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  • Ennio Morricone: l'estasi del genio

    So bene che da qualche giorno si stanno spendendo milioni di parole sull’argomento, ma non m’importa. Dedicare un’ora a chi stimavo per me è necessario, è un modo per dimostrare a me stesso chi e cosa rappresentava il Maestro Morricone. Poco male che le mie parole finiscano assieme alle altre nel mare magnum dei ricordi. Sì, mi ha emozionato: prima la sua musica e adesso la sua uscita di scena.

    Riassumere la carriera di Morricone è un compito arduo, o meglio inutile. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro a quello che già sappiamo e abbiamo compreso di lui. Gli oltre 500 film sono lì da vedere, anzi da ascoltare.  
    L’ho detto anche in altre occasioni: l’immortalità spetta a pochi, solo a quelli che creano qualcosa che vada “oltre”, che possa sopravvivere a loro e al tempo. Una dote che può appartenere solo ai grandi artisti. Il Maestro Ennio Morricone era uno di questi, senza dubbio da annoverarsi tra i più grandi musicisti del Novecento.

    Non sarò il solo a pensare che le sue opere saranno rievocate dai nostri posteri, esattamente come ora si ascoltano i capolavori appartenenti alla storia della musica classica, di Bach, Mozart, Beethoven…
    Il Maestro ci lascia note indimenticabili, melodie che evocano immediatamente ricordi ed immagini indelebili nella memoria di molti, in parte colonna sonora della nostra vita o almeno di quelli che amano il cinema: “Mi piacerebbe tantissimo poter fare ancora due chiacchiere con Arturo sull’argomento”.

    Per capire la sua grandezza basterebbe chiedersi: cosa sarebbe un film senza la musica di Morricone? Sarebbe veramente curioso vedere i film della “Trilogia del dollaro” di Sergio Leone, compreso C’era una volta in America, e tutti quelli di Tornatore con un’altra colonna sonora! Sono convinto che sarebbero “altri” film, più spogli, meno coinvolgenti, molto diversi. Cosa sarebbe il duello finale di Per qualche dollaro in più senza il carillon oppure Mission senza l’oboe e il flauto di Pan?
    Lui stesso lo dichiarò: “La musica deve rappresentare tutto ciò che non si vede e non si dice in un film”.   

    La sua grandezza era anche rappresentata, a differenza di altri capaci compositori, dal creare ed inserire nello spartito, oltre al suono originato dagli strumenti, rumori come il fischio, il carillon, le campane, le fruste, gli spari, gli zoccoli… una sorta di bravo artigiano della musica.
     
    Se Ennio Morricone fosse nato a Los Angeles e non a Roma, avrebbe accumulato tante di quelle statuette d’oro da non saper più dove appoggiarle; e invece ne ha solo due, anzi una, quella “alla Carriera” ottenuta nel 2007, mentre la seconda, nove anni dopo, nel film di Tarantino. Quest’ultimo premio, personalmente, non lo considero nemmeno, lo ritengo una pezza, un rimedio alla vergogna, un obbligo morale dell’Academy Awards per essersi “dimenticata” di premiarlo. Poi nel 2016 gli è stata attribuita anche la “stella” nella celebre Walk of Fame. A Hollywood ci hanno messo cinquant’anni per capire e ad ammettere chi era il nostro “genio”, e forse, se pur in ritardo, lo hanno capito.

    Ho avuto la fortuna di assistere a due suoi concerti. I biglietti sono ancora lì, infilati tra il vetro e la cornice di un quadro, a ricordarmi che il primo fu a Milano nel 2003 e l’ultimo a Bologna nel dicembre del 2017, sempre con coro e orchestra al gran completo. Ho sempre ritenuto l'aver avuto simili occasioni un privilegio di cui andar fiero, oltre a sentirmi onorato. Oggi ancora di più.

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