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Très chic



La ghiacciaia

Un antico manufatto, precursore del frigorifero e oggi in decadenza
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La ghiacciaia
Pare proprio che non ci sia più nulla da fare. Lo stato in cui versa l’antica ghiacciaia di Bedonia non è dei più confortanti: invasa dai rovi e con la sommità crollata.
Sono certo che molti la ricorderanno quand’era intatta, quando quella "Protuberanza" ricoperta di terra sporgeva in mezzo al prato, alle porte del paese, davanti al "Cristo".
La ghiacciaia è una vecchia costruzione in pietra, risalente all'ottocento, che serviva a mantenere il ghiaccio per tutto il periodo dell’anno, principalmente per i bar del paese e a conservare cibi deperibili, tra questi la carne (vedi ganci in ferro) e l'ultimo "gestore" ad utilizzarla è stato Mario Felloni, titolare di una rivendita locale di vini, liquori e "Gazzose", queste ultime di sua produzione.
Questo manufatto è rimasto inalterato fino a una ventina di anni fa, ma con il crollo della cupola è iniziato il vero degrado. Ricordo quando la frequentavamo da bambini: “pila in mano e cuore in gola”… esplorarla e scendere nella stanza interrata era considerato un gesto valoroso e da veri esploratori.
La struttura originaria, molto simile a un igloo, era a forma circolare (10 metri di diametro), con la copertura a calotta e costituita da due stanze, di cui una scavata nel terreno (profonda 3 metri). Al centro della stanza di superficie un foro (1 metro), ancora oggi visibile, utilizzato per gettare la neve al piano sottostante e raffreddare nel contempo anche l’aria della stanza sovrastante… in pratica un precursore del frigorifero/congelatore con le celle a differente temperatura.
Per costatare le condizioni della struttura non potevo che chiedere aiuto a Giacomino, da sempre “dirimpettaio” e premuroso conoscitore di quel luogo, il quale, con la dovuta cautela, è andato a verificare ciò che rimane della ghiacciaia.

Lino Barozzi fotografo

Pochi lo sanno, ma Lino tra il 75 e il 79 fu preso da una vera propria passione per la fotografia
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Lino Barozzi fotografo
È domenica pomeriggio e lo trovo già sprofondato dentro la poltrona, come ovvio, non potevo trovarlo altrove. E' in "pole positions", intento a guardare la sua Fiorentina.
L’appuntamento con Lino è nella sua casa di Momarola, quest’estate mi aveva promesso di farmi vedere le foto che scattò tra il 1975 e il 1979, le stesse che sviluppò nel bagno di Via Garibaldi, quando ancora abitava con la zia Elsa.
Che Lino avesse questa passione non era per me una novità, lo ricordo bene quando da bambino lo vedevo scattare fotografie durante le manifestazioni, al Groppo, al Breia o per le vie di Bedonia. Magari pochi lo sanno, ma Lino, in quegli anni, fu preso da una vera propria passione per la fotografia, avventura che iniziò (e finì) con una Mamiya 35 millimetri, un acquisto suggerito da un vero genio della fotografia, Sergio Ferrari.
Senza perdere d’occhio il teleschermo va in camera da letto per tornare con una carpetta rigonfia di fotografie, quindi si risiede lasciandomi in mano quelle sue “testimonianze” in bianco e nero. Così, una dopo l’altra, mi sono passate tra le mani un centinaio di immagini… meraviglia e stupore sono certo si potessero leggere nei miei occhi. Quei suoi scatti mi stavano raccontando uno spaccato di vita bedoniese: persone, episodi e spettacoli stavano piacevolmente riaffiorando, esattamente come si comporta la carta fotografica dentro all’acido di sviluppo.  
Appagato da un lato e amareggiato dall’altro, sapevo bene che quelle foto da lì non sarebbero uscite. Messo al corrente dell’uso che ne avrei fatto, prende tempo e mi guarda perplesso, dopodiché mi fa una proposta: - Prendile, ma quando torni portami il film di Fellini “La dolce vita”. Non poteva andarmi meglio.

L'Appennino ritrovato di Emanuele

Pubblicato un nuovo sito internet dedicato a tutte le nostre tradizioni
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L\'Appennino ritrovato di Emanuele
- Caro Emanuele, questo ultimo periodo non lo dimenticherai tanto facilmente.
Ne sono certo perché lo abbiamo visto intervenire alla trasmissione “Sì Viaggiare” di Rai2, perché gli è stata dedicata la rubrica domenicale della Gazzetta di Parma “Gente di Provincia” e per aver raggiunto le 200 escursioni organizzate dalle Guide Ambientali Escursionistiche, di cui è Presidente.
Da questa premessa si può intuire che Emanuele Mazzadi, giovane Architetto “Made in Bedonia”, di passioni ne ha diverse e tutte legate alla nostra cultura rurale, alla nostra parte di Appennino. Proprio per queste sue peculiarità lo considero ormai una “Pietra miliare”, essenziale al nostro futuro montano.
La scoperta dei sentieri, le tradizioni delle nostre valli, il recupero dei borghi contadini, le leggende o le tecniche costruttive locali sono diventati il suo pane quotidiano e ne è consapevole: “Per recuperare gli antichi edifici bisogna conoscerne la storia, ma anche gli stili di vita delle persone che li abitavano”.
Tra tutte queste sue passioni ce n’è una che prevale, ed è quella per i mulini (ne ha riscoperto circa centoventi e di tre sta già facendo il progetto di recupero), non a torto perché sono costruzioni straordinarie, spesso inserite in splendidi contesti e simbolo dell’equilibrio possibile fra uomo e natura.
Un bagaglio culturale tale che inizialmente aveva pensato di raccogliere in un libro, ma che ora ha deciso di condividere su internet attraverso una sorta di diario di viaggio: “Appenninoritrovato.it”, un vero e proprio itinerario alla scoperta dell’Appennino tosco-ligure-emiliano, un crocevia di culture, un territorio che custodisce tesori meravigliosi, da ritrovare giorno dopo giorno.

L'8 marzo ai tempi dei decibel

Festeggiata, nonostante tutto, la giornata dedicata alla donna
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L\'8 marzo ai tempi dei decibel
C’è chi dice che la festa della donna sia una ricorrenza ormai inutile, sorpassata o solo un pretesto per passare qualche ora fra amiche, fatto è che a rinunciarci sono davvero poche, tra queste anche chi ha dovuto affrontare l’ordine del "coprifuoco", quello in vigore nelle notti bedoniesi ogni qual volta si decida di organizzare qualcosa.
Tra le diverse feste organizzate in valle, una si è svolta al ristorante “La Pergola” di Bedonia. Peccato che questa bella serata sia stata guastata dall’ormai ricorrente "ansia da rumore", sì perché anche questa volta incombeva su tutto e tutti il timore di disturbare chi va a letto dopo Carosello, sabato compreso.
Nonostante il fardello dei "Decibel" aleggiasse tra i presenti e il divieto di ballo imposto dai regolamenti SIAE (questi sì che sono assurdi e sorpassati), il DJ Michele Carpani è riuscito ugualmente a rallegrare, tenendole comunque a bada, le diverse generazioni femminili presenti alla cena. Però si sa, all’orgoglio femminile non c’è mai limite, così sono state sufficienti le prime note della canzone: "Siamo donne… oltre le gambe c’è di più" per farle alzare dal tavolo a cantare e imitare le movenze indicate dalla canzone… proseguendo poi con un altro classico musicale della serata "Non sono una signora" di Loredana Berte, dopodiché sono arrivate le 23.59 e quella loro fierezza sì è affievolita insieme al volume e allo spirito della festa… sembrava di rivivere la favola di Cenerentola dove a mezzanotte, non un minuto di più, i vestiti sarebbero ritornati stracci, la carrozza una zucca e i bianchi cavalli topini.
Per fortuna al Bar Lucia vigevano altri regolamenti, così la nottata dell’otto marzo è proseguita nel segno del divertimento e della musica dal vivo.

Remo Belli: fotografo

Un ricordo di un amico/maestro a quindici anni dalla sua scomparsa
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Remo Belli: fotografo
Sono passati quindici anni da quel giovedì mattina. La ricordo bene la telefonata di Marco, voleva dirmi che nel negozio di Remo c’era qualcosa che non andava: lampeggianti blu, medico e gente in agitazione, poi le serrande abbassate.
Parole che andarono dritte al cuore e che solo successivamente riuscii a realizzare.
In quella mattinata mi aveva lasciato nello stesso tempo un parente, un amico e un maestro.
Di tempo ne è già passato, ma sono ancora tanti i momenti in cui ricordo ciò che abbiamo vissuto e considero i suoi insegnamenti: nel valutare un chiaro/scuro di un’esposizione, nel cercare la giusta prospettiva anziché accontentarsi o nel rifiuto del flash per la luce ambiente, ma si fa anche vivo dentro al fumo di un sigaro, fumato per estremo piacere, senza considerarlo un vizio peccaminoso. La pensavamo allo stesso modo.
Era il 1980 quando lasciò il camice d’infermiere per dedicarsi appieno alla sua passione, rinunciando così a un posto sicuro per aprire uno studio fotografico (presso la ex polleria di Oscar Gallingani), nelle sue capacità ci credeva ed è anche per questo che l’ho sempre ammirato.
A quel tempo ero un ragazzino con una Zenith al collo, una macchina dal meccanismo manuale, ancora tutta da scoprire e praticamente inutilizzata, così mi convinse a scattare incessantemente, a cogliere tutto ciò che l’occhio mi suggeriva di “fermare”, tanto da regalarmi spesso i rullini e le successive stampe… per lui era questa l’unica maniera per carpire i segreti celati dentro alla pellicola: “Solo la fantasia di chi scatta può trasformare un rullino vergine in qualcos’altro”.
Oggi pomeriggio ho aperto la scatola dei ricordi e il dover rovistarci dentro ha sempre i suoi effetti... sai quello che cerchi, ma non quello che in realtà esce.

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