Messico e Nuvole

Dal Pacifico alle montagne, con la morte che cammina accanto alla vita
Il Messico non ti accoglie in punta di piedi, si fa subito sentire. Poi ti prende per mano senza chiedere permesso, ti sorride, ti mette in bocca sapori forti e ti obbliga a viverlo per quello che è davvero. È una terra che entra in scena con la sua luce, le nuvole bianche dalle forme sinuose, i profumi e il rumore: caotico nelle città, pacato nell’entroterra. Lo stato di Jalisco, affacciato sull’oceano Pacifico, è stata la meta del nostro viaggio, mio e del mio amico Paolo.

Punta Mita è il luogo più composto. Una penisola ordinata, pensata, levigata. Resort che si inseriscono nel paesaggio senza romperlo, spiagge ampie, silenzi ben distribuiti, racchiusi in un equilibrio tipicamente “americano”.  Qui l’oceano sembra trattenersi, come se respirasse più lentamente. Le acque sono calde e ogni giorno, a pochi metri dalla spiaggia o dalla barca, decine di balene sbuffano, emergono e scompaiono elegantemente. Presenze enormi e gentili. Emozione pura, senza rumore, difficili da dimenticare.

Scendendo verso sud il ritmo si spezza. Puerto Vallarta invece non si nasconde. È una città viva, stratificata, irregolare. Il turismo non cancella la quotidianità, ci convive. La strada costeggia il mare come una cicatrice lunga e continua: murales che esplodono sui muri, venditori ambulanti, famiglie raccolte attorno al fuoco, musica che arriva da più direzioni. Alle spalle, montagne coperte di foreste; davanti, l’oceano che rimbomba. Tutto accade insieme.

Dal mare ci si allontana ancora. Una barca lascia la costa e approda a Yelapa. Un villaggio raggiungibile solo via acqua, non per scelta, ma per condizione. Nessuna infrastruttura che acceleri, nessuna urgenza evidente. Case semplici, sentieri che si perdono, una cascata che scende dalla giungla fino al paese. Qui il tempo non rallenta: semplicemente smette di avere valore. Yelapa non trattiene, sospende. E in quella sospensione, tutto sembra al suo posto.

A Sayulita, invece, l’aria profuma di mare e di caffè appena fatto. Un paese che si muove piano e scalzo. Sulla spiaggia decine di surfisti entrano in acqua uno alla volta, come se stessero onorando l’oceano. C’è da perdersi tra le stradine colorate: murales, bancarelle e sorrisi facili dei venditori. In una mano la Pacifico fredda con dentro il lime, nell’altra un cono di churros caldi e appiccicosi. Un giorno che non ha fatto rumore, ma che resterà.

Poi la strada risale verso l’interno. La Nissan arranca. L’oceano resta indietro e il rumore si spegne. San Sebastián del Oeste appare tra le montagne, a oltre millecinquecento metri. Ex centro minerario, in perfetto stile coloniale spagnolo, è ancor oggi fermo in una dimensione che non cerca attenzioni. Oltre ad un piccolo e grazioso cimitero, le strade sono acciottolate, gli edifici bassi e l’aria è frizzante. Non c’è finzione e non c’è adattamento. Il paese non prova a piacere. Esiste così. Camminando, si ha la sensazione che il luogo venga prima dello sguardo, che non abbia bisogno di essere spiegato. 

In questa terra è più che evidente: la morte non è un tabù. È ovunque, ma non pesa e non intimorisce. Teschi colorati, murales ironici, scheletri sorridenti. Non come monito, ma come compagnia. La morte non domina: cammina accanto. I morti non vengono allontanati, ma invitati, ricordati, celebrati. Fiori, musica, risate. Guardarla in faccia sembra essere il modo più onesto per vivere. I Baustelle, qui, avrebbero trovato casa. Così, tra strade polverose e altari accesi, spesso abitati da scheletri con la falce in mano, diventa chiaro che la morte non segna la fine del percorso. È solo una delle sue tappe e parte del viaggio.

Dal Pacifico alle montagne



1 Commenti
  1. Sandro

    Bellissime foto di un paese meraviglioso e monumentale nelle grandi città e nelle montagne: e poi dici una cosa sacrosanta sulla vita e la morte che si tengono insieme e si rispettano…

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