Un po' artista e un po' poeta
Luigi Veronelli quando scoprì Romano Levi lo definì il "Grappaiol'angelico".
L’ho visto per pochi minuti. Era lì, sorretto da un paio dei suoi devoti collaboratori, in quel cortile un po’ naif, tra muri anneriti dai vapori e dal tempo. Sì, nonostante gli ottant’anni gli pesassero come un macigno, Romano Levi era ancora lì.
Attorno a lui, vecchie fotografie che lo ritraggono insieme ad ammiratori illustri, bozze delle sue etichette, diplomi di benemerenza, articoli di giornale, quadri a olio e, ovunque, gli infiniti sguardi delle sue celebri civette in terracotta. Ciò che resta di quel passato è ancora lì, all’aria aperta, riparato soltanto da una tettoia di lamiera. Come se quelle nostalgie non appartenessero soltanto a lui, ma un po’ anche a tutti noi.
In quell’antico opificio di Neive, Romano Levi, ci vive da sempre. Prima di lui ci viveva suo padre Serafino, che gli aveva tramandato l’arte della distillazione. Da lì non si è mai mosso.
Aveva tutto il necessario per vivere: l’antiquata distilleria delle vinacce, lo studiolo dove disegnava a mano le sue prestigiose etichette, la cucina, la camera da letto. Una vita intera racchiusa nello stesso luogo.
Ricordo quando, davanti a quel cancello, si formavano file di persone. Molti arrivavano dalla Germania, dalla Svizzera, dagli Stati Uniti. Aspettavano di poter acquistare una sua bottiglia e, soprattutto, di scattare una fotografia insieme all’uomo che aveva trasformato una grappa in qualcosa di unico. Anche oggi c’è un andirivieni di gente. Ma ad accoglierla c’è il “fattore”, il suo braccio destro. E non è più la stessa cosa. In quel quadro manca il soggetto. Manca il volto. Manca l’anima.
Mi è dispiaciuto davvero vedere un luogo così intriso di passione e di storia avviarsi verso un simile, inevitabile decadimento. Ma forse non avrebbe nemmeno senso aspettarsi una continuità.
L’originalità di quel posto era racchiusa in quell’uomo, un po’ artista e un po’ poeta, che aveva fatto della sua distilleria il proprio mondo e delle sue etichette piccole opere d’arte.
Mi dispiace anche immaginare che, prima o poi, qualcuno rimuoverà le ragnatele dal suo studio. Lui le chiamava “le tende del tempo”. Quelle trasparenze che per un’intera vita hanno velato le finestre e, attraverso di esse, gli hanno mostrato il mondo, l’ispirazione per disegni, pensieri e dediche da riportare su migliaia di bottiglie - qualche anno fa ne regalò una anche a me con l’etichetta autografata. Bottiglie oggi sparse in tutto il mondo, diventate ricercati oggetti di culto.
E forse è proprio questo il destino delle cose davvero uniche: sopravvivere alle persone che le hanno create, ma perdere per sempre qualcosa della loro anima.











































ho appena letto la storia di Romano Levi... sembra una storia di altri tempi, un personaggio uscito da qualche fiaba... che meraviglia! quanto mi piacerebbe conoscere questa persona che con caparbietà ha resistito all'invasione del Mondo Nuovo per portare avanti, indisturbato, la sua passione nel suo Mondo Antico.
...bravo, bravo, bravo! Ho finito ora di ammirare il tuo lavoro in Travels/Langhe e mi son commossa nel constatare con quanta passione e sensibilità sei riuscito, ancora una vota, a suscitare in me emozioni e riflessioni sul passato e sull' "anziano" che rimarrà sempre giovane nei ns. ricordi.