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  • 18
    Gen

    L'inverno più lungo


    8

    Ora se ne parlerà ancora per qualche giorno, le tre scosse di oggi faranno “notizia” e poi, ancora, le solite chiacchiere. Vivere senza una casa e tra una scossa di terremoto e l’altra è inimmaginabile. Una ogni 5 minuti, da sei mesi. Ci sarebbe da scappare, ma dove scappi? Se poi ci mettiamo anche un metro di neve, le strade chiuse, la mancanza di energia elettrica, le tende che cedono al ghiaccio e un vento siberiano che spazza via anche la più piccola speranza… allora vuol dire che al peggio non c’è mai fine.

    Occorre fare in fretta. Non c’è più un minuto da perdere. È già passato troppo tempo. Ma che il tempo sia soggettivo lo abbiamo visto tutti, in una notte sono stati trovati 20 miliardi per salvare una banca. Mi piacerebbe invece vedere che le mie tasse, le nostre tasse, potessero servire veramente a qualcosa: a queste vere emergenze.

    Qualcosa si farà anche, ma sinceramente non c’è la percezione che si stia facendo tutto il possibile, non c’è la sensazione che in quelle zone la situazione vada migliorando giorno dopo giorno, non c’è nemmeno l’impressione che la vita di questa gente sia resa più facile e decorosa. Non si nota nemmeno un riscontro tangibile verso gli agricoltori, alle loro coltivazioni e ai loro animali. Niente. Tutto come prima. Come sempre.

    Cosa abbia causato il terremoto nel centro Italia lo sappiamo bene, ma diciamolo, in questi mesi non c’è mai stata una vera priorità. Dopo la prima settimana dall’evento si è continuato a parlare di referendum e adesso si continua con la legge elettorale… argomenti che alla stragrande maggioranza degli italiani non interessano una “cippa” o comunque non li ritiene prioritari.
    Ogni giorno sprecato in chiacchiere è un giorno che sottrae considerazione e dignità a quelle persone. Governo, chiunque tu sia, bisogna passare dalle promesse agli atti concreti. Non c'è più tempo da perdere!

  • 17
    Gen

    Sant'Antonio Abate protettore degli animali


    11

    È Maria Pina a rimarcarmelo: "Ricordati che è Sant'Antonio Abate, protettore degli animali e Mercante della neve". Prendo la palla al balzo e sprono la mia "fonte storica" a raccontarmi questa ricorrenza dedicata alla benedizione degli animali e al nostro passato contadino.
    La mia narratrice fa un salto indietro, agli anni ’50, periodo in cui la festa era molto sentita e celebrata in tutti i paesini della Valtaro e della Valceno. Nonostante la vita non fosse agiata come oggi, la sagra si celebrava nel giorno canonico, si chiudeva “bottega” in modo che “padroni” e mezzadri potessero festeggiare insieme.

    Oltre alla benedizione degli animali (cavalli, muli e asini), avveniva anche quella del sale, elemento essenziale per la preparazione del mangime per mucche, pecore e maiali, in questa giornata somministrato in maniera più abbondante del solito.
    Nella chiesa parrocchiale di Bedonia non c’è una statua del Santo, ma solo un quadro in cui è presente, nella terza cappella di sinistra: così la sagra era celebrata nella vicina frazione di Roncole. Inta Pieve non c’erano più le stalle, i contadini diminuivano sempre di più, mentre le botteghe e gli artigiani erano ancor più numerosi di un tempo, e la classe sociale mutava.

    In questa giornata i maniscalchi della zona sospendevano il lavoro per ricordare il Santo Patrono degli animali domestici e si recavano a Roncole, a Drusco, a Santa Maria del Taro o in quei paesi dov’era presente la statua del Santo (ad Anzola fu collocata successivamente), mentre i più benestanti, tra questi anche mulattieri e piccoli proprietari agricoli, si recavano a Chiavari con il loro “biroccio”.
    Gran parte dei maniscalchi di Bedonia facevano parte delle famiglie Serpagli: u Custantinu de Ninón, u Pierinu du Löö, u Gigéttu de Ninón, u Giginu du Verègu, tutti abili artigiani che trasmisero la loro arte ai figli e a diversi apprendisti che poi si misero in proprio.
    In questa giornata non si sentiva battere il ferro nella “Contrada” (i ferê avevano la loro officina in via Vittorio Veneto), perché questi si trasferivano nelle osterie dove poi risuonavano canti tradizionali e voci cantilenanti dei giocatori di morra: “quatter!… dui!… cis!… morettina bella!”.

    A Roncole, nella giornata del 17 gennaio, le due messe erano ufficiate dal cappellano Mons. Paolo Groppi, una al mattino alle 8, detta “Messa bassa”, a cui partecipavano le donne di casa, mentre la “Messa grande” era alle 10, e qui invece partecipavano uomini, ragazzi e bambini. Nel pomeriggio, dopo il Vespro, avveniva la processione con la statua del Santo, la benedizione degli animali e quella del sale. Al termine del corteo, i fedeli si radunavano sul sagrato della chiesa, dove iniziava “l’incanto”: una sorta di asta presieduta da Vittorio Elmare detto u Püpà, già orsante, abile oratore e fabbriciere dell’oratorio di Roncole, il quale presentava e decantava la merce donata dagli abitanti di quel villaggio, solitamente galline, conigli e formaggette. In pochi minuti tutto andava esaurito e il ricavato andava alla cassa dell’oratorio. Dopo la cerimonia si ospitavano i presenti presso le varie abitazioni, offrendo torte salate, del buon vino nostrano e dolci appena sfornati.
     
    Ancora oggi la ricorrenza è celebrata a Bedonia e ad Anzola nella giornata canonica, mentre a Roncole ricade la domenica successiva.
     
    Nelle foto allegate si può rivivere la benedizione degli animali avvenuta nel 1978, grazie alle bellissime e rare immagini scattate da Lino Barozzi dinanzi al sagrato della parrocchiale di Sant'Antonino.