcarono sull'isola, idem per la sorte che è toccata alle foreste di Ebano, tagliate per ricavarne mobili di pregio per le ricche e sfarzose corti dei Re francesi ed inglesi.

E' stata una vacanza diversa, molto sentita, ho appreso e portato con me tutto ciò che mi è piaciuto. Prima di partire ho chiuso il tutto in un grosso barattolo di vetro e l'ho riaperto in questi momenti, un pò alla volta, facendo uscire quel tanto che mi serviva per metterlo su questo foglio. Adesso l'ho richiuso, ed è ancora tutto là dentro, è sulla libreria lì davanti a me, tra altre centinaia di cianfrusaglie; sembra pieno d'aria, invece no, è colmo di sensazioni ed immagini, di colori e aromi, petali e conchiglie.
E' tutto mescolato insieme, per riviverle dovrò solo allentare il coperchio e sentire uscire un piccolo spiffero di quell'aria calda, dolce e profumata di Mauritius.