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  • Edward Hopper a Palazzo Reale

    Quando a Novembre ho saputo che a Milano ci sarebbe stata la mostra di Hopper sapevo con certezza che non avrei potuto mancarla. L'americano Edward Hopper (1882-1967) e l’olandese Jan Vermeer (1632-1657) sono i miei pittori preferiti, entrambi infatti adottavano uno stile tipicamente “fotografico”.
    Ogni quadro di Hopper racconta una storia diversa, una situazione sentimentale differente. Basta soffermarsi su quelle strade deserte, tra la solitudine di immobili personaggi, in quelle stanze avvolte dal silenzio e illuminate dalla luce dorata del tramonto, dell’alba o della notte, per rappresentare mentalmente una delle tante vicende che hanno spinto il pittore a fermare l’attimo sulla tela.
    In quelle scene spiccano solo cose che hanno a che fare con l’attesa e le persone sembrano non avere impieghi definiti, sono tutti personaggi abbandonati alla loro sorte, dove solamente lo spettatore riesce a dargli un senso logico, a farli rivivere, a farli uscire dalla loro immobilità. Sono sempre incontri casuali di un paio di persone, al bar, su una spiaggia, in un motel, per strade prive di auto, lungo i binari di una ferrovia, tra costruzioni in stile propriamente americano.
    Essere davanti ad uno qualunque dei suoi quadri ti fa partecipe al contesto, riesci a scorgere le emozioni, ad ascoltare il silenzio, a percepire la luce.

7 Commenti

  • Emanuele M.

    15/01/2010

    Splendida.

    Ero a Milano per altro, ma quando delle mie amiche mi hanno detto della mostra, non ho potuto resistere. Peccato non ci fosse "I nottambuli", per il resto è un'esperienza molto coinvolgente.

    Ogni quadro emana un' "aura" che cattura, vuoi per la luce e le atmosfere lancinanti, vuoi per i soggetti (persone o cose), spesso inquadrati in modo originale, con chiaro taglio fotografico.

    La luce, in ogni caso è sempre la protagonista: naturale o artificiale, dà o toglie tensione alle superfici, svelando il significato della scena.

    Gigi, ma d' la verità: anche tu ti sei fatto la foto nel set-ricostruzione del quadro "Morning Sun"?

  • Sandra

    15/01/2010

    Grazie GG,
    non lo conoscevo e mi piace molto.

  • Gianpaolo

    15/01/2010

    Grande Gigi,
    scrivendoti questo messaggio so di alimentare le maldicenze su noi due. Ma di devo dire con sincerità che per me Hopper è uno dei più grandi. Non solo un pittore ma colui che ha saputo, forse più del cinema, descrivere la grande depressione americana. Ma aggiungerei un filosofo della pittura al pari di Magritte e Chagall.
    A presto.

  • Katia

    15/01/2010

    L'ho sempre pensato e detto che questo Gigi non è solamente un blog ma una finestra aperta dove si vede e si impara di tutto. Non conoscevo il pittore ma non mi ha impedito di amarlo da subito. Grazie

  • Micol

    15/01/2010

    Hopper e Vermeer, hai ragione, sono grandi pittori fotografici. Già il nostro professore al Liceo ne fece un accostamento artistico. Credo di riuscire a visitarla, c'è ancora qualche giorno. Yeah sure. Thanks!

    PS: buona vacanza e quando vedi una giraffa dalle un bacio sul naso!!!

  • Francesca Tedaldi

    17/01/2010

    ci sono stata anch'io...ho trovato la mostra organizzata malissimo, ma certo guardando certi quadri poi ci si scorda di tutto...finalmente dal vivo riesci a vederci il sole dentro.
    Su una parete poi quasi al termine della mostra ho letto un suo pensiero:
    "quello che vorrei dipingere è la luce del sole...." io l'ho vista...EMOZIONANTE....

  • Fausto

    18/01/2010

    Io questo artista l'ho conosciuto ben 7 mesi fa grazie a "Donna Moderna".

    Appena ho visto i sui quadri l'accostamento con i tuoi "attimi" è stato immediato...

    Nell'articolo si faceva riferimento al dislivello immenso che divide la sua tecnica (autodidatta e di basso profilo) con la capacità evocativa e comunicativa.

    Per questo secondo me i suoi quadri, effettivamente, più che veri e propri capolavori visti nel loro ambito (la pittura), risultano dei capolavori intesi come "istantanee", come "scatti rubati", come "attimi".

    Si pensa che le sue inquadrature rappresentino il vero spaccato della civiltà americana e che il successo delle sue opere derivi proprio dal fatto che ogni persona viva una sorta di solitudine permanente, anche quando si trova insieme ad altre persone.

    Se ci si fa caso, ogni personaggio potrebbe essere l'unico soggetto dell'opera e non interagisce mai con gli altri anche se si trova nello stesso luogo, nello stesso attimo.

    Questo lo rende grande, sempre secondo me, l'urlo di solitudine che esce dai sui quadri è molto più assordante dell'urlo di munch.

    Viviamo insieme e non ci incontriamo mai, abbiamo solo l'illusione di condividere il cammino, ma un occhio esterno ci sbatte in faccia la realtà, non siamo in grado di vedere gli altri.

    Grazie Gigi, ora posso vedermi anche gli altri quadri che non c'erano nell'articolo... ehehe




 

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