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  • 20
    Feb

    Quella cautela che non c'è

    Ero indeciso se scrivere o no queste righe. Se ho deciso di farlo è perché penso che potrebbero servire a qualcosa. Quanto accaduto a Lavagna nei giorni scorsi, se pur in maniera differente, l’ho associato a un episodio avvenuto a Bedonia due mesi fa.
    Il caso ligure è quello del quindicenne suicida trovato dalla Finanza con 10 grammi di hashish in tasca e altri 10 grammi nella sua camera da letto.
    La dinamica bedoniese è il blitz delle forze dell’ordine all’Istituto Z-F. Da quanto mi risulta, in questo ultimo controllo scolastico, non è stato trovato neanche un grammo di sostanza, ma solo tracce in due zaini che l’avrebbero contenuta in precedenza.
     
    A Parma e provincia, nonostante la delicatezza del caso, se ne è parlato ugualmente e ampiamente: “Operazione antidroga allo Z-F di Bedonia”. A chi giovano questi titoli? Soprattutto alla luce del risultato negativo dell’intervento.
    Il caso di Lavagna è differente perché è stata la madre a fare la segnalazione alla Guardia di Finanza, ma ad accomunare i due casi c’è l’età dei soggetti in campo: tutti studenti minorenni.
    Fortunatamente a casa nostra non ci sono state conseguenze… però, in questo caso il “però” è d’obbligo. Poteva anche finire in altro modo. Giustificare l’anonimato non regge, viviamo in un piccolo paese e da sempre le persone sanno tutto di tutti.
    Chi è in grado di determinare la reazione di un minorenne al clamore ottenuto attraverso i titoli scandalistici dei quotidiani e delle televisione?
     
    Un’operazione come questa doveva restare circoscritta, riservata tra le parti, discussa nella sede opportuna, con la giusta delicatezza, con i giusti provvedimenti e nella maniera più indolore possibile.
    Facendo di tutta l’erba un fascio sono stati giudicati all’unisono i duecento studenti che frequentano l’Istituto, oltre a screditare una scuola che, con fatica ed impegno, anche grazie ai nuovi indirizzi, è riuscita a rifarsi un nome in tutta la provincia.
    Non voglio fare la morale o un processo alle intenzioni di altri, ma quando si trattano allo stesso modo delinquenti e ragazzi minorenni il rischio si fa serio e delicato, serve prudenza e la massima cautela, specialmente se poi finisce nel modo che nessuno si aspetta.
    Figli e canne, nessuno si senta escluso. Lavagna ha appena dato una lezione.

  • 16
    Feb

    Ugo Tagliavini "Steckli"

    La dolcezza a Borgotaro ha solo un nome: Steckli o meglio Tagliavini. Le medaglie, da sempre, si conquistano sul campo e Ugo Tagliavini “Onelio”, non è stato da meno. Persona d’altri tempi, corretta fino all’osso, di una gentilezza autentica e non per dovere. Tutti pregi che contraddistinguono il bottegaio di una volta sopravvissuto ai tempi. Dietro a quel bancone, a pesare spezie o a impacchettare bignè, cannoli, morette e diplomatiche, ce ne ha passati sessanta dei suoi novant’anni. Una mancanza che si farà sentire, non solo in paese.

    Quella della Drogheria-Pasticceria Steckli è una storia lunga, che inizia nei primi anni del novecento, quando una famiglia svizzera oltrepassò le Alpi per aprire un’attività a Borgotaro e proseguire in terra valtarese le proprie tradizioni. È loro la ricetta originale dei famosissimi “Amor”: una crema da “mille e una notte”, stretta tra due wafer a forma quadra. Oggi divenuto il simbolo di Borgotaro oltre al Porcino.
    Negli anni ’50, la moglie di Ugo, la signora Maria Zecca, fu assunta in laboratorio e lì ebbe modo di imparare il mestiere più dolce del mondo: torte nuziali di croccante, spongate, torroni e pasticcini erano il pane quotidiano. Fino a quando, nel 1958, gli “Svizzeri” decisero di cedere il passo e la famiglia Tagliavini subentrò all’attività.

    Da allora non hanno mai variato o personalizzato quanto gli era stato insegnato, una scelta vincente che ancora oggi contraddistingue la pasticceria per la qualità dei prodotti preparati ogni mattina all’alba. Anche la bottega, con i suoi profumi e i suoi aromi, è rimasta “congelata” nel tempo: la bilancia Berkel, la collezione dei liquori resi famosi da Carosello, i grandi vasi di vetro (con il coperchio d’alluminio) con dentro spumini, savoiardi, amaretti, caramelle, cioccolatini e confetti oppure quelli più piccoli con le spezie per le massaie.
    Oggi, a portare avanti le tradizioni, ma senza far rimpiangere il passato, ci sono Giovanni e Paola, eredi non solo di un nome altisonante, ma testimoni del tempo.