• 30
    Lug

    C'era una volta Mauro e il suo Euro


    20

    Non mi sento bene” lo ripeteva da un paio di giorni. Però lo diceva da sempre, passandosi la mano su quella fronte sudata. La sensazione che aleggiava questa mattina, tra la gente del mercato del sabato, era quella che ci avesse lasciato improvvisamente e inaspettatamente un personaggio illustre di Bedonia. Mauro amorevolmente lo era. Sto parlando del mitico Mauro Rossi, da tutti conosciuto come “Mauro de Mudrön”, classe 1959, ma considerato un “ragazzo”, una di quelle persone senza un’età definita. Così era e così è sempre stato.

    Non c’era bedoniese o persona che transitasse per le vie di Bedonia senza essere “bloccata” dal suo simpatico motto: “Te ghel’è in Euro?” (fino al 2001 erano 100 Lire). È proprio con questa frase che sarà ricordato, per sempre, da tutti.
    Mauro era veramente il tipico personaggio di paese, conosciuto anche da chi Bedonia la frequentava occasionalmente, particolarmente da chi viveva all’estero, erano infatti inevitabili, quanto puntualissime, le sue richieste di monete “strane” verso chi tornava al paese dopo una vacanza o per trascorrerci qualche giorno.

    I più sollecitati a donargli il famigerato “Euro” erano però i bedoniesi. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio, la domanda era sempre la stessa: “Te ghel’è in Euro?”.  
    Monetine che raccoglieva per comprarsi le sigarette, penso ne fumasse mille al giorno, per i suoi cento caffè o per comprarsi l’ennesimo orologio... Marco e Romano ne sanno qualcosa, quell’acquisto durava sì o no qualche ora… uscito dal negozio lo riproponeva al primo interlocutore di turno, ovviamente per metà prezzo.
    Altra sua passione era la squadra dell’Inter… magliette nere-blu, borsellini, portachiavi, capellini, ma soprattutto i gagliardetti, facevano ormai parte della sua persona, oggetti che esibiva con gran orgoglio.

    Oltre alle attenzioni della sorella Enrica, va inoltre riconosciuto che i bar di Bedonia hanno avuto per lui un sostegno sociale, aldilà degli operatori dell’ASL e in particolare di Gian Luigi, poiché i gestori gli affidavano quotidianamente i “vuoti” da riporre nel contenitore del vetro, una gratifica che gli offriva la possibilità di non pagare il panino o il suo bicchierone di “spuma” o di “acqua fresca”. Non solo, “Mauro de Felice” è stato un altro suo sostegno importante, una persona su cui contare, era infatti sempre nella sua ex bottega da calzolaio assieme al fratello Luigi, per due chiacchiere o per mangiare e bere qualcosa.
    Proprio con il fratello Luigi viveva ormai da una ventina d’anni (da quando aveva lasciato la sua casa al Prato), nella struttura sociale messagli a disposizione dal Comune di Bedonia, luogo da cui questa notte non si è più svegliato.

    Non ho dubbi a pensare che da oggi il paese ne sentirà pesantemente la mancanza, fondamentalmente era un “ragazzo” piacevole e che alla fine ti strappava sempre una risata. Dal Bar Masala è già iniziata una simpatica raccolta fondi: “Dona 1 Euro a Mauro” (le monete da 2 Euro non passano infatti nella fessura del salvadanaio), denaro che sarà poi destinato a un’opera benefica.
     
    Il primo messaggio che ho ricevuto questa mattina, proprio per essere messo al corrente di quanto accaduto, è stato quello delle “Gemelle”, in un solo concetto c’era racchiusa la sua essenza: “È davvero triste aver appreso di Mauro perché la sua esistenza è sempre stata una vita con la croce”.

  • 27
    Lug

    La cantatrice calva


    3

    Questa volta hanno deciso di portare in scena un classico teatrale: “La cantatrice calva”, opera del 1950 di Eugène Ionesco. Una scelta non facile, perciò una prova concreta della bravura della “Compagnia delle Pieve”. Il teatro non ti concede errori e quando capita non c’è rimedio, tutto deve filare liscio, dall’inizio alla fine. Se poi nessuno abbandona la sedia c’è anche la conferma. Nella serata bedoniese è accaduto tutto questo: "Veramenti bravi".

    I sei attori, guidati sotto la maestria di Mauro Mozzani, hanno così recitato tutto d’un fiato la storia di due coniugi, gli Smith e i Martin, di una cameriera e un pompiere.      
    I coniugi Smith siedono in un salotto “very british”: il signor Smith è immerso dentro a un quotidiano, mentre la moglie si lascia andare a un monologo di frase fatte, anche loro tipicamente inglesi. Poi suona la porta e Mary, la cameriera, fa entrare i coniugi Martin. I due entrano in scena come se non si conoscessero, scambiandosi una serie di battute paradossali, convincendosi di essere marito e moglie solo dopo una serie di circostanze e coincidenze comuni. Dopodiché entra un pompiere (donna) alla ricerca di un possibile incendio da spegnere, sconvolgendo quel “salotto” con una discussione a dir poco stravagante.

    Un modo bizzarro per mettere in luce il vero volto delle persone, l’immagine di coloro che sono incapaci di comunicare e che non riescono a dare un senso alla propria esistenza. L’ultima scena è stata invece trasportata ai giorni nostri, al tempo degli smartphone e dei social network, dove l’incomunicabilità la fa sempre da padrona.