post commenti
  • 19
    Apr

    Vi prendo e vi porto via

    Quando chiedo se le va di raccontarmi la sua storia, ma è meglio chiamarla disavventura, lo fa con una risposta che sarebbe sufficiente a non scrivere il resto, glielo leggo negli occhi: “Quello che avevo da perdere l’ho già perso”.

    Quella di Elena e la sua famiglia, un marito e due figli, è una vicenda che ti fa capire contro chi si combatte e nel contempo comprendi anche quanto sia difficile, se non impossibile, farsi ascoltare, essere creduti e far valere i propri diritti in uno stato democratico.
    Elena vive da quando aveva tre anni nella stessa casa, oggi ne ha trentacinque. Oltre tre decenni vissuti lì, serenamente, in una casa che si è ristrutturata per continuare a viverci anche dopo il matrimonio. Siamo a Tradicò di Baselica, a qualche chilometro in linea d’aria dalla zona artigianale di San Rocco, dai “camini”.  

    La famiglia vive una vita come quella di molti, anche se non proprio agevole, quella di coloro che hanno scelto di non abbondare la propria valle. Entrambi fanno i pendolari, quindi sveglia alle sei, colazione e bambini da preparare e da seguire. La figlia più piccola (5 anni) è da accompagnare all’asilo a Ghiare di Berceto, mentre la più grande (12 anni) frequenta la prima media presso la scuola di San Rocco. Poi, chi in auto e chi in treno, scendono in pianura.
    Da gennaio 2017 la loro vita è cambiata, non è più la stessa, è diventata un’odissea. Da ormai quattordici mesi sono iniziate le preoccupazioni e i disagi. I sintomi che riscontrano sono uguali a quelli di molti adulti e bambini che vivono nei pressi di quei “camini fumanti”.

    Elena e Massimiliano durante il giorno non manifestano disturbi, lui lavora a Fornovo e lei a Parma, ma quando rientrano in serata dal lavoro, iniziano ad accusare i primi malesseri: difficoltà respiratorie, irritazioni cutanee e secchezza della pelle. Anche la bambina più grande, soprattutto in orario scolastico, accusa reazioni cutanee irritative e bruciore agli occhi, specialmente al volto e al collo: “Mamma quand’è che ci porta via?”.
    Poi arriva la notte, ma non c’è pace nemmeno lì. Le ore serali/notturne sono tipicamente quelle che dovrebbero esprimere la serenità famigliare dello stare insieme, invece l’ansia si fa viva e conquista un po’ tutti, specialmente in quelle giornate quando quell’odore acre lo percepisci anche all’interno.

    Elena, accompagnata da altre dieci mamme, chiede così un colloquio al Sindaco di Borgotaro, la domanda è secca: “Ma lei riesce a dormire tranquillo?”. La risposta è inutile riportarla, già la conoscete, è la stessa recitata da più di un anno. Anche a scuola non va meglio: “Signora, in questo periodo iniziano le allergie e c’è in giro l’influenza”.
    Ovviamente non possiamo parlare di vergogna perché è un sentimento che costoro ignorano totalmente, ma qui stiamo veramente superando i limiti della dignità umana.

    A mali estremi, estremi rimedi. Dal 14 aprile scorso, tutta la famiglia, ha deciso di abbandonare la propria abitazione e trasferirsi, in affitto, a Solignano. Anche i due bambini ora frequentano asilo e scuola in quel Comune. A Tradicò resta la nonna delle ragazzine, pur riscontrando anche lei problemi respiratori, ma un affitto da pagare non sarebbe sostenibile per una pensionata.   

    Questa mattina ho chiamato Elena al telefono per avere loro notizie. Mi risponde con tono deciso e più rilassato: “Stiamo tutti bene, da una settimana non abbiamo più reazioni evidenti e il rossore è scomparso. Pensa, qui possiamo anche aprire le finestre. Però quanto potremo resistere, abbiamo anche un mutuo da pagare e ci terrei a ritornare quanto prima a casa mia”.
    Sì, a Borgotaro accade tutto questo, ma ditemi: in nome di chi o di cosa?

  • 15
    Apr

    L'amore ai tempi dei Baustelle

    Credo che la verità vada ricercata in quel quadro di famiglia. Ero piccolo e quella tela rattristava mia nonna, così passò dal corridoio alla cantina. Anche a me suscitava inquietudine, ogni volta che incrociavo lo sguardo con l’uomo ritratto. L’ambientazione raffigurata era piena di ombre, ma la luce di una candela colpiva tutto ciò che c’era di bianco: il collo della camicia, le pagine del quaderno e il teschio umano appoggiato sul tavolo, simbolo evocativo della vanità del mondo, della morte e della temporaneità della vita.

    L’uomo del quadro era serio, capelli lunghi e neri come il vestito, guardava dritto negli occhi il suo interlocutore. Compostamente seduto, con la mano sinistra intenta a sfiorare il teschio, mentre la destra gli sosteneva il mento ricoperto da una barba canuta. Forse in meditazione sull’ora della morte. Alle sue spalle un crocefisso con appesa una frase latina e uno scaffale ricolmo di libri dal dorso dorato.
    Non so che fine abbia poi fatto quel quadro. So che mi piacerebbe riaverlo, nonostante comunicasse un senso di desolata solitudine e disperata immobilità.

    Se dovessi rappresentare quel quadro in musica, oggi, più di quarant’anni dopo, lo farei accostandola a quella dei Baustelle: testi e armonia, per quell’atmosfera noir di Francesco Bianconi, all’intonazione angelica di Rachele Bastreghi o alle ombre, che non sono meno importanti della luce, di Claudio Brasini.
    È indubbiamente un gruppo formato da “gente strana”, di poche parole, ma quello che hanno da dire a suon di musica mi piace un sacco.

    La loro musica è una bellezza nascosta, quella che non ti incanta subito, ma che va scoperta piano piano, parola per parola, giorno dopo giorno, per poi assaporarla al momento giusto. Un po’ come succede con i film di Leone. I loro testi un po' retrò, impregnati di citazioni e riferimenti letterari, che entrano in testa senza afferrarne bene il senso se non dopo diversi ascolti: il bene e il male, attualità e ricordi, amore e abbandono. Parole che parlano di morte, ma per celebrare la vita.

    Anche giovedì sera li ho ascoltati “Live” a Bologna. Hanno interpretato principalmente i due volumi de L’amore e la violenza, il loro ultimo lavoro. Così dopo nove anni è tornato il momento di un album pop, piacevolmente pop, ma è altra cosa rispetto ad Amen, al passato. Non potevano fare altrimenti: la Warner cerca il “cassetto”, un po' meno le emozioni.
    I mistici dell’occidente e Fantasma, dischi orchestrali e di non immediata assimilazione, con evidenti omaggi musicali a maestri come Morricone e Battiato, rimangono per me la loro massima espressione, proprio perché nati fuori dagli schemi, perché semplicemente straordinari.
    Tornate. Vi aspetto.