Lo Stracotto

Un viaggio nel cuore della nostra tradizione culinaria, tra sapori, profumi e ricordi
Non so esattamente quando cominciasse il Natale, da bambino. Non era il primo dicembre, né l’arrivo dell’albero in sala. Per me, il vero inizio era quando, una mattina qualunque, aprivo la porta della cucina di mia nonna e venivo investito da un profumo che sapeva di attesa, di casa e di qualcosa che stava per succedere. Era il profumo dello stracotto per gli anolini, un sentore che prendeva vita almeno un paio di settimane prima del grande giorno.

La scena era sempre la stessa, come un rituale segreto che nessuno aveva mai codificato, ma che tutti in famiglia conoscevano. Sulla stufa economica bianca, posta al centro della stanza come un’anziana sovrana, troneggiava la casseruola di terracotta: un borbottio lento, profondo, come fosse il respiro della pentola. Dentro non si vedeva niente, ma quel che accadeva era comprensibile ancor prima di entrare in casa, per non dire già dalla “contrada”. Sopra, a mo’ di coperchio, un piatto “venato” con dentro del vino rosso, che non doveva essere spostato per nessun motivo al mondo. Quel piatto era una sorta di sigillo sacro: finché stava lì, sapevamo tutti che la magia era in corso.

Per giorni la cucina diventava un laboratorio di alchimie. Carne, spezie e verdure insegnavano la pazienza, trasformandosi al ritmo dello stufare lento. Ogni volta che passavo di là, mi fermavo qualche secondo a respirare: era come se quell’odore mi dicesse: “Sta arrivando il Natale, preparati”.

Poi, quando lo stracotto aveva fatto il suo dovere – sempre secondo il giudizio insindacabile di mia nonna Valentina – entrava in scena il pentolone del brodo. A quel punto toccava al cappone: immerso nel suo destino e con la stessa solennità di un rito d’iniziazione. Bolliva, bolliva, bolliva… e io mi chiedevo quanto avrebbe dovuto ancora bollire. Sembrava non finisse mai, e forse era proprio quello il bello: quel momento doveva farsi desiderare.

Il vero miracolo avveniva l’ultimo giorno, quando in cucina il tavolo veniva coperto dall’asse di legno per impastare dove veniva fissata la mitica “Imperia”. Era il momento della pasta sfoglia, così tirata e sottile da sembrare di seta; del ripieno ricco, che profumava più della stufa stessa. Le mani di mia nonna si muovevano veloci, sicure, senza bisogno di misurare o pesare nulla. Io osservavo, ipnotizzato, pensando che quel gesto era una specie di linguaggio antico che si tramandava solo così: guardando, respirando, assaggiando.

Arrivato finalmente il Natale, la zuppiera fumante arrivava in tavola ed era come aprire il regalo più grande. Non serviva che qualcuno mi dicesse “Basta, hai già mangiato abbastanza”: era inutile. Tre piatti erano il minimo. Non perché avessi fame, ma perché ogni cucchiaiata sembrava raccontare la storia di quei giorni: lo stracotto che borbotta, il cappone che sobbolle, la pasta che prende forma tra mani sapienti.

Ancora oggi, quando mia cognata Anna Maria li prepara – proprio con la stessa dovizia appresa da mia nonna – sento che non è solo un piatto. È una porta del tempo. La apro, e torno lì: nella cucina calda, nella luce dorata di dicembre, davanti a quella terracotta che parla piano, come sanno fare solo i ricordi che non vogliono farsi dimenticare.


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