A Francesco

Un ricordo del cantautore che ha preso per mano una generazione
Negli anni passati avevo dedicato qualche riga a Pierangelo Bertoli, Lucio Battisti, Lucio Dalla e Franco Battiato. Ora è la volta di Francesco Guccini. Cinque nomi con cui sono cresciuto e quindi formato, cinque artisti che, a forza di accompagnarmi negli anni, sono diventati quasi persone di famiglia. Anche questa volta, alla triste notizia, mi sono emozionato. È il terzo post che gli dedico e, forse, non sarà nemmeno l'ultimo.

Francesco Guccini se n’è andato dalla vita terrena e pubblica, ma non dalla nostra. Le sue opere – e molti dei suoi testi potrebbero essere letti come vere poesie – insieme a quella sua personalità bonacciona, ironica, profondamente emiliana, continueranno a vivere. Almeno dentro di me.

I primi ascolti mi riportano ai dischi in vinile. Sul giradischi giravano Radici e Via Paolo Fabbri 43. Li ascoltavo a casa mia e a casa di Paolo. Non ci limitavamo alle canzoni: ci fermavamo sui testi, osservavamo la fotografia di copertina, poi voltavamo il disco e leggevamo con attenzione ogni riga. Chi aveva suonato? Chi aveva collaborato? Anche qui c’è lo zampino di Ellade Bandini, Giovanni Pezzoli, Flaco Biondini, Vince Tempera... ogni nome contribuiva a costruire il fascino dell'album. Era un modo diverso di ascoltare la musica: più lento, più curioso, quasi rispettoso. Poi arrivò Metropolis, con canzoni splendide, tra cui Lager, una delle più intense e poetiche del suo grande repertorio.

Non sono mai stato politicamente allineato alle sue idee, ma gli ho sempre riconosciuto una coerenza rara. Una coerenza mai ostentata, mai usata come bandiera o come strumento per raccogliere consenso. Era semplicemente il suo modo di essere. E per questo gli ho sempre portato rispetto. Lo scrissi anche parlando a suo tempo di Pierangelo Bertoli: erano due grandi emiliani, diversi tra loro, ma accomunati da una schiena dritta che oggi sembra merce sempre più rara.

Dopodichè, con il passare degli anni, mi sono perso dentro ad altri suoi indimenticabili album: Signora Bovary, Quello che non... e D'amore, di morte e di altre sciocchezze. Quest'ultimo LP custodisce quello che considero il suo vero testamento poetico, la monumentale Cirano. Così come A muso duro lo è stato per Bertoli. Due canzoni. Dieci minuti in tutto. Ma bastano per raccontare due uomini interi: il carattere, la dignità, la fierezza di chi ha scelto di non omologarsi mai, né per convenienza né per paura. Forse è proprio questo che continuo a cercare nelle loro canzoni, non soltanto la bellezza della musica o la forza delle parole, ma l'autenticità di uomini che hanno vissuto senza inseguire le mode, lasciando un segno profondo in chi ha avuto la fortuna di ascoltarli davvero.

Caro Francesco, alla fine io e Paolo non siamo mai venuti al tuo mulino di Pavana per conoscerti. Quell'incontro lo abbiamo sognato, desiderato e rimandato per più di quarant'anni. Forse è stato meglio così. I miti, in fondo, devono continuare a vivere nella nostra mente, conservando quell'alone di mistero che li rende quasi irreali. A volte è più bello immaginarli che incontrarli davvero.

Così questa sera non mi resta che rimettere sul piatto un tuo disco e appoggiare la puntina sulla seconda traccia: “…dev'esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto, non ridere, ti prego, di queste mie parole, io sono solo un'ombra e tu, Rossana, il sole. Ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora, ed io non mi nascondo sotto la tua dimora, perché oramai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono. Per sempre tuo Cirano”.


2 Commenti
  1. Nicola Cattaneo

    Chi può testimoniare la grandezza di un Artista se non chi dice apertamente che non la pensa come lui su certe cose?
    Cosa dire del mito dei Nomadi senza Guccini?
    Cosa dire dei mille testi che rappresentano cose mai scritte prima... Auschwitz... Dio è Morto, La Locomotiva, temi di una originalità nella musica italiana che hanno spostato la scrittura delle canzoni da li in poi.
    Poi canzoni più furbe, più pronta beva (come quel lambrusco che pare apprezzasse particolarmente) e qui sempre per far piacere a Paolo ricordo i Tre Miti... l'Avvelenata...
    Ci uniamo al saluto a Francesco, e penso che una bottiglia di Lambrusco di Modena alla prossima cena, non mancherà di sicuro. Sperando che finalmente, qualcuno dei participanti alla cena, ricordi le parole di quella canzone, ma le ricordi davvero tutte... ecco l'importanza di un cantante, a volte è proprio quella di unire una compagnia sotto le sue note e parole, creando una condivisione di ricordi che diventano un legame per sempre.

  2. Francesca Danzi

    POETA di parole che ti entrano dentro e sempre ti fan pensare....
    Quelli che girano con i coltelli potrebbero in carcere fargli ascoltare i suoi dischi... chissa'...

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