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  • 17
    Gen

    I matti di Volterra

    Di “matti” non ne ho visto nemmeno uno, eppure mi è sembrato di “vederli”. Erano tantissimi. Sto parlando dell’ex manicomio di Volterra, in pratica un piccolo paese dentro alla città. Le tante storie che ho ascoltato e i segni indelebili del suo sventurato passato lo fanno sopravvivere ancora oggi, nonostante sia chiuso dal 1975. La decadenza dei padiglioni e lo stato di abbandono di tutta l’area è veramente inquietante. Impossibile non percepire ciò che accadeva là dentro.

    L'Ospedale Psichiatrico di Volterra ebbe origine nel 1888, ma fu il notevole ampliamento del 1902 a farlo diventare il manicomio italiano più grande: 4.800 gli internati provenienti da tutta Italia. La struttura cessò la funzione nel 1978, anno in cui la Legge 180 “Basaglia” pose fine all'esistenza dei manicomi. È solo da quel momento che una persona con disturbi è stata considerata prima di tutto un essere umano e non un “matto” o uno “scemo di guerra”, questo il nome affibbiato ai reduci.

    Il manicomio è un luogo che non ha colori. Tutto è spento. La stanza bianca era larga 4 passi, con un letto bianco, una sedia bianca, una finestra rettangolare con le sbarre bianche, ovviamente tutto realizzato in ferro. Gli uomini da una parte, le donne dall’altra. Poi ulteriormente separati: quelli puliti e quelli sudici, quelli consegnati all’interno e quelli sconsegnati liberi per il giardino, infine i pericolosi, gli innocui e i criminali.

    Gli internati non erano solo malati di mente, ma inviati lì dopo una denuncia per disturbo della quiete pubblica, oltraggio a pubblico ufficiale, uso eccessivo di alcool, donne fatte ricoverate dal marito per tradimento o gelosia, ma anche omosessuali, disabili e “poveri cristi”, spesso indicati all’autorità dal medico del paese dietro segnalazione di un sindaco, prete, maresciallo o farmacista. Molte di queste persone entravano “normali” e uscivano “sceme”.

    Tempi scanditi da colazione, pranzo e cena. C’era chi si sedeva sulla panchina da mattina a sera, chi si aggirava trascinando il proprio peso, chi invece grattava i muri con la fibbia della cintura creando vere opere d’arte, Oreste Fernando Nannetti ne è la dimostrazione, altri invece, magari gli abili o i normali, potevano lavorare per la struttura, gratis ovviamente. I casi gravi invece venivano legati al letto, trattati con l’elettroshock o utilizzati per la “scienza”, anche se la destinazione di molti si concludeva a San Finocchi, il “Cimitero dei matti”, come lo chiamano a Volterra.

    Ora vi starete chiedendo il motivo della visita a questo luogo infausto, plausibile domanda, vi posso perciò dire che quel giorno non ero il solo a mostrarmi interessato a conoscere cosa accadeva in quelle stanze: per tre giorni, dalle 10 alle 15, ad ogni mezz’ora, 25 persone venivano guidate attraverso quegli ambienti. Le visite sono organizzate dall'Associazione "I luoghi dell'abbandono" e gestite con l'aiuto di "Inclusione Graffio e Parola di Volterra", una Onlus che rivolge i proventi al recupero culturale dell'ex manicomio.

  • 11
    Gen

    Quell'aria di gennaio

    Da questa mattina, ma per tutto il giorno, per le vie di Borgotaro, si sta vivendo una situazione paradossale, la stessa di sempre, quella che viviamo da un anno a questa parte: c'è puzza.
    Cosa ci sia nell'aria, purtroppo, nessuno lo sa ancora, tranne quelli che sostengono che sia solo l’olio delle patatine fritte. Una cosa però è certa, te lo può dire anche un bambino: non è aria pura, respirabile come dovrebbe essere. Mal di testa, bruciore agli occhi e nausea non fanno presagire il meglio.
     
    Ho appena segnalato ad ARPAE, per l'ennesima volta, questa situazione da terzo mondo, nessuno richiama, solito immobilismo e solita risposta automatica: “Nel ringraziarla per l'informazione inviata, Le confermiamo che tutte le segnalazioni pervenute in merito, questa inclusa, verranno utilizzate per cercare di individuare possibili soluzioni del problema”.
     
    Qui a Borgotaro si sta vivendo una situazione dove nessuno sa niente e dove nessuno sente niente. Bè, quasi. Per fortuna le persone con il naso e il cervello al loro posto ci sono ancora e per quel che possono si fanno sentire. Si sta vivendo un contesto che mi ricorda tanto il profondo sud, quello del “non vedo, non sento, non parlo".
     
    In questi ultimi giorni, nonostante l’odore sia evidente, persistente e denso, ci sono ancora persone che ritengono che sia “normale”, poi ci sono quelle che fanno finta di non sentire e quelle che non lo sentono nemmeno se ci infili la testa dentro al camino. Chissà poi perché? Ma dal tuo silenzio cosa ti aspetti in cambio? Parlo proprio a te, respiratore atipico; proprio a voi, politici navigati.
    Ma tutta questa gente del Borgo non avrà un minimo dubbio, non considererà la propria salute, non avrà un figlio o uno straccio di nipote a cui pensare e a cui donare un futuro migliore?